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Capitolo

Il libro che aspettava noi

La libreria dei cuori sospesi

Dopo l’incontro con Livia, la libreria cambiò atmosfera. Non in modo visibile: gli scaffali erano gli stessi, il banco era lo stesso, il campanello produceva ancora quel suono leggero sopra la porta. Eppure Emma sentiva che qualcosa si era spostato. Come se, tra i libri, una lunga attesa avesse finalmente trovato riposo.

Decise di dedicare una piccola vetrina alle lettere ritrovate, senza esporle direttamente. Mise alcuni romanzi d’amore, una raccolta di poesie, un quaderno vuoto e un cartoncino scritto a mano:

Per tutte le parole che non abbiamo ancora avuto il coraggio di dire.

La vetrina attirò subito l’attenzione. Alcuni clienti entrarono solo per chiedere cosa significasse. Emma non raccontava i dettagli di Giulio e Livia; diceva soltanto che ogni libro può custodire una seconda storia, se qualcuno lo apre con attenzione.

La signora Irma pianse davanti al cartoncino e poi comprò tre quaderni. Matteo del bar portò un caffè a Emma “perché le librerie sentimentali consumano energie”. Anche i ragazzi del liceo, accompagnati da Lorenzo, cominciarono a lasciare biglietti anonimi in una scatola vicino al banco: frasi, dediche, scuse, piccoli ringraziamenti.

Emma chiamò quella scatola Cuori sospesi.

Lorenzo, naturalmente, fece finta di considerarla un’idea pedagogicamente interessante.

«Pedagogicamente?» ripeté Emma, divertita.

«Sì. Educare all’espressione dei sentimenti attraverso la scrittura breve.»

«Professore, poteva dire semplicemente che le piace.»

Lorenzo sorrise. «Mi piace.»

Quelle due parole rimasero nell’aria più del previsto. Emma abbassò gli occhi sul registro delle vendite. Lorenzo guardò uno scaffale qualunque. Da settimane si muovevano così: vicini, attenti, trattenuti. Come due persone che hanno letto abbastanza romanzi da sapere quando una storia sta iniziando, ma non abbastanza coraggio da dirlo.

Una sera, dopo la chiusura, Emma trovò sul banco un libro che non ricordava di aver visto prima. Era una vecchia edizione di Persuasione di Jane Austen. Dentro c’era un segnalibro bianco.

Sul segnalibro, una grafia ordinata aveva scritto:

Ci sono persone che arrivano piano, come certe pagine. Ma quando arrivano, cambiano il senso di tutto il libro.

Emma riconobbe la grafia di Lorenzo.

Sentì il cuore fare qualcosa di molto poco professionale.

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Per tutta la notte Emma pensò a quel segnalibro. Lo mise sul comodino, poi dentro il libro, poi di nuovo sul comodino. Avrebbe potuto chiamare Lorenzo. Avrebbe potuto scrivergli. Avrebbe potuto fare la cosa adulta, semplice, diretta.

Invece fece ciò che le riusciva meglio: andò in libreria all’alba e cercò un libro adatto per rispondere.

Lo trovò nello scaffale della poesia. Una piccola raccolta con la copertina azzurra, consumata agli angoli. Dentro infilò un biglietto.

Alcune pagine fanno paura perché, dopo averle lette, non si può più fingere che il libro sia lo stesso.

Lo lasciò sulla cattedra di Lorenzo, a scuola, affidandolo alla bidella con una scusa goffa. Per tutta la mattina si pentì, poi si emozionò, poi si pentì di nuovo.

Lorenzo arrivò in libreria nel pomeriggio. Non portava la solita cartella di cuoio. Teneva in mano il libro azzurro.

«Mi ha mandato un testo complesso», disse.

«Lei ha iniziato.»

«Vero. Ma il suo richiede interpretazione.»

«È un problema?»

«No. È il mio lavoro.»

Rimasero a guardarsi tra il banco e lo scaffale delle novità. Fu Emma a parlare per prima.

«Non voglio diventare una lettera mai spedita.»

Lorenzo perse per un attimo il suo controllo gentile. Il volto gli si fece serio, quasi vulnerabile.

«Nemmeno io», disse.

Emma uscì da dietro il banco. «Allora forse dovremmo smettere di parlare per citazioni.»

«Potrebbe essere rischioso.»

«Lo so.»

Lorenzo fece un passo verso di lei.

«Emma, io non so promettere grandi cose. Ho una vita ordinata, forse troppo. Ho abitudini difficili da spostare. Ho passato anni a spiegare l’amore nei libri perché era più semplice che viverlo senza appunti.»

«Io ho appena ereditato una libreria che non so se riuscirò a mantenere, parlo con gli scaffali e ho paura di restare di nuovo in un posto sbagliato.»

Si guardarono.

Poi Emma rise piano. «Siamo due dichiarazioni molto incoraggianti.»

Lorenzo sorrise. «Potremmo migliorarle con la seconda stesura.»

Questa volta fu Emma ad avvicinarsi. Non ci fu un bacio cinematografico, nessuna musica improvvisa, nessun cliente commosso dietro lo scaffale. Solo due persone adulte, un po’ impaurite, che decisero di non lasciare tutto in sospeso.

Quando si baciarono, il campanello sopra la porta suonò per il vento.

Sembrò il modo della libreria per approvare.

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Nei mesi successivi, Il Girasole di Carta divenne qualcosa di più di una piccola libreria di provincia. Emma organizzò incontri di lettura, laboratori di scrittura sentimentale, serate dedicate alle lettere mai spedite. Lorenzo portò i suoi studenti a leggere poesie tra gli scaffali. La signora Irma divenne la responsabile non ufficiale dei consigli amorosi, ruolo che prese molto sul serio.

Livia veniva ogni giovedì pomeriggio. Si sedeva vicino alla vetrina, beveva tè e qualche volta suonava il pianoforte digitale che Emma aveva sistemato nell’angolo degli eventi. Non parlava spesso di Giulio, ma un giorno portò tutte le lettere in libreria.

«Vorrei che restassero qui», disse. «Non esposte. Custodite. Come Adele avrebbe voluto.»

Emma le conservò in una scatola di legno, nel cassetto basso del banco. Accanto mise una nota:

Le storie sospese non sono storie finite. Sono storie che aspettano mani gentili.

La relazione tra Emma e Lorenzo crebbe senza fretta. Non era perfetta, e forse proprio per questo era vera. Litigavano sui criteri di catalogazione, sui libri da mettere in vetrina, sulla temperatura ideale del tè. Lui lasciava appunti troppo ordinati. Lei spostava continuamente i mobili. Ma ogni sera, quando chiudevano la libreria, si sedevano qualche minuto sul gradino d’ingresso a guardare la strada svuotarsi.

Una domenica di primavera, Emma trovò un vecchio libro in magazzino. Non aveva titolo sul dorso. Dentro, le pagine erano bianche.

Lo portò a Lorenzo.

«Guardi. Un libro che aspettava qualcuno.»

Lui lo sfogliò. «O un libro che non ha ancora deciso cosa diventare.»

Emma prese una penna e scrisse sulla prima pagina:

La libreria dei cuori sospesi

Sotto, aggiunse:

Una storia trovata tra le pagine e continuata da chi ha avuto il coraggio di leggerla.

Lorenzo la guardò. «Sta iniziando un libro?»

«Forse.»

«Parla di noi?»

Emma sorrise. «Parla di una libreria, di alcune lettere, di due persone che rischiavano di diventare note a piè di pagina.»

«E poi?»

«E poi hanno deciso di scrivere nel testo principale.»

Lorenzo prese la penna e, sotto la frase di Emma, aggiunse una sola riga:

Capitolo primo: restare.

Emma lesse quella parola e sentì che, per la prima volta dopo molto tempo, non le faceva paura.

Fuori, la luce della primavera entrava dalla vetrina e cadeva sui libri, sulle tazze, sui biglietti nella scatola dei Cuori sospesi. La libreria sembrava respirare piano, come una creatura antica e paziente.

Emma pensò a zia Adele, a Giulio, a Livia, a tutte le parole rimaste nascoste e poi ritrovate. Pensò che l’amore non sempre arriva quando lo chiamiamo. A volte resta per anni tra le pagine, in attesa che qualcuno apra il libro giusto.

Questa volta, il libro era aperto.

E nessuno dei due aveva intenzione di richiuderlo.