Il centro narrativo del romanzo è l’uccisione di Fëdor Pavlovic Karamazov. Tutto sembra indicare Dmitrij come colpevole. Egli aveva minacciato il padre, era in conflitto con lui per denaro e per Grušen’ka, era stato visto aggirarsi intorno alla casa e aveva un comportamento disperato.
Tuttavia, la verità è più complessa. Il vero assassino è Smerdjakov, servo di Fëdor Pavlovic e probabile figlio illegittimo del vecchio Karamazov. Smerdjakov è un personaggio oscuro, rancoroso, malato, apparentemente sottomesso ma interiormente pieno di odio.
Smerdjakov cresce in una condizione umiliante. È considerato inferiore, deriso, sospettato, trattato come servo e come creatura quasi illegittima. La sua identità è segnata dal disprezzo sociale e familiare. Questo rancore nascosto diventa terreno fertile per il delitto.
Il suo rapporto con Ivan è fondamentale. Smerdjakov ammira e teme Ivan, ascolta le sue idee e ne interpreta il senso in modo pratico e criminale. Dove Ivan vede un problema filosofico, Smerdjakov vede una possibile autorizzazione. Se tutto è permesso, allora anche il parricidio può diventare possibile.
Smerdjakov comprende anche il desiderio segreto di Ivan. Ivan non ucciderebbe mai direttamente il padre, ma dentro di sé desidera che Fëdor Pavlovic sparisca. Questo desiderio non espresso crea una complicità ambigua. Smerdjakov sente di agire quasi con il consenso morale di Ivan.
Il delitto avviene mentre Dmitrij, travolto dalla gelosia e dal bisogno di denaro, si muove intorno alla casa del padre. La sua presenza fornisce al vero assassino la copertura perfetta. Dmitrij appare colpevole perché ha vissuto e parlato come uno pronto a uccidere.
Dmitrij, entrando nel giardino del padre, colpisce il servo Grigorij, che cerca di fermarlo. Vedendo il sangue, è spaventato e confuso. Questo sangue diventerà uno degli elementi che lo faranno apparire ancora più colpevole. Ma Dmitrij non ha ucciso Fëdor Pavlovic.
Smerdjakov, invece, approfitta della situazione, uccide il vecchio e ruba il denaro. Il suo delitto è freddo, calcolato e nascosto. Non nasce da esplosione passionale come si potrebbe immaginare per Dmitrij, ma da rancore, lucidità e interpretazione perversa della libertà morale.
PAGE-BREAKDopo il delitto, Dmitrij viene arrestato a Mokroe. Gli indizi contro di lui sembrano schiaccianti: aveva bisogno di tremila rubli, aveva minacciato il padre, era fuggito con denaro, era coperto di sangue e aveva un movente passionale fortissimo. La giustizia umana vede soprattutto l’apparenza dei fatti.
Dmitrij, pur innocente dell’omicidio, sente dentro di sé una forma di colpa. Sa di aver desiderato la morte del padre, di aver vissuto nell’odio e nella violenza, di essere stato pronto moralmente al delitto anche se non lo ha commesso. Questa distinzione tra colpa morale e colpa giuridica è centrale.
Ivan, intanto, viene progressivamente a sapere la verità da Smerdjakov. I loro incontri sono tra le scene più inquietanti del romanzo. Smerdjakov gli rivela di aver ucciso il padre e insiste sul fatto di aver agito secondo le idee che Ivan stesso gli aveva comunicato.
Ivan è sconvolto. Non ha materialmente ucciso, ma comprende di non essere innocente. Il suo pensiero, il suo odio verso il padre, il suo allontanamento nel momento decisivo e la sua ambiguità morale lo legano al delitto. La colpa entra nella sua coscienza come un veleno.
Smerdjakov, dopo aver confessato a Ivan, si suicida. La sua morte complica ulteriormente la possibilità di provare la verità. Con lui scompare il vero assassino, mentre Dmitrij resta sotto processo. Il sistema giudiziario dovrà giudicare sulla base di indizi esteriori e testimonianze ambigue.
Il suicidio di Smerdjakov ha anche un significato morale. Egli non cerca redenzione, non assume pubblicamente la propria colpa, non salva Dmitrij. Muore lasciando dietro di sé distruzione e confusione. È una figura tragica e oscura, che incarna la deformazione della libertà senza amore.
Il parricidio è quindi più di un delitto familiare. È il punto in cui convergono tutte le colpe dei Karamazov: la paternità corrotta di Fëdor Pavlovic, l’odio passionale di Dmitrij, il nichilismo teorico di Ivan, il rancore di Smerdjakov e l’incapacità generale di amare in modo giusto.
Il quinto capitolo della vicenda mostra che, in Dostoevskij, la domanda “chi ha ucciso?” non basta. Bisogna chiedersi anche chi ha desiderato, chi ha taciuto, chi ha permesso, chi ha ispirato, chi ha odiato. La colpa non è solo l’atto della mano, ma anche il movimento segreto del cuore.