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Capitolo

Temporale al quinto piano

Il balcone di fronte

Giugno arrivò con giornate luminose e sere improvvisamente cariche di nuvole. La città diventò più rumorosa, più calda, più impaziente. I balconi si riempirono di tende abbassate, sedie di plastica, panni stesi, basilico, voci e ventilatori accesi dietro le finestre.

Tra Claudia e Davide qualcosa era cambiato, anche se nessuno dei due lo aveva nominato. Continuavano a scambiarsi biglietti, ma ora capitava più spesso che attraversassero la strada. Un caffè da lui, una pianta da lei, un libro restituito, una spesa portata su quando Davide rientrava dalla madre, una cena improvvisata con ciò che c’era in frigorifero.

Claudia scoprì che Davide cucinava meglio di quanto dichiarasse, soprattutto risotti. Davide scoprì che Claudia, pur essendo molto ordinata con le piante, accumulava tazze ovunque. Lei gli disse che la sua scrivania sembrava un archivio dopo un trasloco. Lui rispose che il suo balcone sembrava una repubblica vegetale indipendente.

Ridevano spesso.

E quella era forse la cosa che spaventava di più Claudia.

Dopo la separazione da Andrea, il suo ex marito, si era promessa di non confondere più la leggerezza con la fiducia. Con Andrea tutto era iniziato bene, poi le giornate si erano appesantite di aspettative, incomprensioni e silenzi. Alla fine non c’era stato un grande tradimento, ma una lunga assenza reciproca. Si erano lasciati con educazione, che a volte è solo un altro modo per dire che non si ha più la forza di soffrire apertamente.

Con Davide, invece, la leggerezza non sembrava superficiale. Sembrava cura.

Una sera di temporale, Claudia rientrò tardi dal lavoro. Il cielo era nero, l’aria calda e immobile. Aveva appena messo piede in casa quando il vento iniziò a sbattere contro le finestre. Corse sul balcone per mettere al riparo le piante più fragili.

Dall’altra parte della strada, Davide stava facendo lo stesso. La pioggia cominciò improvvisa, grossa, violenta.

«Claudia!» gridò lui. «La tenda!»

Lei si voltò. Una delle tende laterali del suo balcone si era sganciata e sbatteva pericolosamente contro la ringhiera, rischiando di trascinare alcuni vasi.

Provò a bloccarla, ma il vento era troppo forte. Un vaso di lavanda cadde e si ruppe sul pavimento. Claudia scivolò leggermente, riuscendo a reggersi alla ringhiera.

«Rientri!» gridò Davide.

Ma lei non poteva lasciare che la tenda strappasse tutto.

Pochi minuti dopo suonò il campanello.

Claudia aprì e trovò Davide completamente bagnato, con il fiato corto.

«Sono salito», disse inutilmente.

«Lo vedo.»

«Dov’è la tenda?»

«Sul balcone. Ma non deve…»

Lui era già passato.

Insieme, sotto la pioggia, riuscirono a sganciare la tenda, spostare i vasi e mettere al sicuro le piante. Quando rientrarono in casa, erano fradici, spettinati e pieni di terra.

Claudia scoppiò a ridere per prima.

Davide la seguì.

Il temporale continuava a battere sui vetri.

Per la prima volta, lui era nel suo appartamento non per una pianta, non per un libro, non per un favore.

Per lei.

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Claudia gli diede un asciugamano e una vecchia felpa troppo grande, appartenuta a suo fratello e dimenticata lì dopo un trasloco. Davide la indossò con un certo imbarazzo.

«Non dica niente.»

«Non ho detto niente.»

«Lo ha pensato.»

«Ho pensato che le dona il verde sbiadito.»

«Appunto.»

Preparò due tazze di tè, anche se fuori faceva caldo. Il temporale aveva abbassato la temperatura e l’appartamento sembrava sospeso in una luce blu. Le piante, accalcate nel salotto per essere salvate dalla pioggia, davano alla stanza un’aria di giungla domestica.

Davide si guardò intorno. «Ora capisco perché il basilico ha un carattere così forte. Vive in una comunità intensa.»

Claudia sorrise, poi si sedette sul divano. Era ancora scossa dalla corsa sul balcone, dal vento, dalla presenza di lui in casa sua.

«Grazie», disse.

«Era solo una tenda.»

«No. Non solo.»

Davide capì. Posò la tazza sul tavolino.

«Mi sono preoccupato.»

Quelle parole erano semplici. Proprio per questo arrivarono forti.

Claudia abbassò lo sguardo. «Non sono abituata.»

«A cosa?»

«A qualcuno che attraversa la strada per me.»

Davide rimase in silenzio per qualche secondo.

«Nemmeno io sono abituato ad attraversarla.»

Si guardarono.

Il temporale riempiva gli spazi vuoti con il suo rumore. Claudia avrebbe potuto cambiare argomento, offrire biscotti, parlare delle piante danneggiate. Invece restò lì, nel punto esatto in cui le cose rischiano di diventare vere.

«Perché si è chiuso così tanto?» chiese piano.

Davide non sembrò sorpreso. Forse aspettava quella domanda da giorni.

«Dopo la separazione dei miei genitori, da ragazzo, ho imparato che nelle case le persone possono vivere vicine e smettere di parlarsi. Poi ho ripetuto la lezione. Relazioni brevi, molte ore di lavoro, la comodità di non dipendere da nessuno.»

«Comodità?»

«All’inizio sì. Poi diventa una stanza piccola.»

Claudia pensò alla propria vita ordinata, al balcone pieno di piante, alla sicurezza di gestire tutto da sola. Anche lei conosceva quella stanza.

«Io ho paura di fidarmi del quotidiano», disse. «Le grandi cose si capiscono. Sono le piccole assenze che mi spaventano. Uno che non chiede più com’è andata. Uno che non ti guarda mentre parli. Uno che vive accanto e diventa lontano.»

Davide la ascoltava con attenzione.

«Io non posso promettere di non sbagliare», disse.

«Lo so.»

«Però posso promettere di non fingere che vada tutto bene quando mi allontano.»

Claudia sorrise appena. «È una promessa molto adulta.»

«Le promesse adulte hanno meno poesia ma più manutenzione.»

Lei rise piano.

Poi, senza programmarlo, gli prese la mano.

Davide la strinse con delicatezza, come si fa con una cosa fragile ma non debole.

Nessuno dei due parlò.

Fuori, il temporale cominciava a diminuire.

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Quando la pioggia si calmò, Davide fece per tornare a casa. Claudia lo accompagnò alla porta, ma prima di uscire lui si voltò.

«Posso dirle una cosa?»

«Sì.»

«Credo che mi piaccia molto la strada tra il mio portone e il suo.»

Claudia sentì il cuore accelerare.

«È una strada breve.»

«Non sempre le distanze importanti sono lunghe.»

Questa volta fu lei ad avvicinarsi.

Il bacio arrivò piano, quasi con cautela. Non fu un gesto improvviso o cinematografico. Fu la conseguenza naturale di settimane di biglietti, sguardi, libri, piante salvate e frasi lasciate maturare. Davide le sfiorò il viso con una mano. Claudia sentì una paura sottile, ma non arretrò.

Quando si separarono, sorrisero entrambi con un imbarazzo tenero.

«Questo complica la gestione condominiale», disse Davide.

Claudia rise. «Molto.»

Lui attraversò la strada sotto le ultime gocce di pioggia. Claudia rimase alla finestra a guardarlo entrare nel suo portone. Pochi minuti dopo, la finestra di fronte si accese.

Davide comparve con un foglio in mano.

La strada breve ringrazia.

Claudia prese un cartoncino e rispose:

La finestra di fronte approva.

Da quella sera, però, qualcosa fece paura a entrambi. Il giorno dopo si videro, ma furono più cauti. I biglietti continuarono, ma con un’esitazione nuova. Quando un sentimento diventa possibile, perde la protezione dell’ambiguità.

Claudia si accorse di aspettare un messaggio da Davide e si infastidì con se stessa. Davide, dal canto suo, passò una giornata intera senza affacciarsi, poi lasciò un libro davanti alla sua porta con un biglietto troppo neutro.

La settimana seguente, Andrea, l’ex marito di Claudia, la chiamò per firmare alcune carte. Si incontrarono in un bar. Fu gentile, come sempre. Troppo gentile, come sempre. Le disse che stava per trasferirsi con la nuova compagna e che era felice di vederla “serena”.

Claudia sorrise, ma tornando a casa si sentì scossa. Non per amore. Quello era finito davvero. Ma perché capì quanto tempo aveva impiegato a ricostruire una versione di sé che non chiedesse nulla a nessuno.

E ora Davide rischiava di entrare proprio lì.

Nel suo bisogno.

Quella sera non appese biglietti.

Davide vide il balcone spento e capì che qualcosa si era chiuso.

Ma questa volta non rimase alla finestra.

Attraversò la strada.