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Capitolo

Il diario del botanico

La serra delle orchidee nere

Il vecchio laboratorio del botanico fondatore si trovava nella parte più antica della serra, dietro una porta di legno coperta da rampicanti. Da anni veniva usato poco: qualche armadio, un tavolo da lavoro, vecchi microscopi, barattoli con etichette scolorite e strumenti che nessuno aveva più avuto il coraggio di buttare.

Il diario aperto sul tavolo apparteneva a Leone Aliprandi, nonno di Vittorio e creatore della collezione botanica. La copertina era rigida, scura, consumata agli angoli. Le pagine odoravano di carta vecchia e umidità.

Irene iniziò a leggere.

Le prime annotazioni risalivano agli anni Cinquanta. Raccontavano spedizioni, scambi con altri botanici, acquisti di semi, tentativi di acclimatazione. Poi, molte pagine dopo, compariva un nome ricorrente: Ernesto Ferri.

«Ferri come Omar?» chiese il commissario Sala, arrivato poco dopo.

«Probabilmente un parente.»

Ernesto Ferri era stato il collaboratore più stretto di Leone Aliprandi. Secondo il diario, aveva partecipato alla scoperta e alla coltivazione dell’orchidea nera. Ma le ultime pagine cambiavano tono. Leone scriveva di una lite, di un brevetto botanico, di una pianta attribuita ingiustamente alla famiglia Aliprandi.

Ernesto sostiene che l’ibrido sia suo. Forse ha ragione più di quanto io voglia ammettere.

Irene alzò lo sguardo.

Se il diario era autentico, l’orchidea nera non era soltanto una pianta rara. Era il simbolo di un’appropriazione, di un merito rubato, di una ferita tramandata.

Omar Ferri venne convocato nel laboratorio. Quando vide il diario, il suo volto si chiuse.

«Lo conosceva?» chiese Irene.

«Mio nonno parlava di quella pianta. Diceva che gli Aliprandi gli avevano preso tutto.»

«E lei ci credeva?»

«Mio nonno è morto povero. Gli Aliprandi sono diventati famosi per la loro collezione. Faccia lei.»

Il movente di Omar diventava forte: rancore familiare, competenza botanica, accesso alla serra, conoscenza delle piante tossiche.

Troppo forte, pensò Irene.

Quando un sospetto sembra perfetto, spesso è stato preparato per esserlo.

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Il diario conteneva anche una mappa della serra antica. Alcuni settori non esistevano più, almeno ufficialmente. Uno era segnato con una sigla: “Camera calda B”.

Omar spiegò che quella zona era stata murata molti anni prima, dopo un problema strutturale.

«Murata o nascosta?» chiese Irene.

Il giardiniere non rispose subito. Poi condusse lei e il commissario lungo un corridoio laterale, dietro una parete coperta da felci. Spostando alcune piante, apparve una porta metallica.

«Non la apro da anni», disse Omar.

La chiave era ancora appesa a un chiodo, nascosta dietro un vaso di muschio. La porta cigolò.

All’interno c’era una piccola serra secondaria, più calda e più umida delle altre. Le pareti erano appannate. Al centro, su un banco isolato, cresceva un’orchidea dai petali scurissimi.

La vera orchidea nera.

Irene la osservò con attenzione. Era più piccola dell’esemplare scomparso, ma molto più sana. Aveva radici robuste, foglie lucide e un fiore perfetto.

«Quella rubata era una copia?» chiese Sala.

«Una pianta simile, forse un ibrido meno prezioso. La vera orchidea è sempre stata nascosta qui.»

Omar dichiarò di non saperlo. Irene non gli credette del tutto.

Sul banco accanto alla pianta trovò una targhetta metallica antica. La scritta, quasi cancellata, riportava due iniziali:

E.F. / L.A.

Ernesto Ferri e Leone Aliprandi.

La pianta, almeno in origine, era frutto di entrambi.

Ma qualcuno aveva cancellato il primo nome dalla storia ufficiale.

In un cassetto della camera calda, Irene trovò anche alcune boccette moderne. Una era vuota. Il tappo odorava dello stesso solvente vegetale mancante dall’armadietto dei preparati.

Chi aveva preparato il veleno era entrato lì.

La porta nascosta restringeva il cerchio: solo chi conosceva la vecchia serra poteva usarla.

Omar era il primo nome. Ma non l’unico.

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Nel pomeriggio arrivò una notizia dall’ospedale: Vittorio Aliprandi si era svegliato. Era debole, ma cosciente.

Irene e il commissario Sala lo raggiunsero nella stanza riservata. Il conte aveva il volto scavato, ma gli occhi ancora vivi. Quando Irene nominò il diario di Leone, lui chiuse le palpebre.

«Sapevo che prima o poi sarebbe venuto fuori», disse.

«Sapeva che l’orchidea nera era legata alla famiglia Ferri?»

«Sì. Mio nonno rubò il merito a Ernesto. O forse lasciò che il mondo dimenticasse il suo nome. Non so se sia meglio.»

Il conte spiegò di aver deciso di donare la serra all’università proprio per correggere quella colpa. Nell’inventario ufficiale avrebbe restituito a Ernesto Ferri il ruolo di coautore dell’ibrido e avrebbe istituito una borsa di studio a suo nome.

«Chi lo sapeva?» chiese Irene.

«Lavinia. Riccardo. Omar. Celeste stava preparando il catalogo.»

Tutti.

Il conte aggiunse un particolare decisivo: pochi giorni prima del malore aveva litigato con Riccardo, che voleva vendere alcune piante a collezionisti privati prima della donazione.

«Gli dissi che lo avrei escluso da ogni incarico», mormorò Vittorio.

«E Lavinia?»

Il conte abbassò lo sguardo. «Lavinia voleva solo che io smettessi di parlare con le piante e iniziassi, una volta tanto, a parlare con lei.»

Irene uscì dall’ospedale con una convinzione: il veleno non era stato usato solo per uccidere. Era stato usato per fermare una donazione, una confessione e forse una riparazione.

La sera, tornando alla serra, trovò Celeste nel laboratorio. La giovane stava piangendo davanti al diario.

«Mio padre si chiamava Rinaldi», disse. «Ma mia madre era una Ferri. Ernesto era il mio bisnonno.»

Il cerchio si allargava ancora.

Non c’era una sola famiglia ferita dall’orchidea nera.

Ce n’erano due.