La tensione del romanzo cresce man mano che il Pequod si avvicina alla zona in cui potrebbe trovarsi Moby Dick. I presagi si moltiplicano, l’atmosfera diventa sempre più cupa e Achab appare ormai completamente assorbito dalla propria missione.
Prima dello scontro finale, ci sono momenti in cui la possibilità di fermarsi sembra ancora esistere. Starbuck, in particolare, percepisce con chiarezza che il capitano sta conducendo tutti verso la rovina. In un momento drammatico, arriva quasi a pensare di uccidere Achab per salvare la nave, ma non compie quel gesto.
Questo esitazione mostra la complessità morale del romanzo. Starbuck sa che Achab è pericoloso, ma non riesce a oltrepassare il limite dell’obbedienza, della coscienza religiosa e del rispetto per il capitano. Anche la lucidità, se non diventa azione, può restare impotente.
Quando finalmente Moby Dick viene avvistata, la caccia entra nella sua fase conclusiva. Achab è travolto da un’energia febbrile. Tutta la sua vita sembra concentrarsi in quel momento. L’equipaggio, ormai trascinato dal destino del capitano, partecipa all’inseguimento.
La caccia finale dura tre giorni. Questa durata dà allo scontro un carattere epico e quasi sacro. Non è una semplice battuta di caccia, ma un confronto finale tra Achab e la creatura che egli ha trasformato nel centro del proprio universo.
Nel primo giorno, Moby Dick mostra la propria potenza. La balena non è una preda passiva: resiste, attacca, distrugge lance e mette in pericolo gli uomini. Achab continua però a inseguirla, incapace di leggere nei fallimenti un avvertimento.
Nel secondo giorno, la lotta diventa ancora più disperata. Fedallah scompare e poi il suo destino si rivelerà legato alla balena. Le profezie e i presagi sembrano avverarsi in modo oscuro. Achab interpreta tutto non come motivo per fermarsi, ma come conferma del proprio destino.
Nel terzo giorno, lo scontro raggiunge il culmine. Moby Dick colpisce il Pequod e lo condanna alla distruzione. La balena, inseguita come nemico da annientare, diventa la forza che annienta la nave e l’intero equipaggio.
PAGE-BREAKAchab, nel momento finale, lancia ancora l’arpione contro la balena. Ma la corda lo trascina via, legandolo alla creatura che aveva voluto distruggere. La sua fine è altamente simbolica: Achab muore unito al proprio nemico, prigioniero fino all’ultimo della sua ossessione.
Il Pequod affonda, portando con sé quasi tutti gli uomini. La missione di Achab si conclude nella catastrofe totale. Non c’è vittoria, non c’è redenzione, non c’è conquista. La volontà dell’uomo, quando pretende di trasformarsi in sfida assoluta all’universo, produce distruzione.
L’unico sopravvissuto è Ismaele. Egli viene salvato dal feretro-galleggiante di Queequeg, oggetto costruito in precedenza quando il ramponiere era sembrato vicino alla morte. Questo dettaglio è potentissimo: ciò che era stato preparato come bara diventa strumento di salvezza.
La sopravvivenza di Ismaele ha un significato profondo. Egli resta vivo per raccontare. In un romanzo dominato dalla morte e dall’affondamento, la narrazione diventa ciò che salva almeno la memoria. Ismaele non vince Moby Dick, ma sopravvive abbastanza da testimoniare.
La morte di Queequeg e degli altri uomini rende ancora più tragica la vicenda. L’ossessione di Achab non distrugge solo lui, ma trascina con sé persone diverse, ciascuna con la propria vita, la propria storia e la propria umanità. Il capitano trasforma l’equipaggio in vittima della sua rivolta personale.
Moby Dick, dopo la distruzione, resta misteriosa. Non viene conquistata, spiegata o ridotta a oggetto. La balena bianca sopravvive come simbolo dell’inafferrabile. L’uomo può inseguirla, ferirla, caricarla di significati, ma non può possederne davvero il mistero.
Il quinto capitolo ideale dell’opera mostra quindi la conclusione tragica del viaggio. Achab trova Moby Dick, ma non trova la verità che cercava. La sua vendetta si rovescia in annientamento, e il Pequod scompare nell’oceano, lasciando solo Ismaele come voce superstite del disastro.