Il Museo delle Cere di San Marcello si trovava in una strada laterale del centro storico, dentro un palazzo ottocentesco con il portone pesante, le finestre alte e un’insegna dorata ormai scolorita. Non era un museo famoso, ma gli abitanti della città vi erano affezionati. Nelle sue sale erano raccolte figure di cera dedicate a personaggi locali: sindaci, artisti, nobili, musicisti, patrioti e benefattori.
Di giorno, il museo aveva un’aria un po’ polverosa ma innocua. Di notte, invece, cambiava volto. Le statue, illuminate dalle luci di sicurezza, sembravano osservare i corridoi vuoti con occhi troppo lucidi per essere finti.
L’investigatrice privata Nora Valenti arrivò alle nove del mattino, chiamata dal direttore del museo, Emilio Fabbri. Era una donna sui quarant’anni, sguardo attento, passo rapido e un’ironia sottile che usava spesso per mettere a disagio chi mentiva.
Fabbri la accolse nell’atrio, visibilmente agitato.
«So che può sembrare ridicolo», disse. «Ma una statua si è spostata.»
Nora lo fissò senza sorridere. «Di solito le statue non prendono iniziative.»
«Appunto.»
La condusse nella Sala dei Fondatori, la più antica del museo. Al centro si trovava la figura di cera del conte Aurelio Santacroce, benefattore della città e fondatore, secondo la tradizione, del primo ospedale comunale. La statua indossava un abito nero, una fascia rossa sul petto e teneva in mano una pergamena.
«Ieri era rivolta verso la finestra», spiegò Fabbri. «Questa mattina era girata verso la porta.»
Nora osservò il pavimento. La base della statua poggiava su una pedana rotonda. Intorno, nella polvere sottile, si vedeva un segno semicircolare: qualcuno l’aveva ruotata con attenzione.
«Chi ha le chiavi del museo?» chiese.
«Io, il custode Gino, la restauratrice Clara Berti e il presidente della fondazione, l’avvocato Massimo Rosi.»
«Telecamere?»
Fabbri sospirò. «Non funzionano nella Sala dei Fondatori da due settimane. Dovevamo ripararle.»
«Naturalmente.»
Nora si avvicinò alla statua. Il volto del conte Santacroce era pallido, severo, con occhi grigi e baffi sottili. La mano destra stringeva la pergamena di cera. La sinistra, invece, indicava leggermente verso il basso.
«È sempre stata così?»
Fabbri aggrottò la fronte. «In che senso?»
«La mano. Sembra indicare qualcosa.»
Il direttore si chinò. Sotto la pedana, tra il legno e il pavimento, spuntava l’angolo di un biglietto.
Nora lo prese con una pinzetta.
Sul foglio c’era una frase scritta a macchina:
Chi guarda il fondatore vede solo metà della storia.
Il museo non aveva bisogno di una guardia notturna.
Aveva bisogno di qualcuno che sapesse leggere le bugie.
PAGE-BREAKNora iniziò interrogando Gino, il custode. Era un uomo anziano, magro, con mani grandi e voce bassa. Lavorava al museo da quasi trent’anni e conosceva ogni sala, ogni teca, ogni scricchiolio del pavimento.
«Io chiudo sempre alle sette», disse. «Controllo le finestre, spengo le luci grandi e attivo l’allarme. Ieri sera era tutto in ordine.»
«Ha notato qualcuno nei giorni scorsi?»
Gino esitò. «Un uomo è venuto più volte nella Sala dei Fondatori. Guardava la statua del conte. Non faceva domande. Guardava e basta.»
«Lo conosce?»
«No. Ma aveva l’aria di uno che non visita musei per piacere.»
La restauratrice Clara Berti fu più precisa. Stava lavorando da settimane al restauro di alcune figure di cera danneggiate dall’umidità. Era giovane, preparata e molto attenta ai dettagli.
«La statua del conte è stata restaurata di recente?» chiese Nora.
«Non da me. È una delle poche mai toccate. Il presidente Rosi sostiene che sia troppo importante per essere modificata.»
«E lei cosa pensa?»
Clara guardò la statua. «Penso che sia stata rifatta almeno una volta.»
Quella risposta interessò Nora.
«Rifatta quando?»
«Difficile dirlo senza analisi. Ma il volto non ha la stessa cera delle mani. E gli occhi sono più recenti.»
Il conte Santacroce, simbolo immobile della città, forse non era sempre stato lo stesso.
L’avvocato Massimo Rosi arrivò poco dopo mezzogiorno. Presidente della fondazione che gestiva il museo, era un uomo elegante, abituato a parlare come se ogni frase fosse già stata approvata da un consiglio di amministrazione.
«Mi auguro che questa storia non diventi pubblica», disse a Nora. «Il museo sta per ricevere un finanziamento importante. Non possiamo permetterci pettegolezzi.»
«Una statua che si muove durante la notte di solito produce pettegolezzi da sola.»
Rosi non gradì l’ironia.
Nora gli mostrò il biglietto.
L’avvocato lo lesse e impallidì appena.
«Una sciocchezza.»
«Conosce qualcuno interessato a screditare il conte Santacroce?»
«Il conte è morto da più di un secolo. Difficile che abbia nemici attivi.»
«I morti non hanno nemici. Le loro eredità sì.»
Nel pomeriggio Nora consultò l’archivio del museo. Tra registri e cataloghi trovò una scheda antica della statua del conte. La descrizione riportava un dettaglio sorprendente: in origine la figura non teneva in mano una pergamena, ma una chiave.
La pergamena era stata aggiunta dopo.
E quando qualcuno cambia l’oggetto in mano a una statua, pensò Nora, di solito vuole cambiare ciò che quella statua racconta.
PAGE-BREAKLa sera, Nora rimase nel museo dopo la chiusura. Si sedette su una panca della Sala dei Fondatori, con le luci basse e il taccuino sulle ginocchia. Le statue intorno a lei sembravano più vive nel silenzio che durante il giorno.
Alle ventidue e trenta sentì un rumore provenire dal corridoio laterale.
Non era un passo netto. Era più simile a un trascinamento leggero.
Nora spense la torcia e attese.
Una figura entrò nella sala. Portava un cappotto scuro e un berretto calato sulla fronte. Si avvicinò alla statua del conte e posò una mano sulla pedana.
Nora accese la luce.
L’uomo si voltò di scatto.
Era il custode Gino.
«Non volevo rubare niente», disse subito.
«Allora voleva spostare di nuovo il conte?»
Gino abbassò gli occhi.
Confessò di aver ruotato la statua la notte precedente. Ma giurò di non aver scritto il biglietto.
«Perché l’ha fatto?»
Il custode indicò la finestra. «Per anni quella statua ha guardato fuori. Verso il vecchio ospedale. Poi, durante alcuni lavori, la girarono verso la parete e nessuno se ne accorse. Io l’ho solo rimessa nella posizione giusta.»
«Perché proprio ora?»
Gino tirò fuori dalla tasca una vecchia fotografia. Mostrava la stessa sala molti decenni prima. La statua del conte era visibile sullo sfondo, ma il volto sembrava diverso.
«Qualcuno ha cambiato la faccia del conte», disse il custode. «E forse non solo quella.»
Nora confrontò la fotografia con la statua. La somiglianza era evidente, ma non perfetta. Il volto attuale era più nobile, più severo, più adatto a una leggenda cittadina. Quello della foto, invece, appariva più comune, quasi fragile.
«Chi poteva voler cambiare il volto del fondatore?» chiese Nora.
Gino guardò verso l’ufficio della direzione.
«Chi vive di fondazioni, targhe e benefattori.»
La mattina dopo, nella Sala dei Fondatori, la statua era stata spostata ancora.
Questa volta non indicava la finestra.
Indicava la porta chiusa dell’archivio comunale, collegato al museo da un vecchio passaggio interno.
Qualcuno stava guidando Nora verso il secondo enigma.