La libreria si chiamava Il Girasole di Carta, anche se da anni nessuno ricordava più il motivo di quel nome. Si trovava in una stradina laterale del centro storico, tra una bottega di cornici e un piccolo bar con i tavolini sempre un po’ storti sul marciapiede. La vetrina era stretta, il legno dell’insegna aveva perso colore e il campanello sopra la porta produceva un suono lieve, quasi timido.
Emma vi entrò per la prima volta da proprietaria in un pomeriggio di pioggia. Aveva trentadue anni, una valigia ancora in macchina e la sensazione di essere tornata in un luogo che la conosceva meglio di quanto lei conoscesse se stessa. La libreria era appartenuta a sua zia Adele, morta pochi mesi prima, una donna minuta, libera, piena di frasi sottolineate e tè dimenticati sul bancone.
Da bambina, Emma trascorreva lì intere estati. Si sedeva sul pavimento, tra gli scaffali più bassi, e sfogliava libri più grandi di lei. Poi era cresciuta, era partita per la città, aveva lavorato in una casa editrice, aveva amato persone sbagliate e aveva imparato che non sempre i capitoli finiscono dove uno vorrebbe.
Ora la libreria era sua.
O forse, pensò guardandosi intorno, era lei ad appartenere di nuovo alla libreria.
Gli scaffali erano pieni di volumi usati, romanzi nuovi, quaderni, segnalibri artigianali e piccoli oggetti raccolti negli anni. Dietro il banco c’erano ancora gli occhiali della zia, appoggiati sopra un registro delle vendite. Emma li sfiorò con le dita e sentì una malinconia dolce, di quelle che non fanno rumore ma restano a lungo.
Il primo giorno lo dedicò a sistemare. Aprì scatole, spolverò mensole, controllò titoli, buttò via vecchie ricevute e trovò ovunque biglietti della zia: “Da mettere in vetrina a dicembre”, “Questo piaceva alla signora Irma”, “Non vendere, prestare soltanto”.
Verso sera, mentre la pioggia batteva contro la vetrina, Emma prese da uno scaffale una copia consunta di Jane Eyre. Il dorso era rovinato, alcune pagine piegate, la copertina macchiata di tempo. Aprendolo, trovò una busta color avorio infilata tra le pagine centrali.
Non c’era francobollo. Non c’era indirizzo. Solo una frase scritta a mano:
Per quando avrai il coraggio di sapere.
Emma esitò. Non amava leggere cose private. Ma la busta era aperta, e dentro c’era una lettera piegata con cura.
La grafia era elegante, un po’ inclinata.
Cara L.,
ci sono parole che restano ferme per anni, come libri dimenticati sullo scaffale più alto. Io non so se leggerai mai questa lettera, né se vorrai perdonare il mio silenzio. So soltanto che ogni volta che entro in questa libreria cerco il tuo volto tra i titoli, come se tu potessi apparire all’improvviso tra un romanzo inglese e un libro di poesie.
Emma lesse soltanto quelle righe, poi si fermò. Sentì di aver aperto una porta che non le apparteneva. Ripiegò la lettera e la rimise nella busta.
Ma ormai la curiosità aveva acceso qualcosa.
Chi era L.? Chi aveva scritto quella lettera? E perché era rimasta nascosta dentro un libro della libreria di zia Adele?
PAGE-BREAKNei giorni successivi, Emma cercò di ignorare la busta. Aveva troppo da fare: ordinare i fornitori, aggiornare il piccolo sito della libreria, chiamare i clienti storici, capire quali libri vendere e quali salvare per affetto. Ma ogni volta che passava davanti allo scaffale dei romanzi inglesi, il pensiero tornava lì.
Una mattina, mentre sistemava alcuni libri usati arrivati da una donazione, trovò una seconda busta. Era nascosta dentro una vecchia edizione de Il giardino segreto. Stessa carta color avorio. Stessa grafia. Nessun indirizzo.
Sul davanti c’era scritto:
Per quando capirai che non me ne sono andato davvero.
Emma sentì il cuore accelerare.
Questa volta lesse la lettera per intero.
Cara L.,
oggi ti ho vista dalla vetrina. Avevi un cappotto blu e tenevi un libro stretto al petto, come se fosse una cosa viva. Non sono entrato. Ho avuto paura che il tuo sguardo mi chiedesse spiegazioni che non so ancora dare. La verità è che non sono partito perché non ti amavo. Sono partito perché credevo di non meritare quello che mi stavi offrendo.Ogni uomo ha una forma diversa di codardia. La mia è stata il silenzio.
Emma rimase a lungo con la lettera tra le mani. Non era solo una corrispondenza sentimentale: era il frammento di una storia interrotta, di un amore rimasto sospeso tra un incontro mancato e una spiegazione mai data.
Nel pomeriggio entrò in libreria la signora Irma, una cliente anziana che conosceva la zia Adele da una vita. Comprò un libro di cucina, due romanzi rosa e si lamentò del fatto che oggi nessuno scrive più lettere vere.
Emma colse l’occasione.
«Signora Irma, posso farle una domanda? Lei ricorda qualcuno, anni fa, che veniva spesso qui e scriveva lettere?»
L’anziana la guardò con interesse. «In questa libreria, cara mia, tutti hanno scritto qualcosa a qualcuno. Anche quelli che facevano finta di comprare solo enciclopedie.»
Emma sorrise. «Cerco una persona. Forse un uomo. Le lettere sono indirizzate a una donna il cui nome inizia con L.»
La signora Irma rimase in silenzio per qualche secondo.
«Livia», disse infine.
«Livia?»
«Forse. Veniva qui tanti anni fa. Una ragazza elegante, ma triste negli occhi. Comprava sempre libri con protagoniste che aspettavano qualcuno.»
«E lui?»
Irma strinse il manico della borsa. «Lui era un giovane professore. O almeno voleva diventarlo. Si chiamava…»
Si fermò, cercando il nome tra i ricordi.
«No, non mi viene. Ma forse c’è qualcuno che può saperlo.»
«Chi?»
«Il professor Lorenzo Conti. Insegna letteratura al liceo. Era molto legato ad Adele. Ogni settimana passava qui a parlare di libri dimenticati.»
Emma annotò il nome.
Quella sera, chiudendo la libreria, guardò le due buste sul banco. Non sapeva ancora perché, ma aveva la sensazione che quelle lettere non fossero finite tra le sue mani per caso.
Forse zia Adele le aveva lasciato un ultimo compito.
O forse alcuni amori, quando restano troppo a lungo in sospeso, trovano da soli il modo di farsi leggere.
PAGE-BREAKIl professor Lorenzo Conti entrò in libreria il sabato mattina, poco dopo l’apertura. Emma lo riconobbe senza averlo mai visto: aveva il modo di guardare gli scaffali di chi non cerca un libro preciso, ma una compagnia. Indossava un cappotto grigio, portava una cartella di cuoio e aveva un’espressione riservata, quasi gentile prima ancora di parlare.
«Lei deve essere Emma», disse. «Adele parlava spesso di lei.»
Emma sorrise. «Spero bene.»
«Molto bene. Diceva che da bambina leggeva i finali prima dell’inizio.»
Emma arrossì appena. «Lo faccio ancora, qualche volta.»
«Allora è una lettrice pericolosa.»
Quel piccolo scambio la fece sorridere più del necessario.
Lorenzo chiese se poteva ordinare alcuni testi per la scuola. Poi si fermò davanti al banco, come se aspettasse che la libreria gli dicesse qualcosa. Emma decise di mostrargli le lettere.
«La signora Irma mi ha detto che forse lei potrebbe aiutarmi.»
Lorenzo prese la prima busta con estrema delicatezza. Lesse poche righe e il suo volto cambiò: non sorpresa piena, ma riconoscimento.
«Questa grafia…» mormorò.
«La conosce?»
«Credo di sì. Potrebbe appartenere a Giulio Ferri.»
«Chi era?»
«Un insegnante di lettere. Molto stimato. Molto riservato. Frequentava questa libreria quando era giovane. Adele lo conosceva bene.»
«E Livia?»
Lorenzo annuì lentamente. «Livia Moretti. Era una musicista. Pianista, se ricordo bene. Poi partì. O forse fu lui a partire. La storia cambia a seconda di chi la racconta.»
Emma guardò le lettere. «Queste non sono mai state spedite.»
«No», disse Lorenzo. «E forse è proprio questo il punto.»
Decisero di cercare altri indizi tra i libri della libreria. Emma chiuse per la pausa pranzo, preparò due tazze di caffè nella piccola stanza sul retro e insieme iniziarono a controllare gli scaffali indicati dalle prime due lettere: romanzi inglesi, libri per ragazzi, poesia del Novecento.
Trovarono una terza busta dentro una raccolta di poesie di Emily Dickinson.
Sul davanti c’era scritto:
Per quando scoprirai che ti ho aspettata anche partendo.
Lorenzo la lesse in silenzio. Emma lo osservò. C’era qualcosa nel suo modo di trattenere le emozioni che la colpiva. Non era freddezza. Era pudore.
«Lei crede che sia ancora possibile riparare una storia dopo tanti anni?» chiese Emma.
Lorenzo sollevò lo sguardo. «Dipende. Alcune storie vogliono essere riparate. Altre chiedono solo di essere comprese.»
Emma ripensò alla propria vita in città, a una relazione finita senza litigi ma con molte frasi mai dette, al lavoro lasciato perché non la faceva più respirare.
«E le persone?» domandò.
«Le persone, a volte, sono più difficili dei libri. Nei libri almeno le pagine sono numerate.»
Risero piano.
Fu in quel momento, tra una lettera d’amore non spedita e uno scaffale da riordinare, che Emma ebbe la prima sensazione strana e luminosa: quella ricerca non riguardava più soltanto Giulio e Livia.
Riguardava anche lei.