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Capitolo

Il copione scomparso

Il sipario dell’ultima notte

Il Teatro Bellini dominava la piazza principale con la sua facciata severa, le colonne consumate dal tempo e le finestre alte, quasi sempre buie. Per vent’anni era rimasto chiuso, dopo un incendio mai chiarito che aveva interrotto l’ultima rappresentazione e spento la sua fama.

Ora, grazie a un restauro finanziato dal Comune e da alcuni privati, il teatro stava per riaprire. La prima serata sarebbe stata dedicata a un’opera inedita del vecchio maestro Giulio Bellini, fondatore della compagnia teatrale che aveva dato nome all’edificio.

Ma tre giorni prima dell’inaugurazione, il copione originale scomparve.

Fu per questo che Edoardo Riva venne chiamato dal direttore artistico, Marcello Guidi. Riva non era un investigatore appariscente. Portava cappotti scuri, parlava poco e aveva un modo di osservare gli oggetti come se fossero testimoni silenziosi.

Marcello lo accolse nel foyer, tra impalcature già smontate e lampadari appena lucidati.

«Senza quel copione siamo rovinati», disse. «Non era una semplice copia. Era il manoscritto originale del maestro Bellini, con annotazioni, tagli e correzioni.»

Il copione era conservato nell’archivio del teatro, chiuso in una teca. La serratura non mostrava segni di forzatura. Solo poche persone avevano accesso alla stanza: Marcello Guidi, la giovane attrice Viola Neri, il tecnico di scena Bruno Falco e la restauratrice Elena Sartori.

Edoardo volle parlare con ciascuno di loro.

Marcello Guidi appariva sinceramente disperato, ma troppo preoccupato per il danno economico e troppo poco per il valore artistico del manoscritto. Viola Neri, scelta come protagonista della serata inaugurale, era nervosa e fragile. Disse che quel copione la intimoriva, perché l’opera era legata alla leggenda dell’incendio.

Bruno Falco, tecnico di scena da oltre trent’anni, conosceva ogni passaggio nascosto del teatro. Sosteneva che il Bellini non avrebbe mai dovuto riaprire. «Ci sono luoghi che restano chiusi per una ragione», mormorò.

Elena Sartori, invece, aveva lavorato per mesi al restauro dei documenti e degli arredi. Quando Edoardo le chiese del copione, rispose con precisione, ma evitò di parlare dell’ultima pagina.

«Perché l’ultima pagina è importante?» chiese l’investigatore.

Elena esitò. «Perché non contiene battute. Contiene una dedica.»

Quella sera, Edoardo rimase solo nell’archivio. Osservò la teca vuota, il vetro pulito, la serratura intatta. Poi notò una traccia di polvere spostata sotto lo scaffale vicino alla parete.

Dietro lo scaffale trovò un passaggio stretto, murato solo in parte.

Qualcuno non aveva aperto la teca dall’ingresso principale. Era entrato dall’interno del teatro, attraverso un corridoio dimenticato.

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Il passaggio conduceva a una scala di servizio dietro il palcoscenico. Era stretta, buia, piena di ragnatele e odore di legno umido. Edoardo la percorse con una torcia, seguendo le impronte leggere lasciate nella polvere.

La scala terminava dietro un vecchio fondale raffigurante un giardino notturno. Da lì si poteva raggiungere l’archivio senza essere visti.

Quando Edoardo tornò sul palco, trovò Bruno Falco seduto su una cassa di scena.

«Lo ha trovato, vero?» disse il tecnico.

«Il passaggio?»

Bruno annuì. «Lo usavano gli attori per entrare in scena senza attraversare il corridoio principale. Dopo l’incendio lo chiusero. O almeno dissero di averlo chiuso.»

«Chi lo conosceva?»

«Io. Marcello. Forse Elena, se ha studiato i vecchi progetti. Viola no, è troppo giovane.»

Edoardo non era convinto. I giovani spesso conoscevano più cose di quanto gli anziani immaginassero.

Nel camerino di Viola trovò un particolare interessante: una fotografia ingiallita infilata nello specchio. Ritraeva una donna in costume teatrale, somigliante in modo impressionante alla giovane attrice. Sul retro c’era scritto: “Livia, ultima notte”.

Viola, interrogata, confessò che Livia Neri era sua nonna. Aveva recitato al Bellini la notte dell’incendio ed era morta pochi mesi dopo, senza più tornare in scena.

«Mia nonna diceva che il maestro Bellini aveva scritto l’ultima pagina per lei», spiegò Viola. «Ma nessuno le credette.»

Il copione rubato non era dunque soltanto un documento teatrale. Poteva provare una relazione, una dedica, forse un diritto morale mai riconosciuto.

Più tardi, Edoardo parlò con Elena Sartori. La restauratrice ammise di aver letto l’ultima pagina prima della scomparsa.

«C’era una dedica a Livia Neri», disse. «Ma c’era anche una frase inquietante: “Se il sipario cadrà, la verità brucerà con noi”.»

Quella frase collegava il manoscritto all’incendio di vent’anni prima.

Marcello Guidi, quando seppe della dedica, reagì con fastidio. «Non possiamo trasformare la riapertura in una storia di vecchi scandali. Il pubblico vuole teatro, non fantasmi.»

Edoardo pensò che i fantasmi, di solito, comparivano proprio quando qualcuno cercava di ignorarli.

La notte stessa, sul palco venne trovato un foglio strappato. Era una copia dell’ultima pagina del copione. In fondo compariva una frase aggiunta a matita:

Il copione tornerà quando il colpevole parlerà.

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Il mattino seguente Edoardo convocò i quattro sospetti in platea. Il teatro era vuoto, ma le poltrone rosse sembravano osservare la scena come un pubblico silenzioso.

«Il copione non è stato rubato per venderlo», disse l’investigatore. «È stato nascosto per costringere qualcuno a ricordare.»

Marcello protestò. Bruno rimase immobile. Elena abbassò lo sguardo. Viola tremava.

Edoardo si rivolse alla giovane attrice.

«Lei sapeva del passaggio segreto?»

Viola esitò, poi annuì. «Mia nonna me ne parlava quando ero bambina. Diceva che da lì si poteva entrare nel cuore del teatro.»

«È stata lei a prendere il copione?»

La ragazza chiuse gli occhi. «Sì. Ma non per rubarlo. Volevo leggere l’ultima pagina durante la serata inaugurale. Volevo che il nome di mia nonna fosse finalmente pronunciato.»

Il copione venne recuperato in una cassa dietro il fondale del giardino notturno. Era intatto.

Marcello tirò un sospiro di sollievo, ma Edoardo non considerava il caso concluso.

«Viola ha nascosto il manoscritto», disse. «Ma non ha scritto la frase sul foglio trovato stanotte.»

La giovane lo guardò sorpresa. «No. Non sono stata io.»

Edoardo mostrò il foglio. La calligrafia era incerta, ma la matita aveva lasciato un segno profondo. Qualcuno aveva scritto con rabbia.

Bruno Falco si alzò lentamente.

«Allora è cominciata davvero», disse.

«Che cosa?» chiese Marcello.

Il tecnico guardò il sipario chiuso. «La notte in cui il teatro bruciò, qualcuno doveva parlare. Non lo fece. Da allora questo posto aspetta.»

Edoardo osservò il palco. La scomparsa del copione era solo il primo atto. Il Teatro Bellini stava riaprendo, ma con esso si riapriva anche una ferita rimasta coperta dalla polvere.