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Capitolo

Il biglietto senza destinazione

Il mistero dell’ultimo binario

La vecchia biglietteria della stazione di San Vittore era chiusa da anni. Le serrande interne erano abbassate, il vetro dello sportello era opaco di polvere e sulla parete resisteva ancora una tabella degli orari ormai inutilizzabile. Sembrava un luogo sospeso, fermo in un tempo che nessuno aveva avuto il coraggio di cancellare del tutto.

Laura Ferretti chiese le chiavi al responsabile comunale degli immobili ferroviari. Le arrivarono in una busta di carta, legate con un filo sottile e accompagnate da una nota: “Locali non utilizzati. Prestare attenzione al pavimento”.

Entrò nel locale insieme all’agente Marino, il più giovane del commissariato. La luce della torcia tagliò l’aria carica di polvere. Sul banco c’erano ancora un timbro, una vecchia calcolatrice e un blocchetto di moduli scoloriti.

«Sembra che qualcuno sia uscito per pausa pranzo e non sia più tornato», disse Marino.

Laura non rispose. Si avvicinò ai cassetti sotto il bancone. Il primo era vuoto, il secondo conteneva elastici secchi e graffette arrugginite. Il terzo non si apriva.

Con un piccolo cacciavite, l’agente fece leva sulla serratura. Il cassetto cedette con un rumore secco.

Dentro c’era un solo oggetto: un biglietto ferroviario.

Era intatto, non timbrato, stampato su cartoncino rigido. Non riportava alcuna destinazione. Dove avrebbe dovuto esserci il nome della città d’arrivo, lo spazio era vuoto. In basso, però, erano segnati una data e un orario:

14 ottobre 1989 — ore 22:17

Laura lo osservò a lungo. Era la stessa data della fotografia, lo stesso orario dell’orologio da tasca trovato nella valigia.

«Un biglietto senza destinazione non serve a viaggiare», disse Marino.

«Infatti», rispose Laura. «Serve a comunicare.»

Fece controllare il numero di serie del biglietto. Apparteneva a un blocco emesso proprio dalla stazione di San Vittore alla fine degli anni Ottanta. La persona che poteva saperne di più era Nora Bellini, ex bigliettaia, oggi in pensione.

Nora viveva in un appartamento al secondo piano di una palazzina vicino alla piazza del mercato. Quando Laura le mostrò il biglietto, la donna si irrigidì.

«Sono passati troppi anni», disse. «Non ricordo ogni pezzo di carta che ho venduto.»

«Questo non è stato venduto. Non ha destinazione.»

Nora distolse lo sguardo verso la finestra.

Laura appoggiò il biglietto sul tavolo. «Signora Bellini, qualcuno sta riportando alla luce quello che è successo la notte del 14 ottobre 1989. Se lei sa qualcosa, è il momento di parlare.»

L’ex bigliettaia rimase in silenzio. Poi prese una sigaretta da un pacchetto chiuso, senza accenderla.

«Quel biglietto non era per un viaggio», disse infine. «Era un segnale.»

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Nora Bellini raccontò la sua versione lentamente, scegliendo ogni parola come se potesse ancora ferire qualcuno.

La sera del 14 ottobre 1989 era di turno in biglietteria. La stazione era quasi vuota, ma intorno alle nove e mezzo arrivò Pietro Salvi, il contabile della fabbrica Rossi & Figli. Era nervoso, sudato, con una borsa di pelle stretta contro il petto.

«Mi chiese un biglietto senza destinazione», disse Nora. «Pensai fosse impazzito. Poi mi mostrò una busta. Dentro c’erano documenti. Mi disse che se non fosse partito quella notte, molte persone avrebbero pagato al posto dei veri colpevoli.»

«Quali colpevoli?» chiese Laura.

Nora scosse la testa. «Non volle dirmelo. Parlò solo della fabbrica, dei conti falsificati e di una ragazza accusata ingiustamente.»

«La ragazza si chiamava Marta?»

Nora socchiuse gli occhi. «Maria. Si chiamava Maria Sarti.»

Le iniziali sul fazzoletto trovato nella valigia, M.S., trovarono finalmente un nome.

Laura prese appunti.

Nora continuò. «Maria lavorava in amministrazione. Aveva scoperto movimenti strani nei registri. Poco dopo fu accusata di aver sottratto denaro. Pietro Salvi sapeva che era innocente. Voleva portare via le prove.»

Il biglietto senza destinazione serviva come riconoscimento. Chi lo avesse mostrato avrebbe avuto accesso al treno merci in partenza dal binario tre. Nessuna destinazione scritta, nessuna traccia ufficiale.

«Chi organizzò la partenza?» domandò Laura.

Nora abbassò la voce. «Il capostazione Malvisi diede il via libera. Ma non era solo. C’erano pressioni dall’esterno. La fabbrica dava lavoro a metà paese. Nessuno voleva uno scandalo.»

Laura mostrò a Nora una delle fotografie trovate nella valigia. La donna indicò la figura con il cappotto chiaro.

«È Maria. Quella sera non avrebbe dovuto essere lì. Doveva salire sul treno con Pietro.»

«E ci salì?»

Nora strinse la sigaretta tra le dita. «La vidi attraversare il sottopassaggio. Poi non la vidi più.»

Laura comprese che ogni testimone possedeva un frammento. Carlo ricordava il treno, Nora il biglietto, Malvisi forse l’ordine. Ma mancava ancora la domanda decisiva: chi aveva impedito a Maria Sarti di arrivare a destinazione?

Prima di congedarsi, Nora aggiunse un particolare.

«Il biglietto che ha trovato non è quello consegnato a Pietro. Quello partì con lui. Questo è il duplicato che tenni nascosto. Avevo paura che un giorno servisse.»

«Perché non lo consegnò prima?»

«Perché avevo più paura della verità che della menzogna.»

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Laura tornò in commissariato con il biglietto e una nuova certezza: Maria Sarti non era un nome secondario, ma il centro della storia. Fece cercare il suo fascicolo negli archivi comunali. Il risultato arrivò nel tardo pomeriggio.

Maria Sarti, nata a San Vittore nel 1964, impiegata amministrativa presso la fabbrica Rossi & Figli, era stata denunciata per appropriazione indebita poche settimane prima della scomparsa. Il procedimento non era mai arrivato a processo perché la donna si era resa irreperibile.

La versione ufficiale diceva che era fuggita per evitare la condanna.

La valigia diceva altro.

Laura fece chiamare Carlo Neri. Gli mostrò il nome di Maria.

Il ferroviere si sedette lentamente. «Avevo cercato di dimenticarlo.»

«Si ricorda se quella notte Maria salì sul treno?»

Carlo si coprì il volto con le mani. «La vidi vicino al binario. Parlava con Salvi. Poi arrivò qualcuno. Non ricordo il volto. Ricordo solo un cappotto scuro e una macchina parcheggiata fuori dalla recinzione.»

«Perché non lo disse?»

«Perché Malvisi ci ordinò di tacere. Disse che non era affar nostro. Che il treno doveva partire e basta.»

Laura rimase in piedi davanti alla finestra. Fuori, la stazione sembrava immobile, ma sotto quell’immobilità si muovevano anni di paura.

La sera stessa ricevette una telefonata anonima.

«Smetta di cercare Maria Sarti», disse una voce alterata. «Nessuno può restituire ciò che è stato tolto.»

La chiamata si interruppe subito.

Laura non ebbe dubbi: chi aveva lasciato la valigia voleva la verità; qualcun altro, invece, voleva impedire che venisse scoperta.

Riaprì il biglietto e lo osservò sotto la lampada. Sul retro, quasi invisibile, c’era una piccola traccia di matita. Una parola cancellata male:

Magazzino.

Il prossimo luogo da controllare era chiaro.

I magazzini dismessi della stazione sorgevano oltre il binario morto, dietro una cancellata arrugginita. Erano chiusi da anni, ma Laura intuì che non erano vuoti come sembravano.

Il biglietto senza destinazione aveva indicato il percorso.

Adesso bisognava seguirlo.