Il notaio Riccardo Valli fu trovato morto nel suo studio in una mattina di pioggia. La porta era chiusa dall’interno, le finestre bloccate, la chiave ancora nella serratura e una lettera d’addio poggiata ordinatamente sulla scrivania.
Per la polizia sembrava un suicidio.
Per Marta Valli, sua moglie, no.
Fu lei a chiamare Fabio Monti. Lo accolse nell’atrio della grande casa con il volto pallido e le mani strette attorno a un fazzoletto.
«Mio marito non si sarebbe mai tolto la vita», disse. «Non così. Non senza parlarmi.»
Fabio non promise nulla. Chiese soltanto di vedere lo studio.
La stanza era elegante e severa. Una libreria copriva l’intera parete di fondo; al centro c’era una scrivania massiccia, ordinata con cura. Sul piano si trovavano una penna stilografica, un bicchiere d’acqua, la lettera d’addio e un orologio da tavolo fermo alle 22:15.
Fabio osservò tutto senza toccare nulla.
La finestra era chiusa dall’interno. La porta aveva una vecchia serratura. La chiave era inserita dal lato della stanza. A prima vista, nessuno avrebbe potuto entrare o uscire dopo la morte del notaio.
Ma l’investigatore notò alcuni particolari.
Una candela, sul mobile accanto alla finestra, era consumata solo a metà. Il bicchiere d’acqua sembrava spostato rispetto al segno lasciato dalla base sul legno della scrivania. E la chiave, pur trovandosi nella serratura, pendeva con un’inclinazione insolita.
In casa, al momento della morte, erano presenti tre persone oltre alla moglie: Carlo De Santis, socio del notaio; Lucia Ferri, segretaria dello studio; e Marco Valli, nipote del defunto, da poco escluso dal testamento.
Carlo De Santis parlò per primo. Era un uomo distinto, con modi misurati e uno sguardo attento. Disse che il notaio era preoccupato per alcune questioni professionali, ma negò qualsiasi litigio recente.
Lucia Ferri appariva scossa. Lavorava con Valli da quindici anni e sosteneva di conoscerne ogni abitudine. «Non avrebbe mai lasciato una lettera così fredda», disse. «Non era il suo modo di scrivere.»
Marco, il nipote, non nascose il rancore. Ammetteva di aver discusso con lo zio per l’eredità, ma giurava di essere uscito di casa prima delle dieci.
Fabio ascoltò tutti con attenzione. Tre persone. Tre moventi. Una stanza chiusa.
E un dettaglio che non tornava.
PAGE-BREAKFabio chiese di leggere la lettera d’addio. Il testo era breve, composto, quasi burocratico. Parlava di stanchezza, di errori commessi e dell’impossibilità di continuare.
«È la sua firma?» chiese a Marta.
La donna annuì. «Sì. Ma le parole non sono sue.»
L’investigatore passò il resto della mattina nello studio. Misurò la distanza tra la scrivania e la porta, osservò la serratura, controllò il tappeto e la cornice della finestra. Poi si chinò vicino alla soglia e raccolse un filo sottile, quasi invisibile, rimasto impigliato in una scheggia del legno.
Era seta cerata.
Quel ritrovamento confermò il suo sospetto: la stanza non era stata veramente chiusa dall’interno. Qualcuno aveva fatto in modo che lo sembrasse.
Fabio tornò a interrogare i sospetti.
Marco dichiarò di aver litigato con lo zio per il testamento. Riccardo Valli lo aveva escluso dall’eredità dopo aver scoperto alcuni debiti di gioco. Il ragazzo era furioso, ma non abbastanza lucido da costruire un inganno così preciso.
Lucia Ferri raccontò che, nei giorni precedenti, il notaio le aveva chiesto di recuperare vecchi registri contabili dello studio. Sembrava intenzionato a controllare operazioni compiute anni prima.
Quando Fabio le chiese se qualcuno potesse temere quei controlli, la donna esitò.
«Il dottor De Santis», disse infine. «Lui gestiva alcuni clienti importanti. Il notaio aveva iniziato a dubitare di certe pratiche.»
Carlo De Santis negò ogni accusa. Sostenne che il collega fosse depresso e che la lettera d’addio lo dimostrasse. Ma Fabio notò che conosceva il contenuto della lettera prima ancora che qualcuno glielo leggesse integralmente.
Nel pomeriggio, l’investigatore ricostruì la scena.
Il notaio era stato costretto a scrivere la lettera alcuni giorni prima, forse sotto minaccia. La sera della morte aveva ricevuto qualcuno nello studio. Aveva bevuto dal bicchiere d’acqua, probabilmente già alterato con una sostanza soporifera. Poi l’assassino aveva completato il piano.
Restava da capire come avesse chiuso la porta dall’esterno lasciando la chiave all’interno.
Fabio prese il filo di seta cerata e lo fece scorrere attorno alla chiave. Con un movimento lento, dimostrò che era possibile farla ruotare dall’esterno attraverso la fessura sotto la porta, tirando il filo con precisione. Una volta girata la chiave, bastava uno strappo secco per liberare il filo e recuperarlo.
Ma un piccolo frammento era rimasto impigliato.
PAGE-BREAKLa sera stessa, Fabio riunì tutti nello studio del notaio.
La pioggia batteva ancora contro i vetri. Marta sedeva accanto alla libreria. Marco camminava nervosamente avanti e indietro. Lucia restava vicino alla porta. Carlo De Santis, invece, osservava Fabio con un sorriso appena accennato.
«Questa stanza non era chiusa dall’interno», disse l’investigatore. «Era una messinscena.»
Carlo sollevò le sopracciglia. «Una teoria interessante.»
Fabio mostrò il filo di seta cerata.
«L’assassino ha usato un filo sottile per girare la chiave dall’esterno. Credeva di averlo recuperato, ma un frammento è rimasto impigliato nella porta.»
Marco fissò la serratura. Lucia portò una mano alla bocca.
«La lettera d’addio», continuò Fabio, «non è stata scritta la sera della morte. Il notaio fu costretto a prepararla prima. Probabilmente aveva scoperto irregolarità nei conti dello studio e qualcuno temeva di essere denunciato.»
Carlo smise di sorridere.
Fabio si voltò verso di lui. «Lei conosceva il contenuto della lettera prima che venisse letto davanti a tutti. E Lucia ha confermato che il notaio stava controllando pratiche gestite da lei.»
«Sono supposizioni», rispose Carlo.
«No», disse Fabio. «C’è anche la candela.»
L’investigatore indicò il mobile accanto alla finestra.
«La candela era consumata solo a metà, ma secondo la ricostruzione avrebbe dovuto bruciare per tutta la sera. È stata accesa dopo, per far credere che il notaio fosse rimasto vivo più a lungo. L’orologio fermo alle 22:15 serviva allo stesso scopo. Ma il bicchiere spostato e il sedativo nell’acqua raccontano un’altra storia.»
Carlo rimase immobile. Il suo volto perse ogni sicurezza.
«Riccardo voleva rovinarmi», disse infine. «Non capiva che avrei perso tutto.»
«E per questo ha deciso di ucciderlo», concluse Fabio.
La confessione arrivò poco dopo, spezzata e fredda. Carlo ammise di aver costretto il notaio a scrivere la lettera e di aver preparato la stanza in modo che sembrasse un suicidio. Credeva che nessuno avrebbe guardato oltre la porta chiusa.
Ma Fabio Monti aveva guardato i dettagli.
Carlo venne arrestato. Marta pianse in silenzio, non di sollievo, ma di dolore. Lucia raccolse dalla scrivania la penna del notaio e la ripose nel cassetto, come se volesse restituire ordine a una stanza ormai violata.
Fabio uscì nella sera bagnata di pioggia. La casa alle sue spalle tornò silenziosa. Un caso era chiuso, ma la verità, ancora una volta, aveva lasciato dietro di sé più ferite che risposte.