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Capitolo

La maestra del coro

Una canzone per ricominciare

Il giorno dopo, Luca tornò al teatro comunale con una cartellina di spartiti corretti e la ferma intenzione di restare il meno possibile. Aveva ripetuto a se stesso che il suo contributo sarebbe stato tecnico: sistemare l’arrangiamento, spiegare due passaggi, magari consigliare un accompagnamento registrato. Poi sarebbe tornato alla sua vita ordinata, al negozio, al pianoforte di nuovo coperto.

Naturalmente non andò così.

I ragazzi lo accolsero con un misto di curiosità e sospetto. Per loro era “quello del negozio”, “il pianista”, “il signore serio”, a seconda di chi parlava. Sara lo presentò ufficialmente come collaboratore musicale del progetto.

«Collaboratore temporaneo», precisò Luca.

«Temporaneo è una parola molto elastica», rispose lei.

Le prove iniziarono con il solito disordine. Una ragazza dimenticò il testo, due ragazzi discussero su chi dovesse stare in seconda fila, il più piccolo del gruppo dichiarò di non poter cantare perché aveva “la voce in sciopero”. Sara gestiva tutto senza perdere il sorriso, ma Luca vide la fatica dietro la sua energia.

Quando si sedette al pianoforte verticale del teatro, lo trovò scordato ma non irrecuperabile. Premette alcuni accordi. Il suono era ruvido, leggermente malinconico, ma vero.

I ragazzi tacquero.

Era la prima volta che Luca produceva quel silenzio dopo anni.

«Proviamo dal ritornello», disse Sara.

Luca attaccò piano. Il coro entrò incerto, poi si sistemò. Le voci, sostenute dal pianoforte, sembrarono trovare un terreno più sicuro. Qualcuno stonò, qualcuno entrò in ritardo, ma il brano respirava.

Alla fine della prima esecuzione, i ragazzi si guardarono come se avessero scoperto che potevano suonare meglio di quanto pensassero.

«Avete sentito?» disse Sara. «Non era perfetto, ma era vostro.»

Una studentessa, Martina, alzò la mano. «Prof, però con il pianoforte sembra più da film.»

«Allora cerchiamo di fare un bel film», rispose Sara.

Luca abbassò gli occhi sui tasti per nascondere un sorriso.

Dopo le prove, Sara gli offrì un caffè nel bar accanto al teatro. Luca avrebbe potuto rifiutare. Aveva già oltrepassato abbastanza confini per un giorno. Ma accettò.

Il bar era piccolo, con tavolini di marmo e fotografie del paese alle pareti. Sara si tolse il cappotto, appoggiò la cartella su una sedia e sospirò.

«Sono tremendi», disse.

«I ragazzi?»

«Adorabili e tremendi. Una combinazione didatticamente impegnativa.»

Luca mescolò il caffè. «Però la seguono.»

«Non sempre.»

«Più di quanto creda.»

Sara lo guardò con sorpresa. «Questo era quasi un complimento.»

«Non si abitui.»

Lei rise.

Quel suono, leggero e spontaneo, rimase a Luca addosso per tutto il pomeriggio.

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Le prove diventarono un appuntamento fisso. Due pomeriggi a settimana, Luca chiudeva il negozio un’ora prima e raggiungeva il teatro. All’inizio diceva ai clienti che aveva “un impegno tecnico”. Poi smise di giustificarsi.

Sara lo coinvolgeva sempre di più. Gli chiedeva consigli sui brani, sulle tonalità, sui ragazzi più timidi. Luca scoprì di saper parlare agli studenti meglio di quanto immaginasse. Non faceva grandi discorsi. Diceva cose pratiche.

«Respira prima della frase.»

«Non devi gridare per farti sentire.»

«Se sbagli, non fermarti. La musica perdona chi continua.»

Quest’ultima frase fece sorridere Sara.

«La musica perdona chi continua?» ripeté dopo le prove.

«Era per i ragazzi.»

«Certo.»

«Non inizi.»

«Non ho iniziato nulla.»

Ma entrambi sapevano che Sara aveva il talento di cogliere ciò che lui non diceva.

Una sera, mentre sistemavano gli spartiti, Luca notò una fotografia caduta dalla cartella di lei. Ritraeva Sara più giovane, accanto a un uomo e a una bambina. La bambina aveva forse sei anni e sorrideva con un gelato in mano.

Luca la raccolse, imbarazzato.

«Mi scusi. È caduta.»

Sara la prese. Per un istante il suo volto si fece più distante.

«Mia figlia, Anna. Aveva sei anni in quella foto.»

«Adesso?»

«Ne ha dieci. Vive con me. Suo padre è a Bologna.»

Luca non chiese altro. Sara però continuò.

«Ci siamo separati quattro anni fa. Nulla di drammatico. O forse sì, ma senza piatti rotti. Solo due persone che a un certo punto non riuscivano più ad ascoltarsi.»

La frase lo colpì: ascoltarsi. Era una parola musicale e sentimentale insieme.

«Anna verrà al concerto?» chiese Luca.

«Sì. Anche se dice che il coro della scuola è imbarazzante. Naturalmente conosce tutti i testi a memoria.»

Luca sorrise.

«E lei?» chiese Sara all’improvviso. «Ha qualcuno che verrà?»

Lui si chiuse appena.

«No.»

Sara non insistette, ma Luca sentì che non era una risposta sufficiente.

La sera, tornando a casa, pensò a Elena, alla storia finita, al concorso, agli anni passati a evitare ogni palco. Si rese conto che Sara gli parlava del presente con naturalezza, mentre lui continuava a rispondere dal passato.

Entrò in salotto e vide il pianoforte ancora aperto.

Non lo aveva più ricoperto.

Questo, più di ogni altra cosa, gli fece capire che qualcosa stava cambiando.

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Un pomeriggio arrivò al teatro la figlia di Sara. Anna entrò con uno zaino viola, un’espressione intelligente e un certo scetticismo verso il mondo degli adulti.

«Tu sei Luca?» chiese senza preamboli.

«Dipende da chi lo chiede.»

«Anna. Figlia della prof.»

«Allora sì.»

La bambina guardò il pianoforte. «Mamma dice che suoni bene ma fai finta di no.»

Luca tossì. Sara, dietro di lei, diventò improvvisamente molto interessata agli spartiti.

«Tua madre parla troppo», disse lui.

«Lo so. È il suo lavoro.»

Anna si sedette in platea e ascoltò le prove con attenzione. Alla fine diede il suo giudizio.

«Meglio della settimana scorsa. Marco però stona ancora.»

Marco, uno degli studenti, protestò. «Tu neanche canti!»

«Infatti sento benissimo.»

Luca scoppiò a ridere. Sara lo guardò come se quella risata fosse una piccola vittoria.

Dopo le prove, Anna chiese a Luca di suonare qualcosa “di vero”. Lui si irrigidì.

«Quello che abbiamo provato era vero.»

«Sì, ma qualcosa senza noi che roviniamo tutto.»

Sara intervenne. «Anna.»

«Che ho detto?»

Luca avrebbe potuto rifiutare. Invece, forse per sfida, forse per non deludere quella bambina così diretta, si sedette al pianoforte.

Suonò poche battute di un brano che aveva scritto anni prima. Non lo eseguiva da molto tempo. Le mani all’inizio erano rigide, poi trovarono la strada. La musica riempì la sala vuota con una malinconia dolce.

Sara rimase immobile.

Anna, alla fine, disse soltanto:

«Questa sì.»

Era un complimento assoluto, nel linguaggio dei dieci anni.

Luca chiuse il coperchio della tastiera lentamente.

Sara gli si avvicinò.

«Era sua?»

«Sì.»

«È bellissima.»

«Era vecchia.»

«Non è una risposta.»

Luca guardò la sala. «L’avevo scritta in un periodo in cui credevo che la musica mi avrebbe portato via da tutto.»

«E invece?»

«Invece sono tornato qui.»

Sara appoggiò una mano sul pianoforte. «Forse non tutte le strade che tornano indietro sono sconfitte.»

Luca la guardò.

Lei parlava piano, senza invadere. Ma ogni frase sembrava aprire una finestra.

Quella sera, per la prima volta dopo anni, Luca scrisse una melodia nuova.

Non era ancora una canzone.

Ma aveva il passo incerto e luminoso delle cose che cominciano.