Il giorno della festa patronale, il paese si svegliò diverso. Le strade furono lavate all’alba, le sedie comparvero davanti alle porte, le donne prepararono vassoi di dolci, i bambini correvano già con le magliette nuove e gli uomini discutevano sull’orario dei fuochi d’artificio come se fosse una questione di Stato.
Chiara ricordava bene quella trasformazione. Da ragazza, la festa era il centro dell’estate. Si passavano giorni a scegliere cosa indossare, con chi uscire, dove incontrarsi. Ma la parte che amava di più arrivava al tramonto, quando le luminarie si accendevano una dopo l’altra e la strada principale diventava un tunnel di colori.
Quell’anno, però, la festa la trovò inquieta.
Non vedeva Matteo da due giorni.
Aveva provato a scrivergli, poi aveva cancellato il messaggio. Aveva pensato di passare dal vivaio, poi aveva rinunciato. Non voleva cercarlo senza avere qualcosa di vero da dire. E la verità, dentro di lei, era ancora piena di strade che si incrociavano.
Nel pomeriggio ricevette una chiamata dal suo capo in città. Le parlò di un nuovo progetto, di una promozione possibile, di una riunione importante la settimana successiva. Tutto ciò che fino a un mese prima avrebbe desiderato.
«Naturalmente dovresti rientrare al più presto», disse lui. «Abbiamo bisogno di te qui.»
Qui.
Chiara guardò dalla finestra la strada dei Gelsomini, il vaso nel cortile, il paese che si preparava alla festa.
«Le faccio sapere domani», rispose.
Quando chiuse la telefonata, si rese conto che per la prima volta non aveva detto sì.
La sera indossò un abito chiaro trovato in valigia quasi per caso e uscì. La piazza era piena di gente. Le bancarelle vendevano dolci, giocattoli, collane, palloncini. La banda suonava vicino alla chiesa. Le luci disegnavano archi sopra la strada, e il profumo di mandorle tostate si mescolava a quello dei gelsomini.
La signora Irma, che in ogni paese esiste sotto nomi diversi, la fermò davanti alla chiesa.
«Ti ho vista con Matteo», disse senza preamboli.
Chiara sorrise imbarazzata. «Qui vedete tutto.»
«No. Vediamo solo quello che le persone credono di nascondere.»
«Non c’è niente da nascondere.»
L’anziana la guardò con tenerezza. «Allora sei ancora più nei guai.»
Chiara rise, ma il cuore le batteva forte.
Vide Matteo poco dopo, vicino allo stand del vivaio, dove aveva allestito una piccola esposizione di piante fiorite. Parlava con alcuni clienti, sorridendo con gentilezza. Quando si accorse di lei, il sorriso cambiò. Non sparì, ma si fece prudente.
Chiara si avvicinò.
«Ciao.»
«Ciao.»
Sembravano due adolescenti costretti a usare parole troppo piccole per sentimenti troppo grandi.
PAGE-BREAKMatteo le offrì un bicchiere di limonata fresca. Si spostarono ai margini della piazza, sotto un arco di luminarie bianche e blu. La musica della banda arrivava più attenuata, mescolata alle voci e ai passi.
«Il vivaio ha uno stand molto bello», disse Chiara.
«Merito anche tuo. I volantini funzionano.»
«Sono contenta.»
Il silenzio tornò tra loro, ma non era vuoto. Era pieno di tutto ciò che non avevano ancora deciso di dire.
«Mi dispiace per l’altra sera», disse Matteo.
«Anche a me.»
«Non volevo metterti pressione.»
«Non l’hai fatto. O forse sì. Ma non nel modo sbagliato.»
Matteo la guardò senza capire.
Chiara cercò le parole. «Io sono abituata a scegliere ciò che sembra giusto da fuori. Il lavoro giusto, la città giusta, la decisione più razionale. Tornare qui ha complicato tutto perché per la prima volta mi sto chiedendo cosa sia giusto da dentro.»
Matteo rimase in silenzio.
«E dentro cosa dice?»
Chiara abbassò gli occhi. «Dice che ho paura.»
«Di restare?»
«Di restare. Di partire. Di sbagliare di nuovo. Di confondere un ricordo con un sentimento vero.»
«E io cosa sono?»
La domanda arrivò piano, ma la colpì con forza.
Chiara sollevò lo sguardo. Le luminarie gli illuminavano il volto a tratti, come se anche la luce esitasse.
«Non lo so ancora», disse con sincerità. «Ma so che non sei solo un ricordo.»
Matteo respirò lentamente. «È già qualcosa.»
In quel momento la banda iniziò un brano più lento. Alcune coppie anziane si misero a ballare al centro della piazza, senza bisogno di inviti o cerimonie. Chiara le guardò sorridendo.
«Da ragazzi ballavamo qui?» chiese.
«Tu ballavi. Io cercavo di non pestarti i piedi.»
«Non sei migliorato?»
«Solo con le piante.»
Chiara gli tese la mano. «Allora verifichiamo.»
Matteo rise, sorpreso. «Qui?»
«Hai paura della piazza?»
«Ho paura delle signore che domani sapranno tutto.»
«Lo sanno già.»
Ballarono sotto le luminarie. Non bene, non in modo elegante. Ma ballarono. Chiara sentì la mano di Matteo sulla sua schiena, il profumo del gelsomino nell’aria, la musica lenta, il paese intorno. Per qualche minuto non ci furono città, case da vendere, promozioni, partenze.
Solo il presente.
E il presente, per la prima volta dopo molto tempo, non sembrava chiederle di scappare.
PAGE-BREAKDopo il ballo, Matteo la portò in un luogo che Chiara aveva quasi dimenticato: il belvedere dietro la chiesa, una terrazza di pietra da cui si vedevano gli ulivi, le luci sparse delle masserie e, più lontano, il mare scuro.
Da ragazzi ci andavano con gli amici, fingendo di voler guardare il panorama quando in realtà volevano solo restare abbastanza vicini da sfiorarsi.
Quella sera il paese era alle loro spalle, acceso e rumoroso. Davanti, la campagna sembrava respirare sotto la luna.
«Ti ricordi l’ultima estate?» chiese Matteo.
Chiara annuì. «A pezzi.»
«Io me la ricordo tutta.»
La frase non era detta con amarezza. Sembrava una constatazione.
«Il giorno prima che partissi mi dicesti che saresti tornata l’anno dopo. Io ti regalai la conchiglia. Tu dicesti che l’avresti tenuta finché non ci fossimo rivisti.»
Chiara strinse le mani sul parapetto. «Non sapevo che non sarei tornata.»
«Lo so.»
«Poi sono successe tante cose. Mio padre cambiò lavoro, le vacanze cambiarono, io iniziai a pensare che tornare qui fosse da bambina. E forse avevo paura di ritrovare quello che avevo promesso.»
Matteo guardò il mare. «Io ho passato anni a pensare che tu mi avessi dimenticato.»
«Non ti ho dimenticato.»
«No?»
Chiara scosse la testa. «Ti ho messo in un posto dove non facevi male.»
Matteo si voltò verso di lei. «E adesso?»
Chiara avrebbe potuto rispondere in molti modi. Con prudenza, con ironia, con una frase sospesa. Invece fece l’unica cosa che non aveva programmato: si avvicinò e lo baciò.
Fu un bacio semplice, senza fretta. Un bacio adulto e giovane insieme, pieno di ciò che erano stati e di ciò che non sapevano ancora essere. Matteo rimase immobile un istante, poi le sfiorò il viso con una mano, come se volesse essere certo che non fosse un ricordo.
Quando si separarono, Chiara sentì insieme felicità e paura.
«Questo complica ancora di più», disse piano.
Matteo sorrise. «Sì.»
«Non sembri preoccupato.»
«Lo sono. Ma certe complicazioni profumano di gelsomino.»
Lei rise contro la sua spalla.
Poco dopo iniziarono i fuochi d’artificio. Le luci si aprirono sopra il paese, colorando il cielo e il mare lontano. Chiara li guardò accanto a Matteo, sapendo che al mattino avrebbe dovuto decidere cosa dire alla città, al lavoro, al notaio, a se stessa.
Ma quella notte non decise nulla.
Per una volta, lasciò che il cuore non fosse una domanda da risolvere subito.
Lo lasciò battere.