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Capitolo

L’ultimo sipario

Il sipario dell’ultima notte

La sera dell’inaugurazione, il Teatro Bellini era pieno. La notizia dei misteri circolava già in paese, ma nessuno conosceva davvero la verità. Il pubblico riempì la platea, i palchi, la galleria. Le luci dorate illuminavano velluti rossi, stucchi restaurati e volti impazienti.

Edoardo Riva sedeva in fondo alla sala, vicino all’uscita laterale. Non amava stare al centro della scena. Preferiva osservare da dove gli altri guardavano distrattamente.

Marcello Guidi salì sul palco prima dell’inizio. Per qualche secondo rimase in silenzio davanti al pubblico. Poi parlò.

«Questa sera il Teatro Bellini riapre non soltanto dopo un restauro, ma dopo una lunga omissione. L’opera che ascolterete non appartiene solo a Giulio Bellini. Una parte decisiva fu scritta da Livia Neri, attrice e autrice, il cui nome è stato ingiustamente dimenticato.»

Un brusio attraversò la sala.

Marcello continuò. Raccontò dell’incendio, del sabotaggio, della responsabilità morale di suo padre e della necessità di restituire a Livia il posto che le spettava.

Viola, dietro le quinte, ascoltava con gli occhi lucidi. Bruno Falco teneva una mano sulla leva del sipario. Elena Sartori, in disparte, osservava il risultato della sua regia segreta.

Poi lo spettacolo iniziò.

Per due atti tutto procedette senza incidenti. La musica riempiva la sala, e il pubblico sembrava dimenticare il peso delle parole appena ascoltate.

Ma prima dell’ultima scena, le luci tremarono.

Per un istante il teatro piombò quasi nel buio.

Edoardo si alzò.

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L’investigatore corse verso il quadro elettrico. Trovò la porta aperta e, accanto ai comandi, una figura china sui cavi.

Era Marcello Guidi.

«Si fermi», disse Edoardo.

Marcello si voltò. Aveva il volto sconvolto. «Non volevo sabotare. Volevo controllare. Ho avuto paura che qualcuno ripetesse ciò che accadde allora.»

Ma Edoardo vide subito che i cavi non erano stati tagliati. Qualcuno aveva solo disattivato temporaneamente un interruttore secondario.

«Non è stato lei», disse.

Un rumore provenne dal corridoio tecnico. Edoardo seguì i passi e raggiunse la scala che portava alla galleria. Lì trovò Elena Sartori con una piccola torcia in mano.

«Voleva spegnere le luci durante l’ultima scena», disse.

Elena non negò. «Solo per pochi secondi. Volevo che il pubblico provasse ciò che era accaduto vent’anni fa.»

«No», rispose Edoardo. «Voleva completare la sua rappresentazione.»

La restauratrice abbassò lo sguardo. Aveva cercato la verità, ma aveva finito per manipolarla. Per lei il teatro era diventato un tribunale, e il pubblico una giuria inconsapevole.

Edoardo la accompagnò fuori dalla zona tecnica. Marcello tornò al suo posto. Le luci furono stabilizzate.

L’ultima scena poté cominciare.

Viola entrò in scena con la maschera bianca tra le mani. Non la indossò. La tenne davanti a sé come un oggetto sacro, poi recitò la battuta cancellata dal vecchio copione:

La verità non brucia: illumina chi ha vissuto nell’ombra.

La sala rimase in silenzio.

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Quando il sipario cadde, nessuno applaudì subito. Per alcuni secondi il teatro respirò piano, come se aspettasse di capire se il passato fosse davvero terminato.

Poi partì un applauso lungo, crescente, liberatorio.

Viola pianse in scena. Bruno, dietro le quinte, si tolse il cappello. Marcello rimase immobile, sapendo di aver restituito qualcosa ma anche di aver perso per sempre l’immagine innocente della propria famiglia.

Elena Sartori venne allontanata dal teatro, ma Edoardo non la consegnò come una criminale qualunque. Aveva commesso azioni scorrette, aveva manipolato persone e situazioni, ma senza di lei forse nessuno avrebbe mai aperto gli armadi, i bauli e le memorie del Bellini.

«La verità non ha bisogno di trucchi», le disse prima che andasse via.

Elena rispose con un filo di voce: «A volte, però, senza trucchi nessuno la guarda.»

Edoardo non replicò. Sapeva che quella frase conteneva una parte amara di ragione.

Nei giorni successivi, il Comune annunciò che il foyer del teatro avrebbe ospitato una targa dedicata a Livia Neri, coautrice dell’ultima scena dell’opera di Giulio Bellini. I documenti sarebbero stati depositati nell’archivio storico, e il nome di Livia sarebbe finalmente comparso accanto a quello del maestro.

Una sera, prima di lasciare la città, Edoardo tornò nel teatro vuoto. Il sipario era chiuso. La platea silenziosa. Sul palco, la maschera bianca riposava su una sedia.

L’investigatore la osservò per qualche istante.

In un teatro, pensò, tutti cercano un ruolo: l’eroe, il colpevole, la vittima, il testimone. Ma la verità non recita. Aspetta soltanto che qualcuno abbia il coraggio di alzare il sipario.

Edoardo uscì nella piazza illuminata dai lampioni. Alle sue spalle, il Teatro Bellini restava acceso. Non come un luogo liberato dai fantasmi, ma come un luogo che aveva finalmente imparato ad ascoltarli.