L’archivio comunale confinava con il Museo delle Cere attraverso un corridoio secondario, un passaggio stretto e quasi sempre chiuso, usato un tempo per spostare documenti, registri e materiali espositivi senza attraversare l’ingresso principale.
La porta indicata dalla statua del conte Santacroce era coperta da una tenda pesante. Emilio Fabbri sostenne di non usarla da anni. Il custode Gino, invece, ricordava bene che in passato veniva aperta spesso, soprattutto durante le vecchie mostre storiche.
«Chi ha la chiave?» chiese Nora.
Fabbri indicò l’avvocato Rosi. «La fondazione. E forse il Comune.»
Massimo Rosi arrivò con evidente fastidio. Aprì la porta dopo molte proteste e accompagnò Nora nel corridoio. Dall’altra parte c’era una piccola sala d’archivio, piena di scaffali metallici, faldoni e odore di carta vecchia.
Al centro della stanza, sopra un tavolo, si trovava una testa di cera.
Non era montata su un corpo. Il volto era maschile, con occhi scuri, naso pronunciato e baffi corti. Sulla fronte c’era una crepa sottile. Accanto, un biglietto scritto a macchina:
Questo è il volto che avete cancellato.
Fabbri si portò una mano al petto. «Non viene dalla nostra collezione.»
Clara Berti, chiamata subito, esaminò la testa con attenzione.
«Sì, invece», disse. «O meglio, è una parte della vostra collezione. Guardate il colore della cera e il tipo di innesto alla base. Questa testa apparteneva a una statua.»
«A quale?» chiese Nora.
La restauratrice non esitò.
«Al conte Santacroce.»
Il volto ufficiale del fondatore era dunque un sostituto. Quello vero era stato rimosso e nascosto, forse decenni prima.
Rosi reagì con rabbia. «Sono supposizioni. La statua è stata restaurata molte volte.»
«Allora esisteranno documenti», disse Nora.
L’avvocato non rispose.
La sala d’archivio custodiva registri di proprietà, atti comunali e vecchie delibere. Nora chiese di consultare i fascicoli relativi al museo e alla famiglia Santacroce. Dopo quasi un’ora, Clara trovò un faldone danneggiato dall’umidità. L’etichetta era quasi illeggibile, ma una parola si distingueva ancora:
Donazione.
Dentro, però, mancava l’atto principale.
Qualcuno aveva tolto il documento che spiegava da dove provenisse davvero il patrimonio donato dal conte.
PAGE-BREAKIl volto sbagliato apriva una questione più ampia. Il conte Aurelio Santacroce era ricordato in città come benefattore generoso, fondatore dell’ospedale e protettore dei poveri. La sua statua, posta al centro della sala principale, era il simbolo stesso del museo.
Ma se il suo volto era stato sostituito e l’atto di donazione era scomparso, forse anche la memoria pubblica era stata costruita su una modifica.
Nora decise di interrogare nuovamente Clara Berti.
«Lei aveva già notato che il volto era recente. Perché non lo ha segnalato?»
La restauratrice sospirò. «L’ho fatto. Ho scritto una relazione, ma l’avvocato Rosi mi ha chiesto di aspettare. Diceva che una notizia del genere avrebbe danneggiato il museo.»
«E lei ha aspettato.»
«Avevo bisogno di quel lavoro.»
Nora non giudicò. Le bugie spesso nascono dalla paura, prima ancora che dalla cattiveria.
Nel frattempo Fabbri portò alla luce una vecchia fotografia del 1932. Ritraeva l’inaugurazione del museo. La statua del conte era al centro della sala, ma il volto era quello della testa ritrovata nell’archivio, non quello attuale.
«Quando è stato cambiato?» chiese Nora.
Gino ricordò un restauro avvenuto negli anni Settanta. All’epoca il museo era in crisi e la fondazione Santacroce aveva finanziato importanti lavori.
«La famiglia Santacroce esiste ancora?»
Fabbri annuì. «L’ultima erede è Beatrice Santacroce. Vive fuori città, ma siede nel consiglio della fondazione.»
Nora la convocò.
Beatrice Santacroce arrivò nel pomeriggio. Era una donna distinta, vestita con sobrietà, e portava con sé un bastone elegante. Disse di non sapere nulla della sostituzione del volto.
«La mia famiglia ha sempre sostenuto il museo», dichiarò. «Non avrebbe avuto motivo di alterare una statua.»
«Forse non la statua», rispose Nora. «Forse la storia.»
Beatrice mantenne il controllo, ma il suo sguardo tradì un’inquietudine profonda quando vide la testa di cera ritrovata.
«Questo volto», mormorò, «somiglia a qualcuno.»
«A chi?»
«A un uomo di cui mia nonna non voleva mai parlare.»
Il nome venne fuori poco dopo: Ettore Malgradi, amministratore dei beni Santacroce all’inizio del Novecento, accusato informalmente di aver sottratto denaro alla famiglia e poi sparito dalla città.
Se il volto originale del benefattore somigliava a Malgradi, il fondatore del mito cittadino poteva non essere chi tutti avevano creduto.
PAGE-BREAKNora passò la sera nell’archivio, seguendo il filo delle vecchie carte. Nei registri comunali trovò riferimenti a una donazione fatta al Comune nel 1911. Il denaro destinato all’ospedale non proveniva direttamente dal conte Aurelio Santacroce, ma da un fondo amministrato da Ettore Malgradi.
La differenza era enorme.
Se Malgradi aveva donato il denaro e il conte se ne era attribuito il merito, la storia ufficiale della città era falsa.
Alle dieci di sera, mentre Nora stava per lasciare l’archivio, si spensero le luci.
Il corridoio piombò nel buio.
Una porta si chiuse in fondo alla sala.
Nora accese la torcia del telefono. La testa di cera ritrovata era sparita dal tavolo.
Non ebbe il tempo di chiamare nessuno. Vide una figura muoversi dietro gli scaffali e la inseguì lungo il passaggio interno. La persona conosceva bene l’edificio: attraversò il corridoio, entrò nel museo e scomparve nella Sala dei Musicisti.
Nora trovò la testa di cera abbandonata accanto alla statua di una violinista. Sul pavimento c’era un nuovo biglietto:
La faccia non basta. Cercate dentro.
Dentro.
Nora guardò la testa, poi la statua del conte nella sala principale. Se il volto era stato cambiato, forse qualcuno aveva nascosto qualcosa all’interno della figura di cera.
Clara Berti confermò che le statue più antiche avevano una struttura interna in legno e metallo, spesso cava in alcuni punti.
«Si può aprire senza danneggiarla?» chiese Nora.
«Con molta attenzione, sì.»
Rosi tentò di opporsi, ma la presenza dei biglietti, della testa rubata e dell’atto mancante rese inevitabile l’intervento.
La mattina seguente Clara aprì la parte posteriore della statua del conte.
Dentro non trovarono un documento.
Trovarono una piccola chiave arrugginita, legata a un nastro scuro.
Sul nastro era ricamata una parola:
Sala IV