Nei giorni successivi Marco tornò spesso alla scuola Pascoli. Ufficialmente per seguire il progetto di recupero degli arredi e preparare l’articolo. In realtà, per leggere le lettere insieme ad Anna.
La preside Ruggeri aveva messo a disposizione una piccola aula al piano terra, temporaneamente usata come laboratorio di restauro. Lì erano stati sistemati il vecchio banco, alcune sedie, fotografie di classe, registri scolastici e oggetti ritrovati nel deposito: un compasso arrugginito, un diario senza copertina, una squadra spezzata, cartine geografiche scolorite, un mappamondo con confini ormai superati.
Anna lavorava con pazienza. Puliva il legno, consolidava le parti fragili, fotografava ogni incisione. Marco la osservava mentre prendeva appunti, e gli sembrava strano scoprire che la ragazza che ricordava fosse diventata una donna capace di ridare dignità alle cose consumate dal tempo.
«Perché hai scelto il restauro?» le chiese un pomeriggio.
Anna stava rimuovendo con delicatezza una macchia di colla dal bordo del banco.
«Perché mi piacciono le cose che non chiedono di essere rifatte da zero.»
«Bella risposta.»
«È anche vera.»
«E da ragazza lo sapevi già?»
Anna sorrise. «Da ragazza volevo fare l’archeologa, la pittrice, la libraia e, per una settimana, la veterinaria. Non ero molto coerente.»
«Io volevo fare lo scrittore.»
«E lo sei diventato.»
«Giornalista locale.»
«Scrivi storie vere.»
Marco la guardò. «Dette così sembrano più nobili.»
«Forse lo sono.»
Leggevano una lettera alla volta, senza fretta. Anna aveva insistito perché venissero digitalizzate e protette prima di maneggiarle troppo. Marco, ogni volta, provava la stessa combinazione di imbarazzo e tenerezza.
La seconda lettera era stata scritta dopo una gita scolastica.
Cara Anna,
oggi sul pullman ti sei seduta vicino al finestrino. Io ero tre file dietro e ho passato tutto il viaggio a fingere di guardare il paesaggio. In realtà guardavo il modo in cui tenevi la mano contro il vetro, come se volessi sentire la strada passare anche attraverso le dita.Quando siamo scesi al museo, tu hai detto che i quadri antichi sembrano persone che aspettano ancora una risposta. Io avrei voluto dirti che anche io aspetto una risposta, ma prima dovrei farti una domanda.
La domanda è semplice: ti andrebbe di camminare con me alla prossima gita?
Naturalmente non te lo chiederò.
Marco
Anna rise piano. «Eri molto drammatico.»
«Ero molto tredicenne.»
«Non sono sicura che le due cose siano diverse.»
Marco si appoggiò allo schienale della sedia. «Tu davvero dicesti quella cosa sui quadri?»
«Sì. Me la ricordo.»
«Io no.»
«Forse perché eri impegnato a non chiedermi di camminare con te.»
Marco rise, ma sotto il sorriso sentì una piccola fitta. Quante volte aveva rinunciato prima ancora di provare? Quante frasi erano rimaste nella sua vita in forma di bozza?
Anna sembrò leggergli il pensiero.
«Non essere troppo duro con quel ragazzo», disse. «Faceva quello che poteva.»
«Poteva fare di più.»
«Forse. Ma a quell’età il coraggio sembra sempre appartenere agli altri.»
PAGE-BREAKLa terza lettera li riportò alla primavera dell’ultimo anno.
Cara Anna,
oggi hai pianto in bagno dopo l’interrogazione di matematica. Non volevo sentirti, ma ero nel corridoio perché avevo chiesto di uscire. Avrei voluto bussare e dirti che non importa, che un cinque non cambia quello che sei, che tu sei molto più di un voto scritto in rosso.Invece sono rimasto davanti alla porta con le mani fredde e non ho fatto niente. Poi è arrivata Laura, la tua amica, e tu hai smesso di piangere.
Io sono bravo a scrivere quello che avrei dovuto fare. Molto meno a farlo.
Se un giorno diventerò grande, spero di diventare uno che bussa.
Marco
Anna non sorrise. Tenne la lettera tra le mani, guardando un punto lontano del banco.
«Quella giornata me la ricordo benissimo», disse.
«Mi dispiace.»
«Per l’interrogazione?»
«Per non aver bussato.»
Anna scosse la testa. «Non potevi sapere.»
«Avevo capito che stavi male.»
«Sì. Ma anche io, se ti avessi visto piangere, forse non avrei saputo cosa fare.»
Marco la osservò. «Tu piangevi spesso?»
«No. Quasi mai. Cercavo di sembrare sempre a posto.»
«Ci riuscivi.»
«Appunto.»
Quella risposta aprì un varco. Anna raccontò di essere stata una ragazza molto diversa da come Marco la ricordava. Non sicura, non distante, non irraggiungibile. Solo abituata a controllarsi. Figlia di genitori esigenti, prima della classe per dovere più che per gioia, sempre educata, sempre composta, sempre pronta a non disturbare.
«Io pensavo che tu non avessi bisogno di nessuno», disse Marco.
«Io pensavo che tu non volessi avvicinarti a nessuno.»
Si guardarono, stupiti dalla simmetria dei loro errori.
«Eravamo due ragazzi molto male informati», disse lui.
Anna sorrise. «Sì.»
Nei giorni seguenti cominciarono a parlare non solo del passato, ma anche del presente. Marco raccontò della sua carriera giornalistica, dei pezzi scritti di notte, della scelta di restare in provincia mentre molti amici erano partiti. Aveva avuto alcune relazioni, nessuna davvero stabile. Una convivenza finita con affetto e stanchezza. Una vita piena di parole pubblicate e povera di parole dette al momento giusto.
Anna raccontò di aver vissuto a Firenze, poi a Bologna, lavorando in laboratori di restauro. Si era sposata giovane con un collega, ma il matrimonio era finito dopo pochi anni. Nessun rancore, disse. Solo due persone più innamorate dell’idea di capirsi che capaci di farlo davvero.
«Sei tornata da poco?» chiese Marco.
«Da sei mesi. Mia madre non sta bene. E poi avevo bisogno di rallentare.»
«Rallentare è una parola che capisco.»
«Non sembri uno che rallenta.»
«Lo faccio male. Di solito mi fermo di colpo.»
Anna rise.
Quel riso, adulto e familiare insieme, cominciò a diventare per Marco qualcosa che aspettava durante il giorno.
Un pomeriggio, mentre sistemavano alcune fotografie di classe, trovarono l’immagine della loro terza media. Tutti in fila nel cortile: maglioni larghi, frange improbabili, sorrisi incerti.
Anna era nella terza fila, lato sinistro.
Marco dietro di lei, leggermente spostato, come se anche nella fotografia avesse cercato una posizione da cui guardarla senza essere visto.
Anna indicò la foto.
«Eccoci.»
Marco sorrise. «La ragazza della terza fila.»
«E il ragazzo che non bussava.»
«Titolo severo.»
«Ma recuperabile.»
Quella parola gli rimase addosso.
Recuperabile.
Come un banco graffiato.
Come una lettera mai consegnata.
Forse come certe persone.
PAGE-BREAKIl signor Vito arrivò al laboratorio un mercoledì mattina, con un cappello di lana, un bastone e una busta piena di fotografie. Era stato collaboratore scolastico alla Pascoli per più di trent’anni e, secondo la preside, ricordava ogni alunno, ogni professore e molte marachelle mai verbalizzate.
«Io questo banco lo conosco», disse appena entrò.
Marco e Anna si voltarono.
«Davvero?» chiese lei.
«Certo. Aula 2B. Lato finestra. Aveva una vite lenta che faceva rumore ogni volta che qualcuno appoggiava il gomito.»
Marco rise. «È vero.»
Vito lo guardò meglio. «Tu sei Bellini. Quello che scriveva sempre.»
Marco si sentì di nuovo tredicenne. «Sì.»
«E tu sei Lamberti. Quella che rimetteva in ordine i libri della biblioteca anche quando non glielo chiedevano.»
Anna sorrise. «Colpevole.»
Il signor Vito appoggiò la busta sul tavolo. «La preside mi ha detto delle lettere. Io forse so perché sono finite nel banco.»
Marco si irrigidì. «Io pensavo di averle dimenticate lì.»
«Non proprio.»
Vito si sedette con calma. Raccontò che, alla fine dell’anno scolastico, durante lo svuotamento delle aule, aveva trovato alcune buste nel vano del banco. Aveva riconosciuto il nome di Anna, ma non aveva voluto buttarle.
«Pensai che fossero cose di ragazzi. Ma le cose di ragazzi, quando sono scritte bene, ogni tanto meritano rispetto.»
«Perché non me le consegnò?» chiese Anna.
Vito fece una smorfia. «Perché l’ultimo giorno di scuola tu non c’eri. Ricordi?»
Anna annuì lentamente. «Mio padre ebbe un incidente con l’auto. Nulla di grave, ma partimmo subito.»
«E Bellini non lo vidi più. Poi il banco finì nel deposito con altri arredi. Io misi le lettere in una busta più grande e le lasciai lì, pensando che sarei tornato a prenderle. Naturalmente non lo feci.»
Marco lo guardò con una specie di gratitudine confusa. «Quindi lei le ha salvate.»
«O le ho fatte arrivare con ventisette anni di ritardo. Dipende da come la vedi.»
Anna sfiorò il bordo del banco. «Forse sono arrivate quando potevano essere lette.»
Il signor Vito tirò fuori dalla busta alcune fotografie: feste di fine anno, recite, gite, squadre scolastiche. In una, Marco e Anna erano nella biblioteca della scuola. Lui teneva un libro aperto, lei guardava verso di lui con un’espressione che Marco non ricordava.
«Questa non l’avevo mai vista», disse.
Anna la prese, sorpresa.
«Nemmeno io.»
Vito sorrise con aria furba. «A volte gli adulti vedono meglio dei ragazzi. Voi due vi giravate intorno come gatti in cortile.»
Marco tossì. Anna arrossì appena.
«Signor Vito», disse lei, «lei avrebbe potuto dircelo allora.»
«E perdermi lo spettacolo? No.»
Risero tutti.
Prima di andare via, Vito lasciò loro un’ultima busta.
«Questa era separata dalle altre. Non so se sia importante.»
Marco la prese.
Sopra c’era scritto:
Per Anna, il giorno dell’esame.
Lui ricordò subito.
Quella era la lettera che avrebbe dovuto consegnare davvero.
La lettera finale.
La più importante.
Anna lo guardò. «La leggiamo?»
Marco respirò lentamente.
«Sì.»
Ma mentre apriva la busta, si accorse che dentro non c’era solo la sua lettera.
C’era anche un foglio più piccolo, piegato a metà.
Una grafia diversa.
Quella di Anna.