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Capitolo

La notte senza luce

Il segreto del faro spento

L’isola di San Clemente era poco più di uno scoglio abitato, una lingua di terra battuta dal vento, con un piccolo porto, poche case bianche, una chiesa, una piazza e un faro costruito sulla punta più alta della scogliera.

Da generazioni, gli abitanti guardavano quel faro come si guarda una presenza familiare. Di notte, la sua luce girava lenta sul mare, illuminando per un istante le onde, le barche, i tetti bassi del paese e i volti di chi rientrava tardi dal porto.

Il tenente Giulio Mariani conosceva bene quell’isola. Ufficiale della Guardia Costiera, era nato sulla terraferma ma aveva trascorso molti anni tra porti, moli, fari e tempeste. Aveva imparato che il mare non mente, ma spesso gli uomini usano il mare per nascondere le proprie menzogne.

La chiamata arrivò alle tre e venti del mattino.

«Tenente, il faro si è spento.»

A parlare era il maresciallo Rizzo, responsabile della piccola stazione marittima dell’isola.

«Per quanto tempo?» chiese Mariani.

«Cinque minuti. Forse sei. Ma abbastanza.»

Quella notte il mare era in tempesta. Il vento soffiava da nord-est, le onde superavano gli scogli e la pioggia rendeva quasi invisibile la linea della costa. In condizioni normali, nessuna barca avrebbe dovuto trovarsi in mare.

E invece una barca mancava all’appello.

Si chiamava Santa Lucia, un piccolo peschereccio di proprietà di Michele Arca, pescatore esperto e uomo poco incline alle imprudenze. Era uscito nel tardo pomeriggio e avrebbe dovuto rientrare prima del peggioramento del tempo. Dopo lo spegnimento del faro, il contatto radio si era interrotto.

Mariani raggiunse l’isola poco prima dell’alba, su una motovedetta che faticò a superare le onde del canale. Quando mise piede sul molo, il paese era già sveglio. Alcuni pescatori guardavano il mare in silenzio. Le donne stavano sotto i portici, avvolte negli scialli. Tutti sembravano aspettare una notizia che nessuno voleva pronunciare.

Il faro dominava la scogliera, scuro contro il cielo grigio. La sua luce era tornata a funzionare, ma per Mariani non bastava.

«Chi era di turno?» chiese.

Il maresciallo Rizzo indicò un uomo anziano, fermo vicino alla banchina.

«Ennio Serra. Guardiano del faro da più di trent’anni.»

Ennio aveva il volto scavato dal vento e occhi chiari, quasi trasparenti. Disse che il generatore si era bloccato all’improvviso. Aveva riavviato il sistema appena possibile, ma per alcuni minuti la luce era mancata.

«È mai successo prima?» domandò Mariani.

«Mai durante una tempesta.»

La risposta non era una vera risposta.

Il tenente salì al faro insieme a Rizzo. La scala di pietra era bagnata e il vento spingeva la pioggia contro le pareti. Nella sala della lanterna, Mariani osservò il quadro elettrico, il generatore ausiliario e il vecchio registro di servizio.

Il blocco era indicato alle 02:47.

La luce era ripartita alle 02:53.

Sei minuti.

Abbastanza perché una barca in difficoltà perdesse il riferimento della costa.

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Mariani esaminò il quadro elettrico. Non era un tecnico, ma aveva visto abbastanza impianti marittimi da capire quando un guasto era naturale e quando sembrava aiutato da una mano umana.

Il fusibile principale era bruciato. Nulla di strano, in apparenza. Ma accanto al vano del generatore trovò una piccola traccia di olio fresco sul pavimento. Troppo pulita per appartenere a un macchinario vecchio e usato ogni giorno.

«Qui qualcuno ha lavorato da poco», disse.

Ennio Serra rimase immobile. «Faccio manutenzione ogni settimana.»

«Di notte?»

Il guardiano non rispose.

Nella stanza accanto, Mariani trovò una tazza ancora tiepida, un impermeabile appeso male e un paio di guanti bagnati. Sul tavolo c’era il registro del faro. Le ultime annotazioni erano ordinate, ma una pagina risultava strappata.

«Che cosa c’era qui?» chiese il tenente.

Ennio abbassò lo sguardo. «Appunti vecchi. Non riguardano il guasto.»

Mariani aveva imparato a diffidare delle cose che “non riguardano” un caso. Spesso lo riguardano più di tutto il resto.

Scendendo dalla torre, incontrò tre persone che avrebbero avuto un ruolo nell’indagine.

La prima era Anna Arca, figlia del pescatore scomparso. Aveva poco più di trent’anni e un volto segnato da una notte senza sonno. Non credeva che suo padre fosse uscito per imprudenza.

«Conosceva il mare meglio di chiunque altro», disse. «Se è rimasto fuori, qualcuno lo ha trattenuto o chiamato.»

Il secondo era Paolo Venturi, proprietario del piccolo cantiere navale dell’isola. Uomo pratico, robusto, parlava poco e guardava spesso verso gli scogli a nord, come se temesse di vedere qualcosa riemergere.

La terza era Caterina Lupo, sindaca dell’isola. Elegante anche sotto la pioggia, cercava di mantenere la calma della comunità, ma era evidente che temeva uno scandalo più della tempesta.

«Tenente, la priorità è trovare Michele Arca», disse. «Il resto verrà dopo.»

«A volte il resto serve a trovare un uomo disperso», rispose Mariani.

Le ricerche iniziarono all’alba. Due motovedette perlustrarono la costa, mentre i pescatori controllavano le calette riparate e le correnti vicino agli scogli. A metà mattina vennero trovati alcuni frammenti di legno verniciato di azzurro.

Appartenevano alla Santa Lucia.

Ma non fu quello il ritrovamento più importante.

Tra gli scogli della Cala Nera, un sub della Guardia Costiera recuperò un salvagente lesionato e una piccola cassetta metallica impermeabile. Dentro c’era una bussola, alcune carte nautiche e un foglio piegato.

Sul foglio, scritto a matita, c’era un messaggio:

Se non torno, cercate nel vecchio naufragio.

Mariani guardò il mare agitato.

Il caso non iniziava quella notte.

Cominciava molto tempo prima.

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Il vecchio naufragio era una storia che tutti sull’isola conoscevano, ma che pochi raccontavano volentieri.

Ventotto anni prima, una barca chiamata Madonna del Vento era affondata durante una notte di burrasca, non lontano dalla stessa Cala Nera. A bordo c’erano tre uomini: il giovane guardiano assistente del faro, un commerciante della terraferma e un pescatore del posto.

Solo uno era sopravvissuto.

Ennio Serra.

All’epoca non era ancora guardiano titolare. Aveva dichiarato che la barca era stata spinta sugli scogli dalla tempesta. Nessuno aveva mai indagato a fondo. Il mare aveva restituito pochi resti, molte domande e nessuna certezza.

Mariani chiese a Rizzo di recuperare il fascicolo dell’incidente. Poi tornò al faro.

Ennio Serra lo aspettava sulla soglia, come se sapesse già quale domanda sarebbe arrivata.

«La Madonna del Vento», disse Mariani. «Michele Arca voleva cercare qualcosa legato a quel naufragio?»

Il guardiano si irrigidì.

«Michele era un uomo inquieto. Negli ultimi tempi faceva domande su cose vecchie.»

«Che tipo di domande?»

«Chiedeva dei registri, della luce del faro, di una barca che non avrebbe dovuto essere in mare.»

«La barca del naufragio?»

Ennio non rispose.

Mariani capì che il guardiano custodiva qualcosa. Ma non era ancora chiaro se fosse colpa, paura o rimorso.

Nel pomeriggio venne trovato un altro frammento della Santa Lucia, questa volta vicino a un tratto di costa lontano dalla rotta normale di rientro. Le correnti indicavano che la barca poteva essere stata spinta fuori rotta proprio nei minuti in cui il faro era rimasto spento.

La spiegazione dell’incidente restava possibile.

Ma troppo comoda.

Anna Arca consegnò a Mariani un quaderno del padre. Michele annotava correnti, fondali, avvistamenti e vecchie coordinate. Nell’ultima pagina compariva una frase:

La luce si spense anche allora.

Il tenente chiuse il quaderno.

La notte senza luce non era un’anomalia.

Era una ripetizione.

E qualcuno, sull’isola, aveva paura che il passato tornasse a illuminare ciò che il buio aveva nascosto.