La serra Aliprandi sorgeva dietro una villa ottocentesca, protetta da un alto muro di cinta e da un cancello in ferro battuto. Dall’esterno sembrava soltanto una grande struttura di vetro e metallo, ma chiunque vi entrasse capiva subito che non si trattava di una semplice collezione privata.
All’interno, il clima era caldo e umido. Le piante salivano lungo le pareti, ricadevano dai sostegni, occupavano vasche, ripiani e corridoi. Felci, bromelie, liane, orchidee e piante tropicali convivevano in un ordine solo apparentemente naturale. Ogni vaso aveva un’etichetta, ogni settore una temperatura precisa, ogni zona un grado di umidità controllato.
La dottoressa Irene Bassi arrivò nel primo pomeriggio. Era una botanica forense, consulente spesso chiamata quando un’indagine sfiorava il mondo vegetale: pollini su un abito, semi sotto una scarpa, foglie velenose in una tisana, tracce di terra su un tappeto.
Ad accoglierla fu il commissario Enrico Sala, che la conosceva da anni.
«Mi serve il suo occhio», disse. «Qui dentro per me è tutto verde.»
«Il verde non è mai tutto uguale», rispose Irene.
Il caso riguardava il conte Vittorio Aliprandi, proprietario della villa e della serra. Durante una visita privata con pochi familiari e collaboratori, l’uomo si era sentito male all’improvviso. Era stato portato in ospedale in condizioni gravi, ma ancora vivo.
«Sembrava un infarto», spiegò il commissario. «Poi il medico ha trovato sintomi compatibili con un’intossicazione.»
Irene chiese di vedere il punto esatto in cui il conte era crollato.
Il luogo era una piccola area circolare al centro della serra, chiamata “sala delle orchidee rare”. Qui erano custoditi gli esemplari più preziosi della collezione. Tra questi, una pianta attirò subito l’attenzione della botanica: un’orchidea dai petali scurissimi, quasi neri, con riflessi viola sotto la luce.
«Quella è la famosa orchidea nera?» chiese Sala.
«Le orchidee veramente nere sono quasi sempre una leggenda commerciale», rispose Irene. «Ma questa è molto vicina. Ed è rarissima.»
Accanto alla pianta c’era un tavolino. Sopra, una tazza da tè, un cucchiaino d’argento e un piccolo piattino con una fetta di limone ormai secca.
Irene si chinò sulla tazza. Sul bordo interno vide una traccia verdastra quasi invisibile.
«Non lavatela», disse.
«Pensa che il veleno fosse nel tè?»
«Penso che qualcuno volesse farlo sembrare così. Ma prima bisogna capire quale pianta è stata usata.»
I presenti alla visita erano quattro: la figlia del conte, Lavinia Aliprandi; il nipote Riccardo, unico erede maschio; il giardiniere capo, Omar Ferri; e la giovane botanica assistente, Celeste Rinaldi.
Quattro persone. Una serra chiusa. Un uomo avvelenato. E un fiore raro al centro della scena.
PAGE-BREAKIrene iniziò da Lavinia Aliprandi. La donna aveva modi freddi e un’eleganza austera. Raccontò che il padre aveva dedicato tutta la vita alla serra, trascurando la famiglia e dilapidando gran parte del patrimonio in piante rare.
«Lo amava?» chiese Irene.
Lavinia rimase immobile. «Era mio padre.»
Non era una risposta.
Riccardo Aliprandi, invece, parlò troppo. Disse che lo zio era un uomo difficile, ossessionato dalla collezione e incapace di accettare consigli. Sostenne di essere venuto alla visita solo per discutere questioni amministrative.
«La serra costa più di quanto renda», disse. «Qualcuno doveva farglielo capire.»
«E suo zio lo capiva?»
Riccardo sorrise amaramente. «Capiva solo le piante.»
Omar Ferri, il giardiniere capo, era un uomo silenzioso, con mani forti e sguardo diretto. Lavorava per gli Aliprandi da venticinque anni e conosceva ogni angolo della serra. Disse che il conte aveva molti nemici, ma nessuno fuori da lì avrebbe potuto usare una pianta come arma.
«Dentro questa serra ci sono specie pericolose?» domandò Irene.
«Dipende da chi le usa», rispose Omar.
Celeste Rinaldi, la giovane assistente botanica, sembrava sinceramente sconvolta. Aveva iniziato a lavorare per il conte da meno di un anno, occupandosi della catalogazione scientifica della collezione.
«Il conte voleva pubblicare un inventario completo», spiegò. «Diceva che la serra non doveva restare un capriccio privato, ma diventare patrimonio di studio.»
Questa frase interessò Irene più di molte altre.
«Tutti erano d’accordo?»
Celeste abbassò gli occhi. «Non proprio.»
Durante l’ispezione, Irene trovò sotto il tavolino una piccola foglia schiacciata. Non apparteneva all’orchidea nera. Era lanceolata, lucida, con una nervatura centrale chiara. La raccolse con una pinzetta e la ripose in una bustina.
«La conosce?» chiese Sala.
«Forse. Ma voglio esserne certa.»
Poco dopo, nel settore delle piante tossiche, Irene notò un vaso spostato di pochi centimetri. L’etichetta riportava un nome latino: Nerium oleander.
Oleandro.
Una pianta comune, ornamentale, bellissima. E velenosa.
Ma l’oleandro era troppo evidente, troppo facile da indicare come colpevole. Irene non amava gli indizi che sembravano gridare.
Le piante davvero pericolose, spesso, sussurrano.
PAGE-BREAKNel laboratorio della serra, Irene analizzò la traccia trovata nella tazza. Conteneva residui vegetali, ma non abbastanza per una conclusione immediata. La foglia raccolta sotto il tavolino, invece, offrì il primo indizio serio.
Non era oleandro.
Apparteneva a una pianta meno nota, coltivata in una zona laterale della serra: una specie ornamentale con alcaloidi capaci di provocare sintomi simili a quelli osservati nel conte. Non bastava una semplice infusione: qualcuno doveva averne preparato un estratto concentrato.
«Quindi serve competenza», disse il commissario Sala.
«Serve competenza oppure qualcuno che abbia seguito istruzioni precise.»
Irene chiese di controllare l’armadietto dei preparati. Mancava una piccola boccetta di solvente vegetale. Al suo posto c’era uno spazio pulito nella polvere.
«Chi usa questo armadietto?»
Omar rispose subito. «Io e Celeste. Il conte aveva una chiave. Gli altri no.»
Riccardo protestò, sostenendo che chiunque avrebbe potuto procurarsi una copia. Lavinia rimase in silenzio.
Verso sera, arrivò dall’ospedale una notizia: Vittorio Aliprandi era fuori pericolo, ma ancora incosciente. Non poteva parlare.
Irene tornò nella sala delle orchidee rare. La luce del tramonto filtrava attraverso il vetro della serra, colorando i petali dell’orchidea nera di riflessi quasi sanguigni.
Fu allora che notò qualcosa.
Il vaso dell’orchidea era stato ruotato. L’etichetta non era più rivolta verso il corridoio, ma verso il muro. Sul bordo del vaso c’era una traccia di terriccio fresco.
Qualcuno aveva toccato quella pianta dopo il malore del conte.
Con delicatezza, Irene sollevò il vaso. Sotto trovò un foglietto piegato, protetto da una piccola bustina trasparente.
Non cercate il veleno nella tazza. Cercate chi voleva vendere il fiore.
Il caso cambiò direzione.
Il conte non era stato avvelenato solo per eredità, rabbia o rancore. C’era di mezzo l’orchidea nera, la pianta più preziosa della collezione.
La mattina dopo, quella pianta sarebbe scomparsa.