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Capitolo

La chiave della camera 12

Il mistero della pensione sul mare

La Pensione Aurora si trovava alla fine del lungomare, dove le case diventavano più basse, le insegne più rare e il rumore del mare più forte. D’estate era un luogo pieno di voci, valigie, ombrelloni e bambini che correvano verso la spiaggia. D’inverno, invece, sembrava un edificio dimenticato, con le persiane chiuse, il giardino battuto dal vento e l’insegna azzurra che cigolava sopra l’ingresso.

Il commissario Arturo Greco arrivò poco dopo le otto del mattino. Portava un cappotto scuro, un cappello di feltro e l’espressione paziente di chi aveva imparato, dopo molti anni di servizio, che i misteri più complicati iniziano quasi sempre da dettagli apparentemente insignificanti.

Ad attenderlo c’era Teresa Mancini, proprietaria della pensione. Aveva superato i sessant’anni, ma conservava un portamento deciso. Le mani, però, tradivano agitazione: continuava a stringere e ad aprire un mazzo di chiavi.

«Commissario, mi scusi se l’ho disturbata per una cosa che forse le sembrerà sciocca», disse. «Ma quella chiave non doveva sparire.»

«Di quale chiave parliamo?» chiese Greco.

«La chiave della camera 12.»

La pensione aveva dodici camere, ma la numero 12 non veniva affittata da anni. Si trovava al secondo piano, in fondo al corridoio, con una finestra che dava direttamente sul mare. Teresa spiegò che quella stanza era rimasta chiusa dopo la morte del marito, Vittorio Mancini, e che nessuno vi entrava se non per rare pulizie.

«Perché tenerla chiusa?» domandò il commissario.

Teresa esitò. «Era la sua stanza preferita. Diceva che da lì si sentiva il mare anche nei sogni.»

Greco non insistette. Chiese chi fosse presente nella pensione.

Gli ospiti erano pochi. C’era Dario Mancini, nipote di Teresa, che aiutava nella gestione ma avrebbe voluto vendere l’edificio a una società immobiliare. C’era Adele, cameriera e tuttofare, cresciuta quasi come una figlia in quella casa. E c’era un solo cliente: un uomo registrato come Pietro Conti, arrivato due giorni prima con una piccola valigia e poche parole.

La chiave della camera 12 era custodita dietro il banco della reception, appesa a un gancio separato dalle altre. La sera precedente Teresa l’aveva vista al suo posto. Al mattino era scomparsa.

«La porta della camera?» chiese Greco.

«Chiusa. Ma non ho avuto il coraggio di aprirla con la copia.»

Salirono insieme al secondo piano. Il corridoio era lungo e poco illuminato. Dal fondo arrivava il rumore del mare, più cupo che al piano terra. Davanti alla camera 12, Greco si fermò. La serratura non presentava segni di forzatura. Sulla maniglia, però, notò una traccia sottile di sabbia.

Teresa aprì con la copia.

La stanza era fredda. Il letto era coperto da un telo bianco, i mobili immobili sotto un velo di polvere, le tende tirate a metà. Ma qualcosa era fuori posto: sul pavimento, vicino alla finestra, c’erano impronte umide.

Qualcuno era entrato nella camera 12 durante la notte.

E qualcuno era arrivato dal mare.

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Greco si avvicinò alla finestra. Il telaio era vecchio, ma non rotto. La chiusura interna era stata sollevata con cura. Sotto, a pochi metri, c’era una tettoia bassa che dava sul retro della pensione. Da lì, con un po’ di agilità, si poteva raggiungere il balconcino della camera.

«Chi conosce questo accesso?» chiese.

Teresa non rispose subito. «Mio marito. E forse Dario. Da ragazzi salivano spesso da lì per scherzo.»

Il commissario osservò le impronte. Non erano abbastanza nette per ricavare una misura precisa, ma la sabbia indicava che la persona era passata dalla spiaggia o dagli scogli prima di entrare.

Sul comodino trovò un piccolo segno rettangolare nella polvere: lì era rimasto a lungo un oggetto, ora scomparso.

«Che cosa c’era qui?»

Teresa si avvicinò e impallidì. «Una fotografia. Vittorio non voleva che la spostassi.»

«Che fotografia?»

«Una vecchia immagine. Lui, io e un ragazzo del paese. Si chiamava Luca.»

Greco notò il cambiamento nella voce della donna. Il nome Luca pesava più della chiave scomparsa.

Scendendo al piano terra, il commissario incontrò Dario Mancini. Era un uomo sui trentacinque anni, elegante in modo fuori posto per una pensione quasi vuota. Parlava con tono sbrigativo e guardava l’edificio come si guarda un problema da eliminare.

«Zia Teresa si agita per nulla», disse. «Questa casa è vecchia, cade a pezzi e attira solo ricordi inutili.»

«Lei vuole venderla?»

«Certo. È l’unica scelta sensata. Ma lei si ostina a tenere aperta una pensione che non rende più.»

«Conosceva la camera 12?»

Dario sorrise. «Tutti la conoscevamo. Era il piccolo santuario di mio zio.»

Adele, la cameriera, fu più prudente. Aveva circa quarant’anni, capelli raccolti e un modo di parlare discreto. Disse di non essere mai entrata nella camera 12 senza il permesso di Teresa.

«E Luca?» chiese Greco.

La donna abbassò gli occhi. «Luca Ferri. Era un pescatore. Scomparve durante una tempesta, più di vent’anni fa.»

«Che rapporto aveva con la famiglia Mancini?»

Adele esitò. «Era amico del signor Vittorio. Molto amico.»

Il commissario capì che la risposta era incompleta.

Infine parlò con l’unico ospite, Pietro Conti. L’uomo era seduto nella sala colazione davanti a una tazza di caffè ormai fredda. Aveva mani da lavoratore, non da turista, e occhi che osservavano troppo.

«È venuto per il mare d’inverno?» chiese Greco.

«Mi piace il silenzio.»

«Allora ha scelto il posto giusto.»

L’uomo non sorrise.

Quando Greco gli chiese se durante la notte avesse sentito rumori, Pietro Conti rispose di no. Ma il commissario notò un dettaglio: sulle scarpe dell’uomo c’erano minuscoli granelli di sabbia scura, la stessa trovata sulla maniglia della camera 12.

Forse l’ospite senza nome sapeva più di quanto volesse dire.

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Nel pomeriggio il vento aumentò. Le onde battevano contro gli scogli e il cielo assumeva il colore del piombo. Greco decise di ispezionare l’esterno della pensione.

Sotto la tettoia che conduceva alla finestra della camera 12 trovò una traccia recente: una scheggia di vernice blu, rimasta incastrata nel legno. Non proveniva dalla pensione. Sembrava appartenere a una barca.

Chiese informazioni al piccolo porto.

Il vecchio guardiano, Cesare, ricordava bene Luca Ferri. «Un bravo ragazzo. Troppo bravo per mettersi contro certa gente.»

«Che intende dire?»

Cesare guardò il mare. «La notte in cui sparì, non doveva uscire. C’era tempesta. Ma qualcuno lo convinse a prendere la barca.»

«Chi?»

«Questo non lo so. O forse non l’ho mai voluto sapere.»

Greco gli mostrò la scheggia di vernice blu. Il guardiano la osservò a lungo.

«Molte barche qui erano blu.»

«Anche quella di Luca?»

Cesare annuì. «La Stella Marina. Non fu mai ritrovata.»

Quando il commissario tornò alla pensione, Teresa lo attendeva nella hall. Aveva tra le mani una busta ingiallita.

«L’ho trovata nel cassetto di mio marito», disse. «Forse dovevo consegnargliela subito.»

Dentro c’era una lettera incompleta, scritta da Vittorio Mancini molti anni prima.

Se un giorno qualcuno tornerà a cercare la verità su Luca, non credere alla versione del mare. Il mare non ha preso ciò che gli uomini hanno nascosto.

Greco lesse la frase due volte.

«Suo marito sapeva qualcosa sulla scomparsa di Luca?»

Teresa si sedette lentamente. «Negli ultimi anni era tormentato. Diceva che avevamo lasciato affondare una verità insieme a lui.»

Quella notte, la chiave della camera 12 ricomparve. Qualcuno la infilò sotto la porta della reception, avvolta in un fazzoletto umido.

Dentro il fazzoletto c’era anche un biglietto:

La fotografia è dove il mare restituisce ciò che non può tenere.

Greco guardò fuori dalla finestra. La spiaggia era buia, spazzata dal vento.

Il primo mistero era risolto solo in parte: qualcuno aveva preso la chiave, era entrato nella camera e aveva sottratto la fotografia. Ma non lo aveva fatto per rubare.

Lo aveva fatto per guidare l’indagine verso la spiaggia.