Il giorno seguente, Marta Leone tornò nell’archivio della Tipografia San Marco. La cartella vuota con il titolo Il turno fantasma era stata trasferita in commissariato, ma l’ispettrice voleva capire che cosa mancava e, soprattutto, chi poteva averlo fatto sparire.
Matteo Fontana l’aiutò a consultare gli scatoloni dei numeri arretrati de La Voce di San Giusto. La settimana del 12 marzo 2001 era completa, almeno in apparenza. Il giornale era uscito regolarmente. In prima pagina c’era l’inaugurazione di una scuola, in cronaca un furto in farmacia, in economia un articolo sulle Officine Neri.
Nessun incidente mortale.
Nessun turno fantasma.
«Forse l’articolo non fu mai pubblicato», disse Matteo.
«Questo lo sappiamo già», rispose Marta. «Io voglio capire perché qualcuno abbia conservato una cartella vuota per venticinque anni.»
Scoprì la risposta in un registro di lavorazione. Ogni articolo destinato alla stampa veniva segnato con un numero progressivo. Alla data indicata compariva una riga cancellata con un tratto deciso. Sotto, però, si leggeva ancora qualcosa:
Pugliese — Officine Neri — operaio Lanari — urgente
Il nome dell’operaio era dunque Lanari.
Marta fece una ricerca negli archivi comunali. Pietro Lanari, quarantadue anni, manutentore alle Officine Neri, era morto il 10 marzo 2001 in seguito a un incidente interno allo stabilimento. La versione ufficiale parlava di un errore umano avvenuto fuori orario, durante un controllo non autorizzato.
La fabbrica aveva negato responsabilità. La famiglia Lanari aveva ricevuto un piccolo risarcimento. Il caso era stato chiuso in fretta.
Troppo in fretta.
Lucia Rinaldi sostenne di non ricordare nulla. All’epoca era giovane, disse, e non si occupava ancora del giornale. Ma quando Marta nominò Enzo Pugliese, la direttrice abbassò lo sguardo.
«Mio padre non lo sopportava», ammise. «Diceva che Pugliese voleva trasformare il giornale in un tribunale.»
«E Alberto Neri?»
«Neri era potente già allora. Se un articolo minacciava la sua azienda, faceva di tutto per fermarlo.»
«Anche pagare?»
Lucia non rispose.
Nel pomeriggio, Marta ricevette una telefonata anonima.
Una voce femminile disse soltanto:
L’articolo non è scomparso. È stato piegato, non bruciato.
Poi la linea cadde.
PAGE-BREAK“Piegato, non bruciato.” Marta ripeté quella frase più volte, finché non decise di tornare all’archivio.
Gli articoli destinati alla stampa venivano spesso ripiegati insieme alle bozze corrette. Se qualcuno aveva voluto nasconderne una copia senza distruggerla, poteva averla infilata dentro un fascicolo apparentemente estraneo.
Per ore Marta e Matteo controllarono cartelle, buste e faldoni. Alla fine fu Matteo a trovare qualcosa in un fascicolo di necrologi. Tra due annunci funebri del 2001, piegato in quattro, c’era un foglio battuto a macchina.
Il titolo era:
Il turno fantasma: l’operaio morto mentre la fabbrica non doveva lavorare
L’articolo di Enzo Pugliese era finalmente riemerso.
Marta lo lesse con attenzione. Secondo il giornalista, Pietro Lanari non era entrato in fabbrica di propria iniziativa. Era stato chiamato per riparare un macchinario durante un turno notturno non registrato, organizzato per completare una commessa urgente senza rispettare le norme di sicurezza.
La morte dell’operaio non era quindi una fatalità isolata, ma il risultato di una decisione aziendale. L’articolo indicava anche l’esistenza di un registro interno alterato dopo l’incidente.
In fondo alla pagina c’erano tre iniziali scritte a penna:
A.N. — C.V. — L.R.
A.N. era Alberto Neri. C.V. poteva essere Carlo Venturi. L.R. poteva indicare Lorenzo Rinaldi, il padre di Lucia e allora direttore del giornale.
Il caso coinvolgeva industria, stampa e tipografia.
Marta mostrò l’articolo a Carlo. Il vecchio tipografo lo guardò come si guarda una persona che si credeva sepolta.
«Lei lo conosceva», disse l’ispettrice.
Carlo annuì lentamente. «Lo stampammo in bozza. Poi arrivò l’ordine di fermare tutto.»
«Da chi?»
«Dal direttore Rinaldi. Ma non fu una decisione solo sua.»
«Neri pagò per bloccarlo?»
Il tipografo non rispose subito. «Io non vidi denaro. Vidi paura. Paura di querele, di perdere pubblicità, di far chiudere il giornale.»
Marta percepì una mezza verità. Carlo non mentiva del tutto, ma ometteva qualcosa.
Quando l’ispettrice uscì dall’archivio, trovò Matteo fermo sulla soglia.
«Ispettrice, c’è una cosa che non le ho detto», confessò. «La bozza del delitto non era l’unica pagina stampata.»
Dalla sua borsa tirò fuori un secondo foglio. Era identico al primo, ma l’ultima frase era diversa:
PAGE-BREAKChi cancellò la notizia conosceva il prezzo del silenzio.
La seconda bozza apriva una nuova domanda: chi aveva voluto farla trovare a Matteo e perché lui l’aveva nascosta?
Il giovane grafico spiegò di aver avuto paura. Da qualche mese, lavorando alla digitalizzazione dell’archivio, aveva trovato riferimenti al caso Lanari. Aveva chiesto spiegazioni a Carlo, ma il tipografo gli aveva consigliato di lasciar perdere.
«Poi è comparsa la bozza su Neri», disse. «E ho capito che qualcuno aveva letto le stesse cose che avevo letto io.»
Marta gli chiese se avesse composto lui la matrice moderna usata per il testo.
Matteo negò, ma ammise che il laboratorio digitale era accessibile a più persone.
Nel frattempo arrivò il primo rapporto sulla morte di Alberto Neri. L’imprenditore non era morto per cause naturali. Era stato colpito durante una lite e aveva battuto la testa contro il bordo della scrivania. Qualcuno aveva poi spostato alcuni oggetti per far sembrare la scena un malore improvviso.
La macchia d’inchiostro sul pavimento era stata lasciata dopo la morte.
Era una firma, non una conseguenza.
Marta riunì le informazioni: la bozza del delitto, l’articolo cancellato, le iniziali sull’ultima pagina, la morte di Neri, l’inchiostro sul pavimento. Tutto ruotava attorno alla tipografia.
Decise di parlare con Anna Lanari, figlia dell’operaio morto nel 2001.
Anna viveva ancora a San Giusto e lavorava come bibliotecaria. Quando Marta le mostrò l’articolo di Pugliese, la donna lo lesse senza piangere.
«Mia madre cercò questo testo per anni», disse. «Le dissero che non esisteva.»
«È stata lei a fare la telefonata anonima?»
Anna annuì. «Sì. Ma non ho ucciso Alberto Neri.»
«Però sapeva della bozza.»
«Sapevo che qualcuno stava usando la morte di mio padre per regolare altri conti. Non volevo che la verità venisse sepolta di nuovo.»
Marta le credette, almeno in parte.
Prima di andarsene, Anna aggiunse una frase:
In tipografia manca una lettera. Trovi quella, e saprà chi ha composto la menzogna.
La pista ora conduceva ai caratteri mobili.
La verità era nell’inchiostro, ma anche nel piombo.