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Capitolo

La barca fantasma

Il segreto del faro spento

La Madonna del Vento riemerse come un ricordo che il mare aveva deciso di restituire. Non affiorò interamente: una parte dello scafo rimase incastrata tra gli scogli sommersi della Cala Nera, mentre alcuni frammenti si spinsero verso riva con la marea.

Mariani arrivò sul posto all’alba. Il cielo era limpido dopo la tempesta, ma il mare conservava ancora un movimento nervoso. I sommozzatori scesero vicino al relitto e confermarono ciò che il tenente sospettava: la vecchia barca non era stata soltanto vittima delle onde.

Sullo scafo c’erano segni di urto compatibili con una collisione.

Qualcuno l’aveva speronata.

Nella parte interna venne trovata una cassetta metallica chiusa. La piccola chiave conservata da Michele Arca la aprì perfettamente.

Dentro c’erano documenti avvolti in tela cerata: ricevute, mappe, elenchi di carichi e una fotografia. La fotografia mostrava quattro uomini sul molo: Ruggero Serra, Paolo Venturi da giovane, Lorenzo Corsi e un altro uomo con il volto parzialmente coperto dall’ombra.

Sul retro era scritto:

La notte del carico sbagliato.

I documenti rivelavano che la Madonna del Vento trasportava merce di contrabbando, ma non solo. In una delle casse c’erano reperti archeologici recuperati illegalmente dai fondali vicini all’isola: anfore, monete, piccoli oggetti antichi destinati a collezionisti privati.

Il vecchio naufragio non riguardava quindi sigarette o materiale elettronico. Riguardava un traffico molto più grave.

«Michele aveva trovato tutto questo», disse Rizzo.

Mariani annuì. «E qualcuno ha spento il faro per impedirgli di portarlo a riva.»

Ma una domanda restava aperta: Michele Arca era morto o si era nascosto?

Nel primo pomeriggio arrivò la risposta. Un pescatore avvistò un segnale di fumo da una grotta sotto la scogliera nord. Le squadre di ricerca raggiunsero il punto via mare.

Michele era vivo.

Ferito, disidratato, ma vivo.

Quando vide Mariani, riuscì a dire soltanto:

«Non è stato il mare.»

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Michele Arca venne portato nell’infermeria dell’isola. Aveva una ferita alla spalla e segni di ipotermia. Raccontò lentamente ciò che era accaduto.

Quella sera era uscito per controllare il punto del vecchio relitto. Aveva con sé la cassetta metallica appena recuperata e voleva consegnarla il mattino dopo. Ma sulla via del rientro una barca senza luci lo aveva seguito.

«Poi il faro si è spento», disse. «Per pochi minuti. Quanto bastava per non vedere gli scogli.»

La sua barca era stata speronata. Michele era caduto in mare, riuscendo poi a raggiungere una grotta conosciuta solo dai pescatori più esperti. Lì aveva resistito per ore, finché il mare non si era calmato abbastanza da permettergli di accendere un segnale.

«Ha visto chi guidava l’altra barca?» chiese Mariani.

Michele chiuse gli occhi. «No. Ma ho sentito il motore. Non era un motore qualunque. Era quello del cantiere di Venturi. Lo riconoscerei ovunque.»

Paolo Venturi venne interrogato subito. Negò di essere uscito in mare. Disse che il suo motoscafo era rimasto in cantiere tutta la notte. Ma sullo scafo vennero trovate tracce fresche di vernice azzurra, compatibili con la Santa Lucia.

Venturi cedette solo in parte.

Confessò di aver seguito Michele, ma sostenne di non volerlo uccidere. Voleva soltanto spaventarlo, costringerlo a consegnare la cassetta e impedire che il nome di suo padre e della famiglia Lupo venisse travolto dallo scandalo.

«Chi ha sabotato il faro?» chiese Mariani.

Venturi non rispose.

Il tenente comprese allora che il cantiere era solo metà della storia.

Il sabotaggio richiedeva accesso al faro, conoscenza dei tempi del generatore e la certezza che la luce si sarebbe spenta nel momento esatto in cui Michele si avvicinava alla scogliera.

Qualcuno aveva coordinato l’azione da terra.

La risposta arrivò dal registro telefonico di Ennio Serra. Poco prima del guasto, il guardiano aveva ricevuto una chiamata dal municipio.

La chiamata proveniva dall’ufficio della sindaca Caterina Lupo.

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Caterina Lupo fu convocata nella sala comunale, davanti a Mariani, Rizzo, Ennio Serra e Michele Arca. All’inizio negò ogni coinvolgimento. Sostenne che chiunque avrebbe potuto usare il telefono del municipio.

Mariani posò sul tavolo la fotografia recuperata dalla cassetta.

«Suo padre era coinvolto nel traffico dei reperti.»

La sindaca strinse le labbra.

«Non posso rispondere per i morti.»

«Ma può rispondere per i vivi.»

Il tenente spiegò la ricostruzione. Michele aveva trovato la prova del vecchio traffico. Venturi, temendo la riapertura del caso, lo aveva seguito in mare. Ma per farlo finire sugli scogli serviva il buio. Caterina aveva convinto Ennio a scendere dal faro per pochi minuti con una telefonata pretestuosa, poi qualcuno aveva alterato il quadro elettrico approfittando dell’assenza del guardiano.

«Chi è salito al faro?» chiese Rizzo.

Ennio abbassò lo sguardo. «Un tecnico del Comune. O almeno così credevo.»

Quel tecnico era un dipendente comunale vicino alla sindaca. Messo sotto pressione, ammise di aver ricevuto l’ordine di intervenire sul sistema per provocare una breve interruzione. Gli era stato detto che serviva per una verifica di emergenza.

Caterina rimase in silenzio. Poi, lentamente, smise di difendersi.

«Volevo proteggere l’isola», disse.

«No», rispose Mariani. «Voleva proteggere una versione dell’isola.»

La verità venne ricostruita nei giorni successivi. Ventotto anni prima, la Madonna del Vento era stata affondata per impedire che il traffico di reperti venisse scoperto. Ruggero Serra aveva sospettato la verità, ma aveva taciuto per paura. Ennio aveva ereditato quel silenzio. Michele Arca, trovando il relitto e la cassetta, aveva riaperto il caso.

Venturi venne arrestato per l’aggressione a Michele e per il tentato occultamento delle prove. Caterina Lupo fu indagata per il sabotaggio e per il tentativo di ostacolare l’indagine. Il vecchio traffico, pur segnato dal tempo e dalla morte di molti protagonisti, venne finalmente documentato.

Qualche settimana dopo, il faro tornò a funzionare con un nuovo sistema di sicurezza. La comunità dell’isola si raccolse sulla scogliera durante la prima accensione ufficiale. Nessuno applaudì. La luce cominciò semplicemente a girare sul mare, lenta e regolare.

Mariani restò accanto a Michele Arca.

«Il mare ha restituito tutto», disse il pescatore.

Il tenente guardò la luce del faro passare sugli scogli della Cala Nera.

«Non tutto», rispose. «Ha restituito abbastanza perché gli uomini non potessero più fingere.»

Prima di lasciare l’isola, Mariani salì ancora una volta al faro. Ennio Serra gli consegnò il diario del padre.

«Lo tenga lei», disse. «Io l’ho custodito troppo a lungo senza avere il coraggio di leggerlo davvero.»

Mariani prese il diario e guardò l’orizzonte. Il mare era calmo, quasi luminoso.

Ma il tenente sapeva bene che non esistono mari innocenti. Esistono soltanto verità sommerse, in attesa della tempesta giusta per tornare a galla.