Il pianoforte occupava l’angolo più buio del salotto, coperto da un telo color crema che il tempo aveva ingiallito ai bordi. Sopra, la polvere si era depositata con pazienza, come se anche lei avesse imparato che in quella casa la musica non era più benvenuta.
Luca lo guardava ogni mattina senza davvero vederlo. Passava dalla cucina al corridoio, prendeva le chiavi, controllava il telefono, usciva per andare al lavoro e lasciava il pianoforte alle sue spalle, muto, immobile, quasi offeso.
Un tempo era stato il centro della sua vita. Non solo uno strumento, ma una voce. Da ragazzo, Luca aveva studiato pianoforte con ostinazione, aveva accompagnato cori, scritto piccole composizioni, suonato nei locali, nei teatri di provincia, nelle scuole, nelle sale parrocchiali, ovunque ci fosse qualcuno disposto ad ascoltare.
Poi qualcosa si era rotto.
Non in un giorno solo. Le cose importanti raramente finiscono con un rumore secco. Più spesso si incrinano lentamente, finché una mattina ti accorgi che non hai più il coraggio di toccarle.
Era successo tre anni prima, dopo un concorso musicale perso, una promessa artistica svanita e una relazione finita nello stesso periodo. Elena, la donna che allora amava, gli aveva detto una frase che gli era rimasta addosso come una nota sbagliata:
Tu ami più quello che potresti diventare che quello che sei davvero.
Forse aveva ragione. Forse no. Luca non lo aveva mai capito. Aveva solo smesso di suonare.
Ora lavorava in un negozio di strumenti musicali nella via principale del paese. Accordava chitarre, vendeva spartiti, consigliava tastiere ai genitori dei bambini che volevano iniziare, cambiava corde ai musicisti di passaggio. Parlava ogni giorno di musica, ma non la faceva più entrare davvero nella propria vita.
Il paese si chiamava San Rocco sul Colle. Era piccolo, con una piazza centrale, una scuola, un teatro comunale chiuso da anni e una chiesa che suonava le campane sempre cinque minuti prima dell’ora esatta. Luca vi era tornato dopo la delusione, dicendo a tutti che aveva bisogno di tranquillità.
In realtà aveva bisogno di nascondersi.
Quella mattina di ottobre, mentre apriva il negozio, trovò una donna davanti alla vetrina. Guardava una vecchia chitarra classica esposta vicino ad alcuni leggii.
«È in vendita?» chiese, appena lui alzò la serranda.
«Tutto quello che è in vetrina è in vendita», rispose Luca. «Tranne la polvere. Quella la regaliamo.»
La donna sorrise. Aveva capelli castani raccolti in modo semplice, occhi scuri e un cappotto blu. Portava una cartella piena di fogli e parlava con l’energia di chi ha già pensato a troppe cose prima delle nove del mattino.
«Mi chiamo Sara Conti. Insegno musica alla scuola media.»
Luca annuì. «Allora posso già immaginare la richiesta: chitarre economiche, flauti che non fischino troppo e percussioni indistruttibili.»
«Quasi. Ma oggi cerco qualcosa di più difficile.»
«Quanto difficile?»
«Un pianista.»
Luca si irrigidì appena.
«Qui vendiamo strumenti. Non pianisti.»
«Lo so. Ma mi hanno detto che lei suonava.»
Il passato entrò nel negozio insieme a una corrente d’aria fredda.
Luca sistemò alcune scatole sul banco senza guardarla.
«Mi hanno informata male.»
«Non suona più?»
«No.»
Sara non insistette subito. Guardò gli spartiti, i metronomi, le custodie appese alle pareti.
«Sto organizzando un concerto benefico con i ragazzi della scuola. Il teatro comunale riaprirà per una sera, solo per l’evento. Ci servirebbe qualcuno che accompagnasse il coro al pianoforte.»
«Chieda al parroco.»
«L’ho fatto. Mi ha detto che suona solo se i ragazzi cantano tutti nella stessa tonalità. Quindi ha rifiutato.»
Luca avrebbe voluto non sorridere. Non ci riuscì.
«Mi dispiace, professoressa. Davvero. Ma non sono la persona giusta.»
Sara lo guardò con attenzione, senza giudizio.
«Le persone giuste raramente si sentono pronte.»
«Le frasi motivazionali funzionano con gli studenti?»
«Non sempre. Ma ogni tanto vale la pena provarci anche con gli adulti.»
Luca scosse la testa. «No.»
Sara annuì, prese un biglietto dalla cartella e lo appoggiò sul banco.
«Le lascio il programma. Nel caso il suo no cambi tonalità.»
Uscì dal negozio con la stessa calma con cui era entrata.
Luca rimase a fissare il foglio.
In alto c’era scritto:
Concerto per ricominciare — Musica, scuola e solidarietà
La parola ricominciare gli diede fastidio.
Perché sembrava rivolta proprio a lui.
PAGE-BREAKPer tre giorni Luca ignorò il biglietto. Lo spostò dal banco a un cassetto, poi dal cassetto alla borsa, poi dalla borsa di nuovo al banco. Ogni volta si diceva che lo avrebbe buttato. Ogni volta lo lasciava lì.
Il concerto era destinato a raccogliere fondi per ristrutturare l’aula di musica della scuola. Una piccola cosa, almeno in apparenza. Un coro di studenti, qualche brano semplice, genitori commossi, applausi generosi. Niente che potesse riguardarlo davvero.
Eppure lo riguardava.
Una sera, tornando a casa, Luca si fermò davanti al teatro comunale. Era chiuso da anni, con la facciata scrostata e i manifesti vecchi nelle bacheche laterali. Da ragazzo vi aveva suonato due volte. Ricordava il legno del palco, la luce calda, il modo in cui il silenzio prima dell’esecuzione sembrava chiedere rispetto.
Ora il portone era socchiuso.
Dentro si sentivano voci.
Luca avrebbe dovuto proseguire. Invece entrò.
La sala era fredda e impolverata, ma alcune luci erano accese. Sul palco, una ventina di ragazzi stava provando un brano corale con risultati variabili. Alcuni cantavano troppo forte, altri muovevano solo le labbra, uno batteva il tempo con il piede in anticipo su tutti.
Sara era davanti a loro, con una pazienza che a Luca parve quasi eroica.
«Fermi, fermi. Non stiamo inseguendo il treno. Il tempo è nostro amico, se lo trattiamo bene.»
Un ragazzo alzò la mano. «Prof, ma il tempo musicale può denunciare?»
«Solo in casi gravi, e voi siete molto vicini.»
I ragazzi risero.
Luca rimase nell’ombra della platea. Sara lo vide, ma non disse nulla. Riprese le prove, facendo cantare il ritornello più volte. Poi si avvicinò a una vecchia tastiera elettronica appoggiata su un tavolino e accompagnò il coro con accordi semplici.
La tastiera aveva un suono povero, metallico. Il brano, però, aveva bisogno di qualcosa di più caldo. Di un pianoforte. Di mani vere sui tasti.
Luca lo capì subito e si odiò per averlo capito.
Alla fine delle prove, i ragazzi uscirono rumorosamente. Sara rimase sul palco a sistemare spartiti.
«È venuto per controllare se il mio no aveva cambiato tonalità?» chiese Luca, salendo i gradini laterali.
Sara non si voltò subito. «No. Speravo fosse venuto per ascoltare.»
«Ho ascoltato.»
«E?»
«La tastiera è terribile.»
«Lo so.»
«I ragazzi corrono.»
«Anche questo lo so.»
«Il ritornello è troppo alto per alcune voci.»
Sara finalmente sorrise. «Per uno che non vuole aiutarci, ha molte osservazioni.»
Luca abbassò lo sguardo sullo spartito.
«Non ho detto che vi aiuto.»
«No. Ma è salito sul palco.»
Quella frase lo colpì più di quanto avrebbe voluto.
Il palco era un confine. Lui lo sapeva. Sara, forse, anche.
«Posso correggere l’arrangiamento», disse. «Solo quello.»
«Solo quello», ripeté lei.
Ma nei suoi occhi c’era un sorriso che non promise di credergli.
PAGE-BREAKLa sera stessa, Luca tornò a casa con gli spartiti nella borsa. Posò le chiavi sul mobile dell’ingresso e rimase in piedi davanti al pianoforte coperto.
Per tre anni aveva evitato quel momento. Non perché odiasse la musica. Al contrario. Perché la amava troppo e temeva che, toccandola di nuovo, avrebbe sentito tutto ciò che aveva cercato di mettere a tacere.
Sollevò il telo.
Il pianoforte emerse come un volto dimenticato. Il legno scuro aveva bisogno di essere lucidato, ma conservava ancora una bellezza severa. Luca aprì il coperchio della tastiera. I tasti erano leggermente ingialliti.
Si sedette.
Per un po’ non fece nulla.
Poi appoggiò un dito su un do centrale.
La nota uscì incerta, ma viva.
Luca chiuse gli occhi.
Non arrivò il dolore che temeva. O meglio, arrivò. Ma insieme arrivò anche qualcosa d’altro: un ricordo non completamente amaro, la sensazione delle mani che ritrovano una strada, un respiro più profondo.
Suonò poche battute del brano del coro. Poi si fermò. Corresse un accordo. Riprese. Il pezzo, sotto le sue dita, cambiò. Divenne più semplice, più morbido, più adatto a voci giovani e imperfette.
Quando finì, si accorse che era passata quasi un’ora.
Il telefono vibrò.
Un messaggio da un numero sconosciuto.
Sono Sara. Ho trovato il suo numero sul biglietto del negozio. I ragazzi hanno chiesto se il signore serio della platea torna. Ho detto che forse il signore serio sta pensando. Buona serata.
Luca rilesse il messaggio e, senza capire bene perché, sorrise.
Rispose dopo dieci minuti.
Il signore serio ha corretto l’arrangiamento. Domani lo porto.
La risposta di Sara arrivò quasi subito.
Allora il no ha cambiato tonalità.
Luca guardò il pianoforte aperto.
Forse no.
Forse era lui che, dopo tanto tempo, aveva smesso di suonare sempre la stessa nota chiusa.