Quella notte Edoardo Riva rimase nel teatro dopo la chiusura. Tutti erano convinti che il vecchio edificio fosse vuoto, ma l’investigatore sapeva che i teatri non sono mai davvero vuoti. Restano le voci, i passi, le battute ripetute troppe volte, i sospiri di chi non ha avuto il proprio applauso.
Verso mezzanotte, dal palcoscenico arrivò una musica.
Era lo stesso tema ascoltato nel camerino di Livia. Un motivo lento, malinconico, suonato al pianoforte. Edoardo seguì il suono fino alla buca dell’orchestra.
Il pianoforte era chiuso.
Eppure la musica continuava.
L’investigatore si chinò e vide un piccolo registratore nascosto sotto il leggio del direttore d’orchestra. Qualcuno lo aveva programmato per accendersi a mezzanotte.
Accanto al registratore c’era uno spartito arrotolato.
Edoardo lo aprì. In alto, scritto a mano, compariva il titolo dell’ultima scena. Sotto, due firme: Giulio Bellini e Livia Neri.
Era la prova che cercava.
Ma prima che potesse uscire dalla buca, una luce si accese in galleria. Una figura si mosse dietro il parapetto.
«Chi è?» chiamò Edoardo.
Nessuna risposta.
L’investigatore salì le scale laterali, ma quando raggiunse la galleria trovò solo una porta aperta e un forte odore di fumo. Non fumo di incendio: fumo teatrale, quello usato per gli effetti di scena.
Qualcuno voleva creare paura.
Oppure voleva coprire una fuga.
Sul pavimento, Edoardo trovò una custodia vuota per spartiti. All’interno c’era un’etichetta: Archivio Guidi.
Marcello non aveva detto tutto.
PAGE-BREAKIl mattino seguente, Edoardo affrontò Marcello nel suo ufficio. Sulle pareti c’erano fotografie del teatro com’era stato prima dell’incendio, locandine ingiallite e un ritratto del padre Guido.
«Suo padre conservava documenti privati sull’opera di Bellini», disse l’investigatore.
Marcello provò a negare, poi si arrese. Aprì un armadio e tirò fuori una scatola.
Dentro c’erano contratti, lettere e spartiti. Tra questi, un accordo mai registrato in cui Livia Neri rinunciava a ogni diritto sull’opera in cambio di una somma modesta.
«Mia madre mi disse che mio padre la costrinse a firmare», ammise Marcello. «Livia voleva denunciare tutto durante l’ultima rappresentazione. Voleva leggere la dedica e mostrare lo spartito firmato.»
«E suo padre sabotò la scena.»
Marcello abbassò lo sguardo. «Credo di sì. Ma non voleva incendiare il teatro. Voleva solo interrompere lo spettacolo.»
Il quadro era quasi completo. Guido Guidi aveva manomesso le luci per impedire a Livia di parlare. Il corto circuito aveva provocato l’incendio. Il teatro era stato chiuso, Livia screditata, l’opera dimenticata.
Ma restava una domanda: chi stava orchestrando i messaggi attuali?
Viola aveva nascosto il copione e preparato il camerino. Bruno aveva lasciato la maschera. Elena aveva taciuto sul ritrovamento. Marcello aveva custodito documenti compromettenti.
Ognuno aveva recitato una parte.
La musica nella notte, però, non apparteneva a nessuno di loro.
Edoardo controllò il registratore. Era stato programmato con un timer digitale moderno. Sul retro c’era un’etichetta di inventario del Comune.
Solo una persona esterna alla compagnia, ma vicina al restauro, poteva procurarselo facilmente.
La risposta portava a Elena Sartori.
PAGE-BREAKElena non fuggì quando Edoardo la raggiunse nell’archivio. Era seduta al tavolo, davanti allo spartito firmato da Bellini e Livia.
«Sapevo che ci sarebbe arrivato», disse.
La restauratrice confessò di aver programmato la musica. Durante il restauro aveva trovato gli spartiti e i contratti. Aveva compreso che Livia Neri era stata cancellata dalla storia del teatro e che la famiglia Guidi aveva costruito la propria reputazione su quella cancellazione.
«Perché non consegnare tutto subito?» chiese Edoardo.
«Perché i documenti possono essere archiviati, ignorati, contestati. Volevo che la verità entrasse in scena.»
Ogni messaggio aveva spinto qualcuno a rivelare una parte del passato. Viola il copione, Bruno la maschera, Marcello i contratti. Elena aveva diretto tutto come una regista invisibile.
«Lei non cercava giustizia», disse Edoardo. «Cercava una rappresentazione.»
Elena sorrise amaramente. «In un teatro, anche la verità ha bisogno di una scena.»
L’investigatore prese lo spartito e i documenti. La verità artistica su Livia Neri poteva ormai essere dimostrata. Ma l’incendio, pur nato da un sabotaggio, era prescritto e il suo principale responsabile era morto.
Restava la serata inaugurale.
Marcello propose di annullarla. Viola si oppose. Bruno, per la prima volta, fu d’accordo con lei.
«Il teatro deve riaprire», disse. «Ma questa volta senza bugie.»
Edoardo guardò il sipario chiuso.
La scena finale non era ancora stata recitata.