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Capitolo

La fermata sbagliata

Il treno delle coincidenze

Il giorno dopo, Marco salì sul treno a Poggio Verde con il taccuino nella borsa e un’espressione diversa. Non cercò subito il posto vicino al finestrino. Cercò Elena.

Lei era seduta nella seconda carrozza, lato corridoio, con un libro aperto sulle ginocchia. Quando lo vide, fece finta di tornare alla pagina, ma non abbastanza in fretta.

«Buongiorno», disse Marco.

«Buongiorno. Ha tutto?»

Lui controllò la borsa con aria teatrale. «Taccuino, penna, dignità residua. Sì.»

«La dignità residua è sempre utile.»

Marco si sedette accanto a lei.

Il viaggio ebbe un ritmo nuovo. Parlarono del cinema Astra, della possibilità di recuperare luoghi abbandonati, di città che dimenticano troppo facilmente ciò che non produce subito profitto. Elena raccontò che da ragazza voleva lavorare in una biblioteca, poi aveva scelto un impiego più sicuro perché la sicurezza, a vent’anni, le era sembrata una forma di libertà.

«E adesso?» chiese Marco.

«Adesso a volte sembra solo una stanza con la porta chiusa.»

Marco non commentò subito.

«Le porte chiuse si possono aprire.»

«Lei parla da architetto.»

«No. Da persona che ha lasciato chiuse parecchie porte per paura di scoprire che dietro c’era ancora qualcosa.»

Elena avrebbe voluto chiedergli quali porte. Ma il treno annunciò la fermata di San Felice, e lei si alzò in fretta.

«È la mia.»

Marco si spostò per lasciarla passare.

«Ci vediamo domani?»

La domanda era semplice, ma non neutra.

«Sì», rispose Elena.

Scese dal treno con una sensazione luminosa e instabile.

Quel giorno, però, una riunione imprevista la trattenne fino a tardi. Quando arrivò in stazione per il rientro, il solito treno era già partito. Il tabellone indicava un regionale successivo, con coincidenza a Vallechiara.

Elena odiava le coincidenze. Le considerava promesse ferroviarie mantenute raramente.

Salì comunque.

A metà percorso, un guasto sulla linea fermò il treno proprio a Vallechiara. I passeggeri scesero confusi, cercando informazioni. La coincidenza era saltata.

Elena rimase sul marciapiede con la borsa a tracolla, il telefono quasi scarico e la prospettiva di aspettare più di un’ora.

«Anche lei prigioniera della fermata sbagliata?»

Si voltò.

Marco era lì.

Con il taccuino grigio in mano.

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Vallechiara era una piccola stazione con due binari, una sala d’attesa fredda e un bar che chiudeva inspiegabilmente proprio quando i treni erano in ritardo. Fuori, il paese cominciava a salire verso una collina punteggiata di case basse.

«Lei che ci fa qui?» chiese Elena.

«Sopralluogo in un cantiere vicino. E lei?»

«La mia coincidenza ha deciso di vivere una vita indipendente.»

Marco guardò il tabellone. «Il prossimo treno è tra un’ora e venti.»

«Perfetto. Abbastanza tempo per rivalutare tutte le mie scelte.»

«Oppure per prendere un caffè, se troviamo un bar aperto.»

Camminarono verso il centro del paese. La sera era fresca, con il cielo ancora chiaro verso ovest. Trovarono un piccolo bar in piazza, con tre tavolini all’aperto e una cameriera che sembrava sorpresa di vedere forestieri.

Ordinarono due caffè e un tramezzino da dividere, perché entrambi dissero di non avere fame e poi finirono per mangiarlo con gratitudine.

Lontani dal treno, la conversazione cambiò. Non c’erano più fermate a interrompere, né annunci, né la certezza di doversi salutare dopo pochi minuti.

Marco raccontò di essere stato sposato per poco tempo. Un matrimonio finito senza grandi colpe, ma con la sensazione di essersi scelti più per paura della solitudine che per desiderio di camminare davvero insieme.

«Da allora ho imparato a occupare bene i miei spazi», disse. «Forse troppo bene.»

Elena parlò della sua relazione finita due anni prima. Disse che la cosa più dolorosa non era stata la separazione, ma la scoperta di essersi adattata a essere meno viva pur di non cambiare.

Marco la ascoltò senza interrompere.

«Sul taccuino aveva scritto che sembravo in partenza da me stessa», disse Elena.

«Mi dispiace.»

«No. Era vero. Mi ha dato fastidio proprio per questo.»

Marco abbassò lo sguardo. «A volte riconosco negli altri cose che non so affrontare in me.»

Elena sorrise. «Quindi ero uno specchio ferroviario?»

«Più o meno. Ma molto più elegante dei finestrini del regionale.»

Risero.

Poi il silenzio arrivò, ma non fu imbarazzante. La piazza si accendeva piano, una luce alla volta. Elena pensò che le fermate sbagliate, forse, sono sbagliate solo se si insiste a voler arrivare subito dove si era previsto.

Quando tornarono verso la stazione, mancavano ancora venti minuti al treno.

Marco si fermò davanti al sottopassaggio.

«Posso farle una domanda non da sconosciuto del treno?»

«Mi sembra che abbiamo superato la fase sconosciuti.»

«Le piacerebbe venire a vedere il cinema Astra con calma, sabato? Non per restituire oggetti smarriti. Solo per stare insieme in un posto che forse vuole essere salvato.»

Elena sentì il cuore accelerare.

«Sì», disse.

Questa volta senza aggiungere prudenza.

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Il sabato mattina il cinema Astra sembrava meno abbandonato. Forse perché la luce entrava dalle finestre alte, forse perché Marco aveva aperto le porte laterali, forse perché Elena lo guardava con occhi diversi.

La vecchia sala conservava polvere, crepe, poltrone rotte e un odore di velluto umido. Ma Marco la raccontava come se stesse già vedendo ciò che poteva diventare.

«Qui si potrebbe creare una piccola platea flessibile. Lì uno spazio per letture, incontri, proiezioni. Il palco andrebbe recuperato. Le decorazioni sopra lo schermo sono originali.»

Elena lo ascoltava affascinata. Non tanto per i dettagli tecnici, ma per il modo in cui Marco parlava delle cose rotte senza chiamarle perdute.

«Lei vede possibilità ovunque?» chiese.

«No. Ma mi piace cercarle dove gli altri hanno smesso di guardare.»

Elena passò una mano sullo schienale di una poltrona. «È un bel modo di stare al mondo.»

Marco la guardò. «Non sempre ci riesco con le persone.»

«Forse le persone hanno restauri più complicati.»

«E tempi più lunghi.»

Camminarono fino al vecchio palco. Marco salì per primo e le offrì la mano. Elena la prese. Quel gesto semplice aveva ormai una familiarità nuova.

Dal palco, la sala vuota sembrava aspettare pubblico, voci, storie. Elena immaginò letture, film, bambini seduti in prima fila, anziani che tornavano nel luogo del loro primo appuntamento. Immaginò se stessa lì, non come spettatrice ma come parte di qualcosa da costruire.

«Potrei aiutarvi», disse all’improvviso.

Marco si voltò.

«Con il progetto?»

«Sì. Non sono architetto, ma so organizzare pratiche, bandi, comunicazione. E conosco abbastanza bene il caos amministrativo da non farmi spaventare subito.»

«Sarebbe prezioso.»

Elena sorrise. «Attenzione. Potrei rendere compilabili anche i suoi sogni.»

«Ne avrebbero bisogno.»

Rimasero sul palco, vicini, con la sala vuota davanti. Marco fece per dire qualcosa, poi si fermò.

Elena se ne accorse.

«Lo scriverà sul taccuino?»

«Forse.»

«Potrebbe dirlo prima, questa volta.»

Marco respirò piano.

«Mi piace stare con lei. Non solo sul treno. Non solo per coincidenza.»

Elena abbassò lo sguardo, poi lo rialzò.

«Anche a me.»

Il bacio arrivò senza musica, anche se erano in un cinema. Arrivò con delicatezza, come un treno che finalmente entra in stazione senza ritardo. Elena pensò che aveva avuto paura di molte cose negli ultimi anni: ricominciare, fidarsi, sentirsi vista, desiderare qualcosa che non poteva controllare.

Ma in quel momento la paura non era scomparsa.

Era semplicemente salita a bordo con loro, trovando posto in fondo.