Carlo Venturi custodiva i caratteri mobili in vecchie cassettiere di legno, disposte lungo una parete del laboratorio. Ogni cassetto conteneva lettere, numeri, segni di punteggiatura, spazi e fregi tipografici. Alcuni erano consumati dall’uso, altri non venivano toccati da decenni.
Marta Leone osservò il tipografo mentre apriva i cassetti con una cura quasi religiosa.
«Ogni carattere ha una storia», disse Carlo. «Non ce ne sono due davvero uguali. Anche se sembrano identici, il tempo li segna.»
«E una lettera può tradire chi l’ha usata?»
«Se sa dove guardare, sì.»
La bozza del delitto era stata composta usando una serie Bodoni in piombo, ormai impiegata solo per lavori commemorativi. Carlo spiegò che mancava un carattere da quella serie: la lettera “R” maiuscola, scheggiata alla base, riconoscibile perché lasciava sempre un piccolo vuoto nel tratto verticale.
«Mancava da prima del delitto?» chiese Marta.
Carlo esitò. «Non ne sono sicuro.»
«Lei è un uomo che conosce ogni carattere della sua tipografia. Non mi dica che non è sicuro.»
Il tipografo chiuse il cassetto. «Mancava da qualche giorno.»
La “R” mancante compariva proprio nella parola “Neri” stampata sul titolo della bozza. Il vuoto alla base era visibile con una lente.
Questo significava che chi aveva composto la pagina possedeva quel carattere o lo aveva preso dal cassetto prima di stampare.
Marta fece controllare gli armadietti del personale. In quello di Matteo non trovò nulla. In quello di Lucia Rinaldi c’erano solo fascicoli e bozze recenti. In un vecchio mobile accanto all’ufficio di Carlo, invece, trovò una scatolina metallica piena di caratteri sciolti.
Tra questi mancava proprio lo spazio per una “R”.
«È sua?» chiese.
Carlo annuì. «Sono pezzi rovinati. Li tengo da parte.»
«Anche quelli usati per comporre una pagina anonima?»
Il vecchio tipografo non rispose.
Nel frattempo, Matteo portò a Marta un dettaglio nuovo. Analizzando la matrice moderna usata per il corpo dell’articolo, aveva trovato un codice interno del computer di prestampa.
Quel file era stato creato da un account generico: OPERATORE.
Un account che tutti potevano usare.
Troppo comodo, pensò Marta.
PAGE-BREAKLa “R” mancante diventò l’indizio centrale. Marta chiese a Carlo di stampare alcune prove con i caratteri della stessa serie. Ogni lettera lasciava un’impronta particolare, ma la “R” scheggiata produceva un difetto netto, identico a quello della bozza.
«Chi sapeva di questo difetto?» chiese l’ispettrice.
«Chiunque abbia lavorato davvero con quei caratteri», rispose Carlo. «Matteo no. Lui vive di schermi. Lucia forse. Da ragazza veniva qui con suo padre. Ma non credo ricordasse queste cose.»
«E Anna Lanari?»
Carlo sollevò lo sguardo. «Lei veniva spesso in tipografia da bambina. Sua madre cercava notizie sul marito. Ma Anna era piccola.»
Marta non escluse nessuno.
Nel laboratorio trovò anche un registro degli accessi. La sera precedente alla comparsa della bozza, il sistema d’allarme era stato disattivato alle 22:38 e riattivato alle 23:16. Il codice usato era quello di Carlo.
Il tipografo sostenne che qualcuno poteva averlo copiato.
«Dove tiene il codice?»
Carlo non rispose.
Matteo indicò il bancone. «Lo ha scritto sotto il cassetto della carta intestata. Per non dimenticarlo.»
Carlo lo fulminò con lo sguardo.
Chiunque fosse entrato in tipografia avrebbe potuto usare il suo codice.
Marta decise allora di cercare non chi poteva entrare, ma chi poteva comporre quella pagina senza commettere errori. La risposta era più ristretta: Carlo, forse Lucia, forse qualcuno che aveva studiato molto bene i metodi della tipografia.
Nel pomeriggio, l’ispettrice ricevette i risultati sulle tracce trovate nell’ufficio di Neri. L’inchiostro sul pavimento non era comune. Era un vecchio inchiostro tipografico a base oleosa, utilizzato proprio per il torchio manuale della San Marco.
Ma c’era un’altra traccia: nella tasca della giacca di Neri fu trovato un minuscolo frammento di carta. Sopra c’era impressa una sola parola:
confesso
La parola era stata stampata con la stessa serie Bodoni della bozza.
Non era parte dell’articolo. Sembrava il frammento di un testo diverso.
Forse Neri aveva ricevuto una pagina prima di morire.
Forse qualcuno gli aveva chiesto di firmare una confessione.
PAGE-BREAKMarta tornò da Anna Lanari. La trovò in biblioteca, tra scaffali ordinati e silenzio.
«Lei sapeva della “R” mancante», disse l’ispettrice.
Anna non negò. «Mio padre mi portava spesso in tipografia. Carlo mi regalava i caratteri rovinati. Li usavo come piccoli giocattoli. Ricordavo quella “R”.»
«Ha composto lei la bozza?»
«No. Ho solo capito chi poteva averla composta.»
«Chi?»
Anna esitò. «Qualcuno che voleva usare mio padre come paravento.»
L’ispettrice tornò in tipografia con quella frase in mente.
Nel frattempo Lucia Rinaldi aveva trovato, nell’archivio del padre, una vecchia lettera. Era firmata da Alberto Neri e indirizzata a Lorenzo Rinaldi, allora direttore del giornale. Neri chiedeva di bloccare l’articolo di Pugliese e prometteva, in cambio, importanti inserzioni pubblicitarie per sostenere il giornale.
La lettera coinvolgeva direttamente il padre di Lucia.
«Perché consegnarmela?» chiese Marta.
La direttrice respirò profondamente. «Perché ho passato anni a difendere un giornale che forse è nato su un compromesso. Non voglio difendere anche un omicidio.»
Restava Carlo Venturi.
Marta lo trovò da solo davanti al torchio. Stava pulendo i rulli con gesti lenti, quasi rituali.
«Neri è venuto qui prima di morire?» chiese.
Carlo non rispose.
«Gli ha mostrato il vecchio articolo?»
Il tipografo chiuse il barattolo dell’inchiostro. «Neri voleva comprare tutto. Giornale, tipografia, edificio. Voleva distruggere l’archivio, trasformare questo posto in qualcosa di pulito, moderno, senza memoria.»
«E lei aveva paura che venisse fuori anche il suo ruolo nel 2001.»
Carlo si voltò lentamente.
«Io stampavo. Non decidevo.»
«A volte stampare o non stampare è già una decisione.»
Il vecchio non rispose.
Quella sera, Marta fece sorvegliare la tipografia. Era convinta che chi aveva ucciso Neri sarebbe tornato per recuperare la “R” mancante o distruggere le ultime prove.
A mezzanotte, una luce si accese nel laboratorio.
La rotativa cominciò a muoversi.