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Capitolo

La sala chiusa

Delitto al museo delle cere

La Sala IV era la più piccola e la meno visitata del museo. Ufficialmente era dedicata ai “personaggi minori della vita cittadina”: artigiani, maestri, medici, musicisti e funzionari pubblici. In realtà, da anni veniva usata quasi come deposito. Alcune statue erano coperte da teli, le didascalie mancavano e l’umidità aveva lasciato macchie sulle pareti.

La chiave ritrovata dentro la statua del conte Santacroce apriva proprio quella porta.

Nora Valenti vi entrò insieme a Clara Berti, Emilio Fabbri e all’avvocato Rosi. Il custode Gino restò sulla soglia, visibilmente agitato.

«Non entravo qui da anni», disse.

«Perché?» chiese Nora.

«Perché questa sala non piace a nessuno.»

Era facile capire il motivo. Le figure di cera, private della manutenzione delle sale principali, avevano un aspetto più inquietante. Alcuni volti si erano screpolati, alcune mani erano scolorite, alcuni occhi sembravano fissare punti diversi della stanza.

In fondo alla sala c’era una teca vuota.

Fabbri si fermò di colpo. «Qui c’era il registro dei benefattori minori.»

«Minori?» domandò Nora.

«Donazioni più piccole, lasciti, fondi privati. Documenti secondari.»

«A volte le cose secondarie spiegano quelle principali.»

La teca non era stata forzata. La serratura era stata aperta con una chiave o con un attrezzo molto sottile. Sul vetro, Clara trovò una traccia di cera rossa.

«Non è cera da restauro», disse. «Sembra ceralacca.»

La parola richiamò gli antichi atti notarili.

Rosi si mostrò sempre più irritato. «Non possiamo continuare a trasformare il museo in una scena del crimine per ogni teca vuota.»

Nora gli rivolse uno sguardo freddo. «Una teca vuota, un volto sostituito, un atto mancante e una chiave nascosta dentro una statua. Direi che la scena del crimine si è impegnata da sola.»

Durante l’ispezione, Nora notò una figura coperta da un telo grigio, posta nell’angolo meno illuminato. Tolse il telo.

La statua raffigurava un uomo con abiti semplici, una cartella sotto il braccio e uno sguardo severo. La didascalia, quasi illeggibile, riportava il nome:

Ettore Malgradi — amministratore comunale

Il volto era identico alla testa di cera ritrovata nell’archivio.

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La scoperta cambiò ancora una volta la prospettiva. Ettore Malgradi non era sparito dalla memoria del museo. Era stato relegato nella sala meno visitata, coperto da un telo, privato di qualunque importanza.

Nora osservò la statua. A differenza del conte Santacroce, non aveva abiti nobili, né fascia, né pergamena. Ma il volto era lo stesso della testa originale. Questo significava che, a un certo punto, qualcuno aveva preso il volto di Malgradi e lo aveva usato per rappresentare il conte.

Oppure, pensò Nora, qualcuno aveva fatto il contrario: aveva tolto il volto autentico del conte perché rivelava una somiglianza imbarazzante.

Clara esaminò la statua di Malgradi. Sul busto, nascosta sotto il colletto, trovò una fessura.

«Anche questa figura potrebbe contenere qualcosa», disse.

Rosi si oppose di nuovo, ma Fabbri, ormai stanco dei silenzi, autorizzò l’apertura.

Dentro la statua trovarono una custodia metallica. La serratura era piccola e arrugginita. Nora inserì la chiave recuperata dalla statua del conte.

La custodia si aprì.

All’interno c’era il registro dei benefattori minori, quello scomparso dalla teca. Ma non solo: c’era anche una busta sigillata con ceralacca rossa.

La busta portava una scritta:

Da aprire quando il nome di Malgradi sarà restituito alla città.

Beatrice Santacroce, convocata d’urgenza, riconobbe il sigillo della sua famiglia. Disse di non aver mai visto quella busta, ma ammise che nella sua casa esistevano documenti relativi a una lite ereditaria avvenuta all’inizio del Novecento.

Nora aprì la busta alla presenza di tutti.

Dentro c’era una lettera firmata da Aurelio Santacroce.

La lettera confessava che il denaro usato per fondare l’ospedale non proveniva dal conte, ma da Ettore Malgradi. L’amministratore, prima di morire, aveva destinato i propri risparmi alla città, chiedendo però di restare anonimo per non creare conflitti con la famiglia Santacroce, della quale aveva gestito i beni per anni.

Aurelio aveva rispettato l’anonimato solo in apparenza. In seguito, aveva lasciato che la città attribuisse a lui il merito della donazione.

Non era un furto di denaro.

Era un furto di memoria.

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La sala chiusa, però, conteneva ancora un ultimo mistero. Se la lettera provava la verità, chi l’aveva nascosta dentro la statua di Malgradi? E perché i messaggi erano apparsi proprio ora?

Gino, il custode, sembrava sempre più turbato. Nora lo portò nel corridoio e gli parlò senza durezza.

«Lei sapeva della chiave?»

L’uomo annuì lentamente. «Mio padre era custode prima di me. Mi raccontò che Malgradi non era un ladro, come dicevano alcuni, ma un uomo onesto cancellato dai potenti.»

«È stato lei a lasciare i biglietti?»

«Solo il primo. Quello sotto la statua del conte. Volevo che qualcuno iniziasse a guardare.»

«E gli altri?»

Gino scosse la testa. «No. Qualcuno mi ha preceduto o seguito. Non so chi.»

Nora gli credette. Il custode aveva agito per riaprire una storia, ma qualcuno aveva usato quella storia per muoversi nel museo e sottrarre documenti.

Mentre lasciava la Sala IV, l’investigatrice notò che una delle statue coperte era stata spostata di pochi centimetri. Dietro, sul muro, c’era un piccolo sportello metallico.

Fabbri disse di non conoscerlo. Clara confermò che non risultava nelle mappe recenti.

Dentro lo sportello trovarono un vecchio registro fotografico del museo. Tra le immagini compariva una foto scattata negli anni Settanta, durante il restauro finanziato dalla famiglia Santacroce.

Nella fotografia si vedevano tre persone: il padre di Beatrice, un giovane Massimo Rosi e un restauratore ormai defunto. Davanti a loro, sul tavolo, c’era la testa originale della statua del conte.

Rosi, che fino a quel momento aveva negato ogni coinvolgimento, non poté più fingere.

«Ero solo un praticante», disse. «Non decidevo nulla.»

«Però sapeva», rispose Nora.

L’avvocato tacque.

La verità storica stava emergendo. Ma mancava ancora un fatto più recente: chi aveva aperto la teca, preso il registro e manipolato i messaggi?

La risposta, Nora lo intuì, non era nei documenti.

Era nella cera.