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Capitolo

I magazzini della nebbia

Il mistero dell’ultimo binario

I magazzini dismessi della stazione di San Vittore erano costruzioni basse, con muri scrostati e tetti di lamiera anneriti dal tempo. Sorgevano oltre il binario morto, in una zona dove la nebbia arrivava prima che nel resto del paese e sembrava non andarsene mai del tutto.

Laura Ferretti vi arrivò all’alba, accompagnata dall’agente Marino e da Carlo Neri. Il cancello era chiuso con una catena nuova, diversa dal resto dell’edificio. Qualcuno l’aveva sostituita da poco.

«Chi ha le chiavi?» chiese Laura.

Carlo osservò la serratura. «In teoria il Comune. In pratica, anni fa le avevano in molti: ferrovieri, tecnici, operai della manutenzione.»

Marino tagliò la catena con una cesoia. Il cancello si aprì cigolando.

Dentro, l’aria sapeva di polvere, ferro e umidità. Le torce illuminarono casse vuote, scaffali piegati, vecchie targhe ferroviarie e attrezzi dimenticati. Il pavimento era coperto da uno strato di sporco così uniforme che ogni impronta sembrava una firma.

Al centro del primo magazzino c’era una porta forzata.

Laura si chinò. Il legno presentava segni recenti di scasso. Qualcuno era entrato da poco, cercando qualcosa con urgenza ma anche con una certa precisione.

«Qui non c’è nulla da rubare», disse Marino.

«Dipende da cosa si cerca», rispose Laura.

Nel secondo locale trovarono alcuni armadi metallici. Erano stati aperti e svuotati. Su uno scaffale restavano registri ferroviari degli anni Ottanta, ma mancava proprio quello relativo alle partenze notturne del 1989.

Carlo lo capì prima ancora che Laura parlasse.

«Il registro del 14 ottobre», disse.

L’ispettrice annuì. «Qualcuno ha seguito il nostro stesso percorso. Valigia, biglietto, magazzino.»

Accanto all’armadio, sul pavimento, trovò un frammento di tessuto blu. Lo raccolse con una pinzetta. Era spesso, ruvido, simile alla stoffa delle vecchie divise ferroviarie.

Carlo impallidì.

«Che cosa c’è?» chiese Laura.

«Malvisi portava una giacca così. Anche fuori servizio. Diceva che un capostazione non smette mai di essere capostazione.»

Laura mise il frammento in una busta. Ettore Malvisi, l’uomo che aveva autorizzato il treno fantasma, diventava sempre più centrale.

Ma Malvisi viveva isolato da anni, in una casa alla periferia del paese, e nessuno sembrava averlo visto negli ultimi giorni.

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Nel pomeriggio, Laura interrogò nuovamente Carlo Neri. Questa volta non al commissariato, ma nella sala d’attesa della stazione, davanti al binario tre. Voleva che l’uomo parlasse nel luogo in cui aveva imparato a tacere.

«Lei è entrato nei magazzini prima di noi?» chiese.

Carlo esitò troppo a lungo.

«Sì», ammise infine. «Ma non ho rubato il registro.»

«Perché non me lo ha detto?»

Dalla tasca tirò fuori una busta piegata. «Perché ho ricevuto questa.»

Laura lesse il messaggio.

Tu eri lì. Sai che Maria non partì. Se vuoi salvare quel poco che resta della tua coscienza, cerca nel magazzino prima che lo facciano gli altri.

La firma mancava.

Carlo raccontò di essere entrato nei magazzini la notte precedente. Aveva trovato la porta già forzata e gli armadi aperti. Spaventato, era fuggito senza toccare nulla.

«Volevo solo capire chi mi stava accusando», disse. «Non volevo più essere coinvolto.»

Laura lo fissò. «Lei è coinvolto dal 1989.»

Il ferroviere non rispose.

L’ispettrice fece analizzare il frammento di tessuto. La stoffa poteva appartenere a una vecchia giacca ferroviaria, ma non bastava a identificare una persona. Tuttavia, un altro dettaglio attirò la sua attenzione: sulla polvere vicino agli armadi c’erano impronte di scarpe moderne, non da lavoro. La persona entrata nei magazzini non era un ferroviere abituato a quei luoghi.

Laura chiese a Marino di controllare le telecamere stradali nei pressi della stazione. Una sola ripresa risultò utile: alle 23:04 della notte precedente, una piccola auto scura si era fermata vicino alla cancellata dei magazzini. Dall’auto era scesa una donna con un cappotto lungo.

Il volto non era visibile.

«Potrebbe essere chi ha lasciato la valigia?» chiese Marino.

«Forse», rispose Laura. «O forse qualcuno che vuole arrivare agli stessi documenti prima di lei.»

La distinzione era fondamentale.

Quella sera Laura ricevette una visita inattesa. Nora Bellini si presentò in commissariato con una piccola scatola di latta.

«L’ho tenuta nascosta per anni», disse. «Non volevo più averla in casa.»

Dentro c’era una copia parziale del registro mancante. Una sola pagina, strappata e piegata.

Alla data 14 ottobre 1989 compariva una nota scritta a mano:

Convoglio speciale. Binario 3. Autorizzazione verbale E.M.

E.M. poteva significare Ettore Malvisi.

Ma in fondo alla pagina c’era un’altra iniziale, aggiunta in seguito: R.

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La lettera R cambiava il quadro. Laura chiese a Carlo se nel 1989 qualcuno della fabbrica Rossi & Figli avesse un cognome con quell’iniziale.

Carlo fece un nome: Renato Rossi, uno dei proprietari della fabbrica.

Renato era morto da anni, ma suo figlio, Giulio Rossi, viveva ancora a San Vittore e gestiva ciò che restava del patrimonio familiare. Laura lo convocò.

Giulio Rossi si presentò in commissariato con un completo elegante e un’espressione infastidita. Disse di non sapere nulla del treno del 1989, dei magazzini o di Maria Sarti. Sosteneva di essere stato troppo giovane all’epoca.

«Aveva comunque sedici anni», osservò Laura. «Abbastanza per ricordare uno scandalo nella fabbrica di famiglia.»

Rossi sorrise appena. «In una fabbrica ci sono sempre scandali inventati da chi cerca denaro.»

Laura gli mostrò la pagina del registro.

Il sorriso sparì per un istante.

«Non vedo cosa provi.»

«Prova che il convoglio partì davvero e che qualcuno lo autorizzò fuori procedura. Prova anche che il nome Rossi è legato a quella notte.»

Giulio si alzò. «Parli con il vecchio Malvisi. Se è ancora capace di distinguere i ricordi dai fantasmi.»

Era la prima volta che qualcuno nominava Malvisi senza esitazione. Troppo in fretta, pensò Laura.

Quando l’ispettrice andò a casa dell’ex capostazione, trovò la porta socchiusa. La cucina era in ordine, la radio accesa a basso volume, una tazza ancora sul tavolo. Ma Ettore Malvisi non c’era.

In camera da letto, sul comodino, Laura trovò il coperchio vuoto di una scatola. La forma interna corrispondeva perfettamente a un orologio da tasca.

Quello trovato nella valigia.

Sul tavolo dello studio, invece, c’era un foglio scritto con mano tremante:

Non posso tacere ancora. Casello 12. Domani.

Laura uscì dalla casa mentre la nebbia risaliva dai campi.

Ora tutto convergeva verso l’ex capostazione. La valigia, il biglietto, i magazzini e il registro rubato erano solo preparativi. Qualcuno stava spingendo Malvisi a parlare.

Oppure stava cercando di impedirglielo.