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Capitolo

L’arrivo del nemico, la malattia di Drogo e la vittoria finale

Il deserto dei Tartari — Dino Buzzati

La svolta più amara del romanzo arriva quando, dopo lunghi anni di attesa, qualcosa sembra finalmente muoversi dal deserto. Il nemico, o almeno un esercito proveniente da lontano, appare davvero. La possibilità tanto immaginata sembra diventare realtà proprio quando Drogo non è più l’uomo giovane e forte di un tempo.

Questo arrivo tardivo ha un significato tragico. Per anni Drogo ha aspettato il momento della prova, ma quando il momento giunge egli è malato, indebolito e ormai escluso dalla piena partecipazione militare. L’occasione arriva, ma non coincide più con il tempo della sua forza.

La malattia di Drogo è il segno fisico del tempo perduto. Il corpo, che da giovane avrebbe potuto affrontare la battaglia, ora non risponde più. La vita ha seguito la sua legge silenziosa, mentre l’uomo continuava a credere di poter rimandare tutto.

Nota di lettura: il momento tanto atteso arriva quando Drogo non può più viverlo. Buzzati mostra così la crudeltà del tempo: non basta che l’occasione arrivi, bisogna essere ancora capaci di incontrarla.

Drogo viene allontanato dalla Fortezza proprio quando essa si prepara finalmente all’evento desiderato. È una delle situazioni più dolorose del romanzo. Dopo aver sacrificato la vita alla Fortezza, egli non può restare nel momento in cui la Fortezza sembra acquistare senso.

Gli altri ufficiali, più giovani o più utili, prendono il suo posto. La logica militare non guarda alla fedeltà interiore di Drogo, ma alla sua efficienza. Il protagonista scopre così di non possedere davvero il luogo a cui ha dato la vita. La Fortezza può continuare senza di lui.

Allontanato, Drogo si trova in una locanda, lontano dal campo della possibile battaglia. La sua solitudine diventa estrema. Non c’è gloria pubblica, non ci sono applausi, non c’è riconoscimento. C’è solo un uomo malato davanti alla fine.

Eppure, proprio qui il romanzo compie un rovesciamento profondo. La vera prova di Drogo non sarà la battaglia contro i Tartari, ma l’incontro con la morte. Dopo aver atteso per anni un nemico esterno, egli deve affrontare il nemico più radicale e inevitabile: la propria fine.

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In questo momento, Drogo ha la possibilità di una vittoria diversa. Non la gloria militare, non la battaglia sognata, non il riconoscimento degli altri, ma una forma di dignità interiore. Può affrontare la morte senza fuggire, senza lamentarsi, senza cedere completamente alla disperazione.

Il finale del romanzo è uno dei più intensi della narrativa italiana. Drogo, solo e lontano dalla Fortezza, comprende che l’ultima occasione è davanti a lui. Tutta la vita aveva aspettato una prova, e la prova arriva in una forma inattesa. Non nel deserto, ma nella stanza in cui muore.

La morte non è presentata soltanto come sconfitta. È certamente dolorosa, perché Drogo non ha vissuto la gloria sognata. Tuttavia, nel modo in cui affronta l’ultimo momento, egli conquista una sorta di riscatto. La sua battaglia finale è silenziosa, ma autentica.

Buzzati suggerisce così che il senso della vita non coincide sempre con ciò che si è immaginato. Drogo ha cercato per anni una grande occasione esterna, ma l’occasione decisiva era la capacità di stare davanti al proprio destino con coraggio.

Drogo non combatte i Tartari, ma nell’ultima solitudine affronta la morte come il nemico che da sempre lo aspettava.

Questa parte conclusiva della vicenda dà al romanzo la sua profondità morale. La vita di Drogo appare consumata dall’attesa, ma il finale non è solo fallimento. Nel momento estremo, egli trova una forma di dignità che nessuna gloria militare avrebbe potuto garantire pienamente.