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Capitolo

Il professore dei romanzi dimenticati

La libreria dei cuori sospesi

Nei giorni successivi, Lorenzo tornò spesso alla libreria. All’inizio per aiutare Emma nella ricerca delle lettere, poi per portarle libri da catalogare, infine senza un motivo davvero necessario. Arrivava nel tardo pomeriggio, quando fuori la luce si faceva dorata sulle case del centro e la libreria assumeva l’aria calma di un luogo fuori dal tempo.

Emma cominciò ad aspettarlo senza ammetterlo nemmeno a se stessa. Fingeva di sistemare il banco, controllava il campanello sopra la porta, preparava due tazze di tè invece di una. Quando lui entrava, con la cartella di cuoio e un libro sempre sottobraccio, la giornata sembrava trovare una frase più ordinata.

La ricerca li aveva portati a ricostruire lentamente la storia di Giulio Ferri e Livia Moretti. Lui era stato un giovane insegnante di lettere, figlio di una famiglia modesta, brillante ma insicuro. Lei una pianista promettente, cresciuta in una casa severa, destinata secondo i genitori a un matrimonio “sicuro” e non a un amore incerto con un professore senza posizione.

Si erano conosciuti proprio al Girasole di Carta. Adele, la zia di Emma, li aveva osservati innamorarsi tra uno scaffale e l’altro. Prima uno scambio di consigli sui libri, poi incontri casuali, poi appuntamenti non dichiarati. Livia comprava romanzi francesi. Giulio fingeva di cercare saggi di critica letteraria, ma finiva sempre nello stesso corridoio.

«Adele doveva sapere tutto», disse Emma, seduta sul pavimento accanto a una scatola di libri usati.

Lorenzo sfogliava un vecchio registro delle vendite. «Adele sapeva più cose di quante dicesse. Era il suo talento.»

In fondo a una pagina del registro trovarono due annotazioni scritte a matita:

L. — Chopin, poesie, attesa.
G. — Pavese, lettere, rimorso.

Emma sorrise con malinconia. «Mia zia trasformava anche i clienti in schede bibliografiche.»

«Forse aveva capito che certi amori sono cataloghi impossibili.»

Quel pomeriggio trovarono una quarta lettera dentro una copia de Il mestiere di vivere. Era più breve delle altre.

Cara L.,
ho accettato il trasferimento. Partirò tra due settimane. Mi hanno detto che è un’occasione importante, e forse lo è. Ma nessuna occasione mi sembra davvero tale se, per prenderla, devo lasciare te senza una spiegazione.

Vorrei chiederti di venire con me. Vorrei avere il coraggio di farlo. Ma ogni volta che ti vedo, penso che tu meriti qualcuno capace di offrirti una casa, una certezza, un futuro che non tremi. Io, invece, ho solo libri, dubbi e una paura enorme di rovinarti la vita.

Emma rimase in silenzio. Poi disse piano:

«A volte si ferisce qualcuno proprio credendo di proteggerlo.»

Lorenzo chiuse il libro. «È una delle forme più eleganti della paura.»

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La quinta lettera fu trovata da Lorenzo, una settimana dopo, dentro un romanzo dimenticato in cima allo scaffale dei classici italiani. Per prenderlo dovette salire su una piccola scala di legno. Emma rimase sotto, fingendo di reggerla per prudenza.

«Guardi che non cadrò», disse lui.

«Non si sa mai. I professori di letteratura hanno spesso un rapporto distratto con la gravità.»

Lorenzo rise. Era una risata breve, trattenuta, ma Emma la trovò bella.

La lettera era nascosta dentro Le ultime lettere di Jacopo Ortis. Sul davanti della busta c’era scritto:

Per quando smetterai di credere che l’addio sia stata una scelta sola.

Il contenuto era diverso dai precedenti. Giulio non scriveva più soltanto a Livia. Sembrava parlare a se stesso.

Cara L.,
sono partito. Eppure non c’è stazione, strada o aula scolastica in cui io non ti abbia portata con me. Ti ho scritto molte volte e non ho spedito nulla. Ogni lettera era un ponte che costruivo e poi bruciavo per vergogna.

Mi hanno detto che ti sposerai. Non so se sia vero. Se lo è, ti auguro una felicità più coraggiosa della mia. Se non lo è, ti chiedo perdono per non essere tornato quando ancora il ritorno avrebbe avuto senso.

Emma sentì una stretta al petto. «Quindi lui credeva che lei si fosse sposata.»

«Forse qualcuno glielo disse», osservò Lorenzo.

«O forse lo immaginò.»

«Le persone spaventate sono molto brave a inventare prove contro la propria felicità.»

Emma lo guardò. «Lei parla per esperienza?»

Lorenzo rimase un istante in silenzio. Poi sorrise appena.

«Insegno letteratura. È un modo elegante per parlare sempre anche di sé fingendo di parlare degli altri.»

Emma avrebbe voluto chiedergli di più. Se era stato innamorato. Se aveva qualcuno. Se il suo modo gentile e solitario di stare al mondo era una scelta o una ferita. Ma non lo fece.

Invece gli chiese se conosceva ancora qualcuno che potesse parlare di Livia.

Lorenzo propose di andare all’archivio del conservatorio, dove forse era rimasta traccia della sua carriera musicale. Emma accettò subito, anche se capì di essere più felice per il viaggio insieme che per l’indizio.

Il conservatorio si trovava nella città vicina. Partirono il sabato mattina con l’auto di Lorenzo. Durante il tragitto parlarono di libri, di pioggia, di scuole, di caffè cattivi bevuti nelle stazioni. A metà strada, Emma si accorse di sentirsi leggera.

Era una leggerezza nuova, fragile, che non chiedeva promesse.

Solo presenza.

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All’archivio del conservatorio trovarono il nome di Livia Moretti in alcuni programmi di concerto degli anni Ottanta. Era stata una pianista talentuosa, con recensioni positive e un futuro aperto. Poi, all’improvviso, le sue esibizioni erano diminuite fino a sparire.

L’archivista, una donna gentile con occhiali rotondi, ricordava vagamente quella storia.

«Livia Moretti lasciò la musica per qualche anno», disse. «Poi riprese a insegnare privatamente. Non credo si sia mai sposata.»

Emma e Lorenzo si guardarono.

«È viva?» chiese Emma.

L’archivista controllò un indirizzario aggiornato. «Sì. Vive ancora in zona. In una casa vicino al parco vecchio.»

Emma sentì l’emozione salire. Fino a quel momento Livia era stata una lettera, un’iniziale, un’immagine romantica costruita tra gli scaffali. Ora diventava una persona reale, con un indirizzo, una porta, una vita.

Durante il ritorno, Emma rimase più silenziosa del solito.

«Che cosa c’è?» chiese Lorenzo.

«Mi domando se abbiamo il diritto di entrare in questa storia.»

«Forse no.»

«Allora perché lo facciamo?»

Lorenzo guidava con lo sguardo fisso sulla strada. «Perché le lettere erano nascoste nella libreria di sua zia. E perché forse Adele voleva che qualcuno le trovasse.»

«O forse voleva solo custodirle.»

«Custodire non significa sempre lasciare fermo. A volte significa aspettare il momento giusto.»

Emma pensò che quella frase assomigliava pericolosamente a loro due.

La sera, tornati in libreria, trovarono ad attenderli la signora Irma. Aveva portato un dolce e un ricordo.

«Mi è venuto in mente il nome», disse. «Giulio Ferri non spediva le lettere perché credeva che Livia avesse scelto un altro. Ma non era vero. Fu sua madre a farglielo credere.»

Emma trattenne il respiro.

«Come lo sa?»

«Adele lo sapeva. E quando Adele sapeva una cosa triste, cercava sempre un modo per farla diventare meno inutile.»

Quella notte Emma rimase in libreria fino a tardi. Mise in ordine le lettere trovate, le numerò, le ripose con cura.

Poi scrisse su un foglio:

Domani andremo da Livia.

Non sapeva se quella decisione avrebbe riaperto una ferita o finalmente chiuso un cerchio.

Sapeva solo che alcune storie, se nessuno le ascolta, continuano a bussare tra le pagine.