La Tipografia San Marco occupava il piano terra di un vecchio edificio in mattoni, poco distante dalla piazza principale. Da fuori sembrava quasi chiusa: una saracinesca scolorita, un’insegna consumata dal sole e due vetrine piene di manifesti ingialliti. Dentro, però, l’odore dell’inchiostro, della carta e del metallo raccontava una storia ancora viva.
Per oltre cinquant’anni, da quelle macchine erano usciti giornali locali, avvisi comunali, locandine teatrali, necrologi, volantini elettorali e piccoli libri di storia del paese. Ogni evento importante di San Giusto, in un modo o nell’altro, era passato da lì.
Quella mattina, però, non era una stampa ordinaria ad attendere l’ispettrice Marta Leone.
A chiamarla era stato Matteo Fontana, giovane grafico della tipografia. Lo trovò accanto al vecchio torchio manuale, pallido, con una pagina di prova stretta tra le mani.
«L’ho trovata sul banco di composizione», disse. «Non l’ho fatta io. E non l’ha fatta nessuno del turno di ieri.»
Marta prese il foglio. Era una bozza di giornale, composta con caratteri eleganti e impaginazione accurata. In alto compariva il nome della testata locale, La Voce di San Giusto. Sotto, un titolo occupava quasi tutta la pagina:
Imprenditore trovato morto nella notte: addio ad Alberto Neri
Il problema era che Alberto Neri era vivo.
O almeno lo era stato fino a quella mattina.
Neri era uno degli uomini più influenti della città: proprietario di immobili, finanziatore di iniziative culturali, socio occulto di diverse aziende e, soprattutto, nuovo investitore del giornale locale. Aveva molti amici, ma anche molti nemici.
«Chi poteva entrare qui di notte?» chiese Marta.
Matteo indicò il fondo del laboratorio. «In teoria solo noi. Io, il signor Carlo, la direttrice Lucia e il personale autorizzato.»
Il signor Carlo era Carlo Venturi, proprietario della tipografia. Aveva settant’anni, mani grandi segnate dall’inchiostro e un modo antico di parlare della stampa, come se ogni foglio fosse una cosa sacra. Quando arrivò, guardò la bozza e si fece serio.
«Questa non è una stampa digitale», disse. «È stata composta con i caratteri mobili.»
«Qualcuno li usa ancora?» domandò l’ispettrice.
«Quasi nessuno. Ma io li conservo. Sono la memoria della tipografia.»
Poco dopo arrivò Lucia Rinaldi, direttrice de La Voce di San Giusto. Era una donna elegante, decisa, abituata a trattare con politici, imprenditori e amministratori pubblici. Quando lesse la pagina, non gridò. Impallidì appena.
«Se questa bozza uscisse, sarebbe uno scandalo», disse.
«Non è lo scandalo a preoccuparmi», rispose Marta. «È capire se si tratta di una minaccia o di una previsione.»
La risposta arrivò poche ore più tardi.
Alberto Neri fu trovato morto nel suo ufficio privato, sopra la sede del giornale. Sul pavimento, accanto alla scrivania, c’era una macchia d’inchiostro nero.
La bozza del delitto non aveva annunciato una notizia falsa.
L’aveva anticipata.
PAGE-BREAKL’ufficio di Alberto Neri si trovava al primo piano dello stesso edificio che ospitava la redazione de La Voce. Era una stanza moderna, quasi fuori posto rispetto alla tipografia sottostante: vetri lucidi, scrivania minimalista, poltrone in pelle chiara e una grande fotografia della città appesa alla parete.
Marta Leone osservò la scena con attenzione. Neri era stato trovato dalla segretaria alle undici e venti. La porta non era chiusa a chiave. Non c’erano segni di lotta evidenti, ma alcuni oggetti sulla scrivania erano stati spostati in fretta: una penna, un bicchiere d’acqua, una cartellina vuota.
Il medico legale avrebbe stabilito con precisione le cause della morte. A Marta, però, interessava ciò che la stanza raccontava prima ancora dei referti.
La macchia d’inchiostro sul pavimento era troppo vicina alla scrivania per essere casuale. Accanto alla macchia trovò un frammento di carta assorbente, come quelli usati in tipografia per pulire i rulli delle vecchie macchine.
«Neri veniva spesso nel laboratorio?» chiese a Lucia Rinaldi.
La direttrice scosse la testa. «Quasi mai. Aveva acquistato quote del giornale, ma non amava sporcarsi le mani con la stampa.»
Carlo Venturi, interrogato poco dopo, confermò. «Per lui la tipografia era solo un edificio da valorizzare. Parlava di trasformarla in showroom, coworking, spazio eventi. Parole moderne per dire che voleva svuotarla.»
«Lei era contrario?»
Carlo guardò le proprie mani macchiate. «Questa tipografia è la mia vita. Certo che ero contrario.»
Marta annotò la risposta.
Nel pomeriggio, esaminò di nuovo la bozza trovata da Matteo. La pagina era composta con grande cura. Il titolo era stato montato con caratteri mobili di piombo, mentre il corpo dell’articolo sembrava una stampa più recente, ottenuta da una matrice fotopolimerica.
Questo significava che l’autore conosceva sia la vecchia tipografia sia i sistemi moderni.
L’articolo diceva poco: parlava della morte improvvisa di Alberto Neri, del suo ruolo economico in città, del dolore della comunità. Ma l’ultima frase era diversa dal tono giornalistico del resto del testo:
Ci sono notizie che arrivano tardi, e altre che aspettano venticinque anni per essere stampate.
Vententicinque anni.
Marta chiese a Lucia se, venticinque anni prima, il giornale avesse pubblicato qualcosa su Neri.
La donna esitò. «Non ricordo.»
«È direttrice da molto?»
«Da dodici anni. Prima c’era mio padre.»
«Allora controlleremo l’archivio.»
Lucia non si oppose, ma Marta notò un lampo di inquietudine nei suoi occhi.
La tipografia non conservava soltanto macchine e carta. Conservava numeri arretrati, bozze, prove di stampa e articoli scartati. Se la frase della bozza parlava di venticinque anni, era lì che bisognava cercare.
PAGE-BREAKL’archivio della Tipografia San Marco si trovava nel seminterrato. Una scala stretta conduceva a una stanza lunga, con scaffali metallici, scatoloni etichettati e fascicoli legati con spago. L’umidità aveva gonfiato alcune copertine; altre si erano scurite fino a sembrare bruciate.
Carlo Venturi accese le luci con una certa riluttanza.
«Qui c’è tutta la città», disse. «Matrimoni, funerali, elezioni, fallimenti, inaugurazioni. Tutto è finito su carta.»
«Anche ciò che non è mai stato pubblicato?» chiese Marta.
Il tipografo la guardò. «A volte soprattutto quello.»
Con l’aiuto di Matteo, l’ispettrice iniziò a cercare nei fascicoli di venticinque anni prima. Dopo quasi un’ora trovarono una cartella vuota. Sull’etichetta, scritta a mano, c’era una data e un titolo:
12 marzo 2001 — Il turno fantasma
Mancavano le bozze, le prove di stampa e la copia dell’articolo.
«Che cosa era il turno fantasma?» chiese Marta.
Matteo non lo sapeva. Carlo, invece, si irrigidì.
«Era una storia delle Officine Neri», disse. «Un incidente sul lavoro. Un operaio morì durante un turno non registrato.»
«Neri come Alberto Neri?»
«La fabbrica era della sua famiglia.»
Marta comprese il legame. Venticinque anni prima, un operaio era morto in circostanze poco chiare. Un articolo doveva essere pubblicato, ma era sparito. Ora Alberto Neri era morto e una bozza anonima aveva annunciato il fatto prima che accadesse.
«Chi scrisse quell’articolo?»
Carlo rispose dopo un lungo silenzio. «Enzo Pugliese. Era un giornalista vero. Uno che non aveva paura di niente.»
«Dov’è adesso?»
«Morto. Da anni.»
Marta richiuse la cartella vuota.
La prima pagina del caso era chiara: qualcuno aveva costruito un delitto usando il linguaggio della stampa. Ma il titolo vero non era quello sulla bozza.
Il titolo vero era nascosto in un articolo cancellato.