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Capitolo

La maschera insanguinata

Il sipario dell’ultima notte

Il giorno dopo il ritrovamento del copione, le prove ripresero con fatica. Viola Neri era tornata sul palco, ma ogni battuta sembrava pesare più del dovuto. Marcello Guidi cercava di mantenere il controllo, mentre Bruno Falco si muoveva tra le quinte con l’aria di chi attende un disastro annunciato.

Edoardo Riva rimase in teatro. Marcello gli aveva chiesto di sorvegliare discretamente gli ultimi preparativi. L’investigatore accettò, convinto che la scomparsa del copione fosse soltanto il primo segnale.

Non dovette aspettare molto.

Nel pomeriggio, durante una pausa, Elena Sartori urlò dal deposito dei costumi. Quando Edoardo arrivò, la trovò davanti a un tavolo, pallida, con una mano sulla bocca.

Sul tavolo c’era una maschera teatrale bianca. Una maschera da volto intero, usata nelle antiche rappresentazioni. Sulla guancia destra scendeva una macchia rossa, densa, simile a sangue.

Accanto alla maschera c’era un biglietto:

Il volto mente, la scena no.

Marcello voleva chiamare subito i giornalisti per denunciare un atto vandalico, ma Edoardo lo fermò. Prima bisognava capire se quella macchia fosse davvero sangue.

Elena spiegò che la maschera apparteneva al vecchio archivio scenico. Era stata usata durante l’ultima rappresentazione prima dell’incendio. Dopo quella notte era sparita, poi era ricomparsa durante i lavori di restauro in un baule chiuso.

«Chi poteva prenderla?» chiese Edoardo.

«Chiunque conosca il deposito», rispose Elena. «Ma pochi sanno cosa rappresenta.»

Bruno Falco, entrando nella stanza, sbiancò.

«Quella era la maschera di Livia», disse.

Viola, che lo aveva seguito, fece un passo avanti. «Di mia nonna?»

Bruno annuì. «La indossava nell’ultima scena. Quella che non riuscì mai a recitare.»

L’ultima scena. Il copione. La dedica. L’incendio. Edoardo vedeva i fili iniziare a intrecciarsi.

Fece analizzare la macchia. Non era sangue umano, ma vernice teatrale mescolata a ruggine. Qualcuno voleva creare un effetto drammatico, non lasciare una prova biologica.

Era un messaggio.

E i messaggi, in un teatro, non sono mai casuali.

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Edoardo chiese di ricostruire la storia della maschera. Bruno raccontò che, vent’anni prima, Livia Neri avrebbe dovuto indossarla durante la scena finale dell’opera di Bellini. Ma prima che quella scena iniziasse, scoppiò l’incendio dietro il fondale.

«Il pubblico venne evacuato», disse Bruno. «Nessuno morì, ma il teatro fu dichiarato inagibile. Livia non recitò mai più.»

«Perché?»

Il tecnico rimase in silenzio.

Viola rispose al suo posto. «Perché qualcuno la accusò di aver provocato l’incendio.»

La versione ufficiale parlava di un corto circuito. Ma in paese molti avevano sussurrato che Livia avesse acceso una candela in scena e dimenticato di spegnerla. La sua carriera finì quella notte.

Elena Sartori portò a Edoardo un registro dei materiali scenici. Alla voce “maschera bianca” compariva una nota scritta dopo l’incendio: “oggetto non recuperato”. Eppure la maschera era stata trovata durante il restauro.

«Dove esattamente?» chiese Edoardo.

«Nel baule numero sette, dietro il magazzino dei fondali.»

Il baule numero sette era chiuso con una serratura antica. Edoardo lo esaminò e trovò un graffio recente sul bordo interno, come se qualcuno lo avesse aperto prima del ritrovamento ufficiale.

Nel fondo del baule scoprì un piccolo frammento di stoffa nera, impregnato dello stesso odore di ruggine e vernice della maschera.

Bruno indossava sempre guanti neri da lavoro. Marcello possedeva le chiavi del magazzino. Elena aveva catalogato ogni oggetto. Viola aveva un motivo personale per riportare alla luce la memoria della nonna.

Tutti potevano aver lasciato la maschera.

La sera, Edoardo percorse la platea vuota. Sul palco, Viola provava da sola l’ultima scena. La maschera era stata rimossa, ma l’attrice recitava come se la portasse ancora sul volto.

«Mia nonna diceva che la verità era nascosta nella scena finale», disse quando si accorse di lui. «Ma non so cosa volesse dire.»

Edoardo guardò il fondale alle sue spalle. Rappresentava un salone con una grande finestra dipinta. In basso, vicino al bordo, notò un segno più scuro.

Sollevò la tela. Dietro c’era una scritta tracciata sul legno:

Non fu la candela.

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La frase dietro il fondale cambiò tutto. Se l’incendio non era stato causato da una candela, allora qualcuno aveva lasciato che Livia Neri venisse accusata ingiustamente.

Edoardo riunì Marcello, Bruno, Elena e Viola nel deposito dei costumi.

«La maschera non è stata lasciata per spaventare», disse. «È stata lasciata per correggere una menzogna.»

Marcello sbuffò. «O per creare scandalo prima della riapertura.»

«Lei ha molta paura dello scandalo», osservò Edoardo.

Il direttore artistico arrossì. «Ho paura di perdere anni di lavoro.»

L’investigatore si rivolse a Elena. «Lei ha trovato la maschera prima del ritrovamento ufficiale, vero?»

La restauratrice abbassò gli occhi. «Sì. Durante il restauro. Ho capito che era importante e l’ho nascosta di nuovo. Volevo studiarla prima di consegnarla.»

«Poi qualcuno l’ha presa dal baule e l’ha trasformata in un messaggio.»

Bruno Falco tolse lentamente i guanti neri.

«Sono stato io», disse.

Viola lo fissò incredula.

Il tecnico spiegò di aver lasciato la maschera insanguinata per attirare l’attenzione sulla verità. Vent’anni prima era giovane, dipendente dal teatro e terrorizzato dall’idea di perdere il lavoro. Aveva visto qualcosa dietro le quinte, ma non aveva parlato.

«Che cosa vide?» chiese Edoardo.

Bruno deglutì. «Una persona vicino al quadro elettrico. Poco prima dell’incendio.»

«Chi?»

Il tecnico guardò Marcello Guidi.

Marcello impallidì. «Io ero in platea.»

«No», disse Bruno. «Non lei. Suo padre.»

Il padre di Marcello, vecchio impresario del teatro, era morto da anni. Ma se aveva avuto un ruolo nell’incendio, il caso non riguardava più soltanto la memoria di Livia Neri.

Riguardava la famiglia che aveva gestito il Teatro Bellini per una generazione.

Edoardo guardò la maschera bianca. Il volto, finalmente, aveva iniziato a parlare.