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Capitolo

Il taccuino dimenticato

Il treno delle coincidenze

Elena tenne il taccuino sulle ginocchia per tutto il viaggio, senza aprirlo. Era un oggetto semplice: copertina grigia, elastico nero, angoli leggermente rovinati. Eppure le sembrava di avere tra le mani qualcosa di intimo, quasi una voce.

Avrebbe potuto consegnarlo al capotreno. Avrebbe potuto lasciarlo all’ufficio oggetti smarriti. Avrebbe potuto non prenderlo affatto. Ma lo aveva preso perché sapeva a chi apparteneva. E forse, anche se non voleva ammetterlo, perché sperava di avere un motivo per rivedere Marco.

Scese a San Felice con il taccuino nella borsa. Durante la mattinata provò a lavorare, ma ogni pratica sembrava scivolarle davanti agli occhi senza lasciare traccia. Francesca notò subito il suo nervosismo.

«È successo qualcosa al treno?»

Elena la guardò. «Perché al treno?»

«Perché ormai la tua vita emotiva viaggia su rotaia.»

Elena tirò fuori il taccuino.

«L’ha dimenticato.»

Francesca spalancò gli occhi. «Il quasi qualcuno?»

«Marco.»

«Ha un nome. Siamo oltre il quasi.»

Elena ignorò il commento. «Non so cosa fare.»

«Restituirlo.»

«Non so dove trovarlo.»

«Lavora a San Felice, no?»

«In uno studio di architettura. Ma non so quale.»

Francesca indicò il taccuino. «Forse dentro c’è un biglietto da visita.»

Elena lo ritirò subito verso di sé. «Non posso aprirlo.»

«Non ti ho detto di leggere il diario segreto della sua anima. Solo di cercare un contatto.»

Era ragionevole. Troppo ragionevole.

Durante la pausa pranzo, Elena si sedette su una panchina del piccolo parco vicino all’ufficio. Aprì il taccuino con cautela, come se potesse scusarsi con ogni pagina.

La prima era occupata da un disegno della stazione di Poggio Verde. Poi c’erano schizzi di edifici, appunti su materiali, facciate, balconi, scale, finestre. Alcune pagine contenevano frasi sparse.

Le stazioni sono luoghi che fingono di servire solo a partire. In realtà custodiscono chi ritorna.

Elena sorrise suo malgrado.

Continuò a sfogliare cercando un indirizzo. Trovò invece un disegno che la fece fermare.

Era lei, seduta sul treno, il volto girato verso il finestrino, una mano intorno al bicchiere del caffè.

Sotto, Marco aveva scritto:

La donna del caffè salvato. Sembra sempre in partenza da se stessa.

Elena chiuse il taccuino di colpo.

Avrebbe dovuto sentirsi violata. Invece si sentì scoperta.

E la differenza la spaventò.

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Quel pomeriggio Elena cercò su internet gli studi di architettura di San Felice. Ce n’erano almeno sette. Nessuno mostrava chiaramente il nome di Marco tra i collaboratori, o forse ce n’erano troppi. Marco Berti, Marco D’Amico, Marco Santori. Non sapeva il cognome dell’uomo del finestrino. Si rese conto con imbarazzo di conoscere il suo modo di guardare i campi, ma non un dato utile per restituirgli un oggetto.

Decise di passare dall’ufficio oggetti smarriti della stazione dopo il lavoro. L’impiegato, un uomo stanco con occhiali spessi, le disse che poteva lasciare lì il taccuino.

Elena appoggiò una mano sulla borsa.

«E se la persona non lo cerca?»

«Resta qui.»

«Per quanto?»

«Dipende.»

«Da cosa?»

«Da quanto spazio abbiamo.»

Quella risposta la convinse a non lasciarlo. Un taccuino come quello non poteva finire in uno scatolone accanto a ombrelli rotti, sciarpe dimenticate e guanti senza compagno.

La sera, a casa, Elena lo riaprì. Questa volta non cercò un indirizzo. Cercò Marco.

Le pagine raccontavano una persona più complessa di quanto i brevi viaggi avessero lasciato intuire. C’erano schizzi di case abbandonate, pensieri su edifici da recuperare, frasi su città che cambiano troppo in fretta. C’erano anche appunti più personali, mai lunghi, mai troppo espliciti.

Ci sono persone che non entrano nella vita. Si siedono accanto per qualche fermata e ti obbligano a chiederti dove stavi andando.

Elena rilesse quella frase più volte.

Più avanti trovò una pagina datata due settimane prima.

Oggi E. ha sorriso quando il treno ha superato il ponte. Forse non se n’è accorta. Certe persone hanno sorrisi che sembrano uscire solo quando nessuno li pretende.

E.

Elena.

Sentì un calore salire al viso. Non era più soltanto curiosità. Quelle pagine la riguardavano. Non in modo invadente, ma delicato, quasi rispettoso. Marco non aveva scritto fantasie su di lei. Aveva annotato impressioni, domande, piccoli dettagli. Come se, guardandola, avesse imparato qualcosa anche su se stesso.

Nell’ultima pagina scritta trovò finalmente un indizio utile.

Mercoledì, sopralluogo al vecchio cinema Astra. Forse questo edificio non vuole essere salvato. O forse sono io a non voler salvare abbastanza cose.

Il vecchio cinema Astra si trovava a San Felice, a pochi isolati dal suo ufficio.

Il giorno dopo, durante la pausa pranzo, Elena ci andò.

Il cinema era chiuso da anni. La facciata conservava ancora le lettere sbiadite dell’insegna, e alcune locandine scolorite resistevano nelle bacheche. Il portone era socchiuso.

Elena esitò, poi spinse leggermente.

Dentro, nel buio della vecchia sala, sentì una voce maschile.

«Cercava qualcuno?»

Era Marco.

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Marco era in piedi al centro della platea, con un metro laser in mano e alcune planimetrie sotto il braccio. Quando vide Elena, rimase immobile.

«Elena?»

Lei sollevò il taccuino grigio.

«Credo che questo sia suo.»

Per un istante Marco sembrò più sollevato che sorpreso. Poi arrossì.

«Dove lo ha trovato?»

«Sul treno. Al suo posto.»

«Ero convinto di averlo perso per sempre.»

Elena glielo porse. Le loro dita si sfiorarono appena.

«Non l’ho lasciato agli oggetti smarriti», disse. «Mi sembrava un destino troppo triste.»

Marco sorrise. «Ha fatto bene. Gli oggetti smarriti sono pieni di cose che meritavano una seconda possibilità.»

La frase era leggera, ma entrambi sentirono che parlava anche d’altro.

Elena avrebbe potuto andarsene subito. Aveva già fatto ciò che doveva. Invece rimase a guardare la sala. Il cinema era grande, polveroso, con poltrone rosse consumate e un palco piccolo davanti allo schermo.

«Lo state restaurando?»

«Forse. Il Comune vorrebbe trasformarlo in spazio culturale. Io sto preparando uno studio preliminare.»

«E secondo lei vuole essere salvato?»

Marco la guardò.

Elena capì troppo tardi di aver rivelato di aver letto almeno una pagina.

«Mi dispiace», disse subito. «Cercavo un indizio per restituirglielo. Poi ho letto più di quanto avrei dovuto.»

Marco abbassò lo sguardo sul taccuino. Per alcuni secondi non parlò.

«Ha letto anche le pagine su di lei?»

Elena non mentì. «Sì.»

La vecchia sala sembrò trattenere il respiro.

«Mi scusi», disse lui. «Non volevo metterla a disagio.»

«Non l’ha fatto.»

«No?»

Elena sorrise appena. «Un po’. Ma non nel modo sbagliato.»

Marco rimase in silenzio. Poi disse:

«Scrivo perché spesso capisco le cose in ritardo. Disegnarle o annotarle mi dà l’illusione di non perderle.»

«E io cosa stava cercando di non perdere?»

La domanda uscì più diretta di quanto Elena avesse previsto.

Marco la guardò con sincerità disarmante.

«La sensazione che, anche in un tragitto identico ogni giorno, potesse accadere qualcosa di nuovo.»

Elena sentì quella frase appoggiarsi in un punto preciso del cuore.

Il telefono vibrò nella sua borsa. Era l’ufficio. La pausa pranzo era finita da dieci minuti.

«Devo andare», disse.

«Certo.»

Si avviarono verso l’uscita del cinema. Sulla porta, Marco esitò.

«Domani prenderà il solito treno?»

Elena sorrise.

«Dipende. Lei dimenticherà qualcos’altro?»

«Potrei provare con un biglietto da visita. Sarebbe più pratico.»

«Meno poetico, però.»

Marco rise piano.

Quella sera, sul treno di ritorno, Elena guardò il posto vicino al finestrino. Era vuoto. Ma per la prima volta quel vuoto non le sembrò assenza.

Le sembrò attesa.