La scomparsa dell’orchidea nera fu scoperta alle sette del mattino. Celeste Rinaldi entrò nella sala delle piante rare per controllare temperatura e umidità, come faceva ogni giorno, e trovò il piedistallo vuoto.
Il vaso non c’era più.
Al suo posto era rimasta una sottile traccia di terriccio scuro e alcuni granelli di corteccia, usati come substrato per la coltivazione delle orchidee epifite. La teca di protezione era aperta, ma non forzata.
«Chi aveva la chiave della teca?» chiese il commissario Sala.
Omar Ferri rispose con voce dura. «Il conte. Io. Celeste. E la signora Lavinia, per sicurezza.»
Riccardo rise nervosamente. «Naturalmente io no. Anche se, a quanto pare, sono sempre sospetto.»
Irene Bassi si chinò sul piedistallo. Il furto era stato eseguito con attenzione. Nessuna foglia spezzata, nessun danno alla struttura, nessun segno di fretta. Chi aveva preso la pianta sapeva come trasportarla.
«Non è un ladro improvvisato», disse.
«Quanto vale quell’orchidea?» chiese Sala.
Celeste rispose prima degli altri. «Sul mercato ufficiale, nulla. Non potrebbe essere venduta liberamente. Ma tra collezionisti privati potrebbe valere moltissimo.»
«Moltissimo quanto?»
«Abbastanza da far perdere il buon senso a molte persone.»
La serra venne chiusa. Nessuno poteva uscire senza autorizzazione. Irene chiese di controllare i vialetti, le uscite secondarie e il piccolo cancello usato per le consegne.
Proprio lì trovò una traccia interessante: sul terreno umido, accanto alla soglia, c’erano segni lasciati da ruote sottili, forse quelle di un carrellino. Accanto, alcuni frammenti di muschio usato per avvolgere radici delicate durante il trasporto.
«La pianta è uscita da qui», disse.
Omar scosse la testa. «Il cancello era chiuso.»
«Chiuso quando lo avete controllato. Non significa che lo sia sempre stato.»
Nel magazzino delle attrezzature mancava un carrello leggero. Riccardo sostenne di non averlo mai visto. Lavinia disse di non occuparsi di dettagli pratici. Celeste apparve confusa. Omar, invece, si arrabbiò.
«Nessuno porta via una pianta da questa serra senza che io me ne accorga.»
Irene lo guardò. «Allora forse se n’è accorto.»
PAGE-BREAKDurante l’interrogatorio, Omar raccontò di aver ricevuto, qualche settimana prima, una proposta da un collezionista straniero. L’uomo voleva acquistare l’orchidea nera in forma privata, senza documenti, offrendo una cifra altissima.
«L’ho riferito al conte», disse. «Lui si è infuriato. Voleva denunciare il tentativo.»
«Chi altro lo sapeva?» chiese Irene.
Omar esitò. «Forse Riccardo. Era presente in villa quel giorno.»
Riccardo negò con forza, ma Irene notò che evitava di guardare il magazzino.
La botanica decise di esaminare l’ufficio del conte. Sulla scrivania trovò contratti, cataloghi, ricevute e una cartellina intestata a uno studio legale. Dentro c’era una bozza di donazione: Vittorio Aliprandi intendeva lasciare la serra non alla famiglia, ma a un istituto universitario di botanica.
Il documento non era firmato, ma era quasi pronto.
Il movente familiare diventava più solido.
Lavinia, informata della bozza, reagì con freddezza. «Mio padre poteva fare ciò che voleva. Lo ha sempre fatto.»
«Lei avrebbe perso la serra.»
«Io l’ho persa da bambina, quando lui ha scelto le piante al posto di sua figlia.»
Quelle parole erano piene di rancore, ma non necessariamente di colpa.
Celeste, invece, sembrava scossa da un’altra paura. Irene la trovò nel laboratorio, davanti a una serie di campioni di tessuto vegetale.
«Il conte voleva davvero donare tutto all’università?» chiese la giovane.
«Sembra di sì.»
Celeste abbassò gli occhi. «Allora qualcuno aveva pochissimo tempo per impedire che accadesse.»
«Qualcuno come Riccardo?»
«O qualcuno che vive grazie a questa serra.»
Il riferimento a Omar era chiaro.
Nel pomeriggio, Irene ricevette i risultati preliminari sul veleno. La sostanza usata contro il conte proveniva effettivamente da una pianta coltivata in serra, ma l’estratto era stato preparato con metodo professionale. Non bastava strappare una foglia e metterla nel tè.
Serviva un laboratorio.
Serviva tempo.
E serviva qualcuno capace di trattare una pianta tossica senza lasciare troppe tracce.
PAGE-BREAKLa svolta arrivò dal carrello scomparso.
Fu ritrovato dietro la vecchia limonaia, coperto da un telo verde. Sul piano c’erano ancora residui di muschio e corteccia. Ma Irene trovò anche un dettaglio più interessante: alcuni minuscoli granelli di sabbia bianca.
«Nella serra non c’è sabbia bianca», disse.
Omar confermò. «No. Usiamo lapillo, corteccia, torba e perlite. Non sabbia.»
Irene seguì la traccia fino a una piccola zona usata per l’acclimatazione delle piante appena arrivate dall’estero. Lì, in un angolo, c’erano sacchi di materiale drenante importato, contenente proprio granelli chiari.
La zona era gestita da Celeste.
Quando venne interrogata, la giovane assistente impallidì.
«Ho usato il carrello ieri», ammise. «Ma non per rubare l’orchidea. Dovevo spostare alcune piante nuove.»
«Perché non lo ha detto subito?»
«Perché temevo che mi accusaste.»
Irene la osservò in silenzio. Celeste aveva paura, ma non sembrava una ladra. La sua omissione, però, aveva permesso a qualcuno di usare il carrello e poi far ricadere il sospetto su di lei.
La botanica tornò alla sala delle orchidee rare. Studiò il punto dove il vaso era stato prelevato. Sul bordo del piedistallo trovò una minuscola fibra di tessuto blu scuro.
Riccardo indossava una giacca blu. Anche Lavinia aveva un foulard dello stesso colore. Omar usava una vecchia giacca da lavoro blu. L’indizio non bastava.
Fu il substrato, però, a parlare.
Irene confrontò i residui trovati sul carrello con quelli rimasti sul piedistallo. Non coincidevano del tutto. Il vaso portato via non era quello originale.
Qualcuno aveva sostituito l’orchidea prima del furto.
Il ladro aveva rubato una pianta già diversa.
La vera orchidea nera poteva essere ancora nella serra.
Quella notte Irene rimase tra i corridoi umidi e silenziosi della collezione. Alle due, notò una luce accesa nel vecchio laboratorio del botanico fondatore.
Quando entrò, trovò un diario aperto sul tavolo.
La prima riga diceva:
L’orchidea nera non appartiene agli Aliprandi.