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Capitolo

La pianta caduta

Il balcone di fronte

Claudia abitava al quinto piano di un palazzo color crema, in una strada non troppo centrale ma nemmeno periferica, una di quelle vie di città dove la vita scorre senza fare troppo rumore. Al mattino passavano autobus pieni, motorini frettolosi, studenti con gli zaini e persone che parlavano al telefono già prima delle otto. La sera, invece, la strada si riempiva di luci calde, finestre accese e profumo di cucine diverse.

Il suo appartamento non era grande, ma aveva un balcone lungo e stretto che lei aveva trasformato, con pazienza, in un piccolo giardino sospeso. Gerani rossi, basilico, menta, rosmarino, lavanda, una bouganville ancora giovane, due cassette di viole e una pianta di limone che non aveva mai prodotto limoni ma che Claudia difendeva come una causa personale.

Ogni mattina, prima di andare al lavoro, usciva sul balcone con una tazza di caffè e controllava le foglie. Tagliava quelle secche, girava i vasi verso la luce, parlava sottovoce alle piante nei giorni difficili. Non lo avrebbe ammesso con nessuno, ma quelle piante erano diventate una compagnia. Non facevano domande, non giudicavano, non chiedevano spiegazioni. Crescevano, se avevano abbastanza luce.

Claudia lavorava in una piccola agenzia assicurativa. Aveva trentotto anni, un matrimonio finito da due e la convinzione di essersi riorganizzata abbastanza bene. Pagava le bollette, usciva con qualche amica, telefonava alla madre ogni domenica, comprava libri che leggeva a metà e curava il balcone con una dedizione che a volte le sembrava eccessiva.

Di fronte al suo palazzo ce n’era un altro, leggermente più alto, con balconi più piccoli e finestre grandi. Al quarto piano viveva un uomo che Claudia vedeva spesso alla scrivania. Non sapeva il suo nome. Lo chiamava mentalmente “l’uomo della finestra”.

Lo vedeva soprattutto nel tardo pomeriggio, quando rientrava dal lavoro e lui era ancora davanti al computer. A volte si alzava, apriva la finestra, restava qualche minuto a guardare fuori e poi tornava alla scrivania. Portava spesso una camicia chiara, in inverno un maglione grigio, e aveva l’aria di chi ascolta più di quanto parli.

Non si erano mai salutati davvero. Qualche volta i loro sguardi si erano incrociati per caso, ma entrambi avevano distolto gli occhi con la prontezza educata degli sconosciuti urbani.

Un sabato mattina di aprile, Claudia decise di sistemare la bouganville. La pianta era cresciuta in modo disordinato e alcuni rami sporgevano oltre la ringhiera. Prese le forbici, un paio di guanti e una piccola scala pieghevole. Il sole era piacevole, l’aria leggera, la strada più tranquilla del solito.

Stava spostando un vaso di terracotta quando il telefono squillò dentro casa. Claudia si voltò di scatto, il gomito urtò la scala e il vaso scivolò.

Per un istante lo vide cadere nel vuoto.

«No!» gridò.

Il vaso non precipitò in strada. Rimbalzò contro una tenda da sole del piano inferiore, si capovolse e finì, miracolosamente intero, sul piccolo terrazzo del palazzo di fronte.

Proprio davanti alla finestra dell’uomo della scrivania.

Claudia rimase immobile, con una mano sulla bocca.

Pochi secondi dopo, la finestra di fronte si aprì.

L’uomo uscì sul terrazzo e guardò prima il vaso, poi lei.

Claudia avrebbe voluto scomparire dietro il limone senza limoni.

«Mi dispiace!» gridò, cercando di farsi sentire dall’altra parte della strada. «È mio!»

Lui sollevò il vaso con cautela. La pianta era un geranio rosa, un po’ spettinato ma vivo.

«Mi sembra sopravvissuto», rispose.

La sua voce arrivò chiara, più calda di quanto Claudia avesse immaginato.

«Non so come recuperarlo.»

L’uomo guardò la distanza tra i palazzi, poi il vaso, poi di nuovo lei.

«Potrei tenerlo in ostaggio finché non organizziamo uno scambio.»

Claudia rise, sorpresa.

«È un geranio molto sensibile. Non ama i rapimenti.»

«Allora lo tratterò con rispetto.»

Fu così che cominciò.

Non con una cena, non con un appuntamento, non con una frase memorabile.

Con una pianta caduta sul balcone sbagliato.

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Per tutto il resto della giornata Claudia pensò al vaso. O meglio, pensò all’uomo che lo aveva raccolto. Si disse che era normale: aveva quasi colpito uno sconosciuto con una pianta, poteva concedersi un po’ di imbarazzo. Ma la verità era che, da quel momento, il balcone di fronte non le sembrava più soltanto una facciata tra le tante.

Nel pomeriggio, uscì sul balcone con l’intenzione di sistemare le altre piante e vide che il geranio rosa era stato posizionato sul terrazzo dell’uomo, vicino alla ringhiera, in piena luce. Accanto al vaso c’era un foglio fissato con una molletta.

Claudia strinse gli occhi, ma non riuscì a leggere.

Prese il binocolo da teatro che aveva comprato anni prima e mai usato davvero. Si sentì ridicola. Poi guardò.

Sul foglio c’era scritto:

Il paziente sta bene. Richiede solo acqua e rassicurazioni.

Claudia scoppiò a ridere da sola.

Rispose con un cartoncino recuperato da una vecchia agenda. Scrisse in grande, con un pennarello blu:

Grazie. È un geranio drammatico, ma generoso.

Lo fissò alla ringhiera con due mollette.

Poco dopo, l’uomo della finestra uscì sul terrazzo. Lesse il biglietto, sorrise e rientrò. Dopo qualche minuto tornò con un altro foglio.

Come si chiama?

Claudia pensò che chiedesse di lei. Sentì un piccolo battito in più. Poi capì che probabilmente si riferiva alla pianta.

Rispose:

Il geranio si chiama Amelia. Io Claudia.

La risposta arrivò dopo pochi minuti.

Piacere, Claudia. Io Davide. Amelia è in buone mani.

Claudia rimase con il biglietto in mano più del necessario.

Davide.

Ora l’uomo della finestra aveva un nome.

La sera, mentre preparava la cena, Claudia si ritrovò a guardare più volte verso il palazzo di fronte. La finestra di Davide era illuminata. Lui era alla scrivania, ma ogni tanto alzava lo sguardo verso il terrazzo, dove Amelia sembrava essersi adattata senza traumi al nuovo indirizzo.

Claudia pensò che le piante, a volte, sono più coraggiose delle persone. Cadono, cambiano balcone e continuano a cercare la luce.

Lei, invece, dopo la separazione, aveva fatto il contrario: aveva ridotto le aspettative, chiuso alcune stanze, imparato a non sporgersi troppo.

Quella notte lasciò il balcone aperto più a lungo del solito.

Non aspettava nulla.

O forse aspettava solo che il geranio stesse davvero bene.

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Il giorno dopo era domenica. Claudia si svegliò tardi, preparò il caffè e uscì sul balcone ancora in pigiama, dimenticando per un momento che il balcone di fronte non era più anonimo.

Davide era già sul terrazzo, con una tazza in mano.

«Buongiorno», disse lui.

Claudia si sistemò i capelli con un gesto inutile. «Buongiorno. Amelia ha dormito bene?»

«Non si è lamentata.»

«È un buon segno.»

Rimasero a guardarsi da una distanza abbastanza grande da proteggere e abbastanza piccola da incuriosire.

«Vuole recuperarla?» chiese Davide.

«Sì. Ma non so come. Non credo che l’amministratore approverebbe una carrucola tra i palazzi.»

«Peccato. Sarebbe un intervento urbanistico interessante.»

Claudia sorrise. «Potrei passare dal suo portone.»

La frase uscì naturale, poi le sembrò troppo diretta.

Davide non sembrò pensarla così.

«Certo. Civico 18. Quarto piano. Sono in casa quasi tutto il giorno.»

«Lavora da casa?»

«Sì. Traduco manuali tecnici e qualche libro, quando sono fortunato.»

«Libri?»

«Saggi. Niente di romantico.»

«Peccato. Amelia avrebbe preferito un ambiente letterario.»

Davide rise. Claudia scoprì che le piaceva farlo ridere.

Nel pomeriggio, con una scusa pratica e un’agitazione sproporzionata, attraversò la strada. Il portone del civico 18 era più vecchio del suo, con l’androne scuro e una scala di marmo consumata al centro. Davide le aprì prima che suonasse una seconda volta.

Da vicino era diverso. Più reale. Aveva occhi castani, qualche filo grigio tra i capelli e un’espressione gentile ma trattenuta.

«Benvenuta nel reparto rianimazione piante», disse.

Claudia rise e lo seguì verso il terrazzo. L’appartamento era ordinato ma non freddo: libri, una scrivania grande, una lampada accesa anche di giorno, fotografie di viaggi, una chitarra appoggiata a una parete.

Amelia era sul terrazzo, in ottime condizioni.

«Ha avuto un trattamento migliore che da me», disse Claudia.

«Ho seguito istruzioni immaginarie.»

Lei prese il vaso. «Grazie davvero. Poteva finire molto peggio.»

«Sì. Poteva essere un cactus.»

Claudia rise di nuovo.

Prima di uscire, Davide le porse un piccolo sottovaso.

«Questo è suo. Credo sia caduto insieme al vaso.»

Le loro mani si sfiorarono.

Fu un gesto minimo. E proprio per questo rimase sospeso un secondo di troppo.

Claudia tornò nel suo palazzo con Amelia tra le braccia e una sensazione strana nel petto. Una cosa leggera, prudente, quasi dimenticata.

Il giorno dopo, sul terrazzo di Davide comparve un nuovo biglietto:

Il balcone sembra più vuoto senza Amelia.

Claudia rispose:

Posso prestarle una talea. Le piante, come certi incontri, si moltiplicano per caso.

Questa volta Davide impiegò più tempo a rispondere.

Accetto la talea. E forse anche il caso.

Claudia guardò il biglietto a lungo.

Il balcone di fronte, ormai, non era più soltanto di fronte.

Era diventato vicino.