← IndiceRacconti Rosa / Una canzone per ricominciare
Capitolo

Le note che fanno male

Una canzone per ricominciare

A due settimane dal concerto, il teatro comunale sembrava essersi risvegliato. Non era davvero restaurato: le poltrone scricchiolavano, alcune tende erano scolorite, il riscaldamento funzionava a umore e il pianoforte aveva ancora bisogno di un accordatore paziente. Eppure c’era vita.

I ragazzi arrivavano alle prove con meno lamentele. Qualcuno studiava il testo a casa. Martina aveva scoperto di avere una voce limpida. Marco, quello che stonava, stonava un po’ meno. Anna veniva spesso ad ascoltare e dava voti non richiesti.

Sara era stanca, ma felice. Luca la vedeva illuminarsi quando un passaggio riusciva, quando uno studente timido trovava il coraggio di cantare più forte, quando il coro diventava per pochi secondi una sola voce.

Quel modo di amare la musica senza possederla lo colpiva. Per Luca, un tempo, la musica era stata ambizione, identità, giudizio. Doveva portarlo da qualche parte, dimostrare qualcosa, salvarlo. Sara, invece, la usava per creare spazio. Per far entrare gli altri.

Una sera, dopo le prove, lei lo trovò seduto al pianoforte, solo, mentre ripeteva la melodia nuova che aveva scritto.

«Questa non l’avevo mai sentita», disse.

Luca si fermò.

«È solo un’idea.»

«Le idee belle spesso si nascondono dietro la parola solo.»

«Dovrebbe smettere di fare l’insegnante anche fuori orario.»

«Non so come si fa.»

Si sedette accanto a lui sullo sgabello, non troppo vicina, ma abbastanza perché Luca sentisse la sua presenza.

«Posso?» chiese, indicando lo spartito vuoto.

«Non c’è niente da leggere.»

«Allora ascolto.»

Luca riprese a suonare. La melodia era semplice, con un tema iniziale malinconico che si apriva lentamente verso qualcosa di più chiaro. Sara rimase in silenzio fino alla fine.

«Sembra una persona che torna in una stanza dopo averla lasciata chiusa per molto tempo», disse.

Luca sentì un brivido.

«Lei interpreta troppo.»

«Forse. Ma ho ragione?»

Lui non rispose.

Sara abbassò lo sguardo sui tasti. «Potrebbe essere il brano finale del concerto.»

«No.»

La risposta uscì troppo rapida.

«Luca…»

«No, Sara. Il concerto è dei ragazzi. Non mio.»

«Potrebbe essere di tutti. Anche suo.»

Luca si alzò di scatto. «Non tutto deve diventare una terapia musicale.»

Lei rimase seduta, ferita ma calma.

«Non era quello che intendevo.»

«Invece sì. Lei pensa che basti farmi suonare due accordi davanti a un coro di ragazzini perché tutto torni a posto.»

Sara si alzò. «No. Penso che alcune cose non tornino a posto da sole se continuiamo a chiuderle sotto un telo.»

La frase colpì esattamente dove doveva.

Luca prese la giacca.

«Ci vediamo alle prove.»

Uscì dal teatro senza voltarsi.

Fuori faceva freddo. Per la prima volta da settimane, il silenzio gli sembrò di nuovo una difesa.

PAGE-BREAK

Nei giorni successivi Luca tornò a essere distante. Alle prove era presente, preciso, utile. Ma non restava più dopo. Non prendeva il caffè con Sara, non rideva con Anna, non suonava nulla che non fosse necessario.

Sara non lo inseguì. Continuò a dirigere il coro, a correggere, a incoraggiare, a fingere che tutto fosse normale. Ma Luca vedeva la delusione nei suoi occhi e la cosa lo irritava, perché gli dispiaceva.

Il problema, però, non era Sara.

Il problema era la melodia.

Da quando lei aveva proposto di suonarla al concerto, quella musica non lo lasciava più in pace. La sentiva mentre lavorava in negozio, mentre camminava, mentre cucinava. La sera, davanti al pianoforte, cercava di ignorarla e finiva per suonarla comunque.

Una notte trovò il coraggio di aprire una vecchia scatola conservata nell’armadio. Dentro c’erano programmi di concerti, fotografie, lettere, spartiti, recensioni e la locandina del concorso che aveva perso tre anni prima. C’era anche una fotografia con Elena.

La guardò a lungo.

Non provò più la rabbia di un tempo. Nemmeno nostalgia. Provò qualcosa di più quieto: la consapevolezza che aveva lasciato una parte di sé ferma accanto a una sconfitta, come se da quel momento non avesse più avuto diritto a cambiare.

Il giorno dopo, in negozio, entrò un uomo che Luca non vedeva da anni: il maestro Rinaldi, il suo vecchio insegnante di pianoforte. Camminava con un bastone, ma conservava lo stesso sguardo severo.

«Mi hanno detto che sei tornato a suonare», disse senza salutare troppo.

«Le informazioni viaggiano veloci.»

«Nei paesi piccoli, sì. La qualità dell’informazione però resta discutibile.»

Luca sorrise appena.

Il maestro appoggiò sul banco un vecchio spartito. «Questo è tuo. Lo lasciasti da me anni fa.»

Era una composizione incompleta. Luca la riconobbe subito. L’aveva scritta prima del concorso, poi abbandonata.

«Non mi serve.»

«Infatti non te l’ho portata perché ti serve. Te l’ho portata perché è tua.»

Luca sfogliò le pagine. Le note sembravano appartenere a un altro uomo, ma anche a lui.

Il maestro lo osservò in silenzio.

«Sai qual è stato il tuo errore?»

«Solo uno?»

«Hai pensato che perdere significasse non essere chiamato. Invece a volte perdere significa solo che la musica ti sta chiedendo un’altra strada.»

Luca abbassò lo sguardo.

«E se non la voglio?»

«Allora continuerai a venderla agli altri fingendo che non ti manchi.»

Il maestro uscì lasciandogli lo spartito.

Luca rimase solo nel negozio, con la sensazione fastidiosa che tutti, negli ultimi tempi, avessero deciso di dirgli la verità.

PAGE-BREAK

La prova generale arrivò con il suo carico di panico. Il teatro era aperto, alcune luci funzionavano male, due microfoni davano problemi, Marco aveva di nuovo perso l’attacco del secondo brano e Anna, seduta in terza fila, dichiarò che “l’ansia si sente anche dal pubblico”.

Sara cercava di tenere insieme tutto. Luca la osservò mentre parlava con i ragazzi, sistemava il programma, chiamava il tecnico, consolava una studentessa che non voleva più cantare da sola.

Era forte, ma non invulnerabile.

A metà prova, Martina scoppiò a piangere. Doveva cantare una breve strofa da solista e non ci riusciva.

«Non posso», disse. «Mi tremano le gambe.»

Sara le si avvicinò. «Va bene. Respira.»

«Tutti mi guardano.»

Luca, dal pianoforte, parlò prima di pensarci.

«Non devi cantare per tutti. Scegli una persona in sala e canta per lei.»

Martina lo guardò con gli occhi lucidi. «E se sbaglio?»

«Sbagli. Poi continui.»

La ragazza respirò. Riprovò. La voce tremò, ma rimase in piedi. Alla fine gli altri ragazzi applaudirono spontaneamente.

Sara guardò Luca da lontano. Questa volta lui non distolse lo sguardo.

Dopo le prove, la raggiunse nel foyer. Sara stava raccogliendo alcuni fogli caduti.

«Mi dispiace», disse.

Lei non fece finta di non capire.

«Anche a me.»

«Ho reagito male.»

«Sì.»

Luca accettò quella risposta. Era meritata.

«Quando mi ha chiesto di suonare il mio brano, ho avuto paura.»

Sara appoggiò i fogli sul tavolo. «Lo so.»

«Non del pubblico. O non solo. Ho avuto paura che, se avessi suonato qualcosa di mio e non fosse servito a niente, avrei perso anche l’ultima scusa per non ricominciare.»

Sara lo guardò con dolcezza seria.

«Ricominciare non deve servire a qualcosa. Non sempre. A volte serve solo a non restare fermi dove ci siamo fatti male.»

Luca respirò lentamente.

«Vorrei provarci.»

«Con il brano?»

«Con il brano. E forse con il resto.»

La parola resto rimase tra loro.

Sara non la raccolse subito, ma il suo sguardo cambiò.

«Allora lo inseriamo alla fine.»

«Solo pianoforte?»

«No», disse lei. «Con il coro. Le seconde possibilità funzionano meglio se non si affrontano da soli.»

Luca sorrise piano.

Per la prima volta, non ebbe voglia di scappare dalla frase.