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Capitolo

La finestra accesa

Il balcone di fronte

Quando Davide suonò, Claudia impiegò qualche secondo ad aprire. Non perché non volesse vederlo, ma perché sapeva che vederlo avrebbe reso più difficile continuare a fingere.

Lui era sul pianerottolo, con una busta di carta in mano.

«Ho portato il basilico», disse.

Claudia lo guardò, sorpresa. «Il basilico?»

«Sì. Mi sembrava meno minaccioso dei fiori.»

Lei rise nonostante tutto.

Quel sorriso bastò a far entrare un po’ di aria nella serata.

Lo fece accomodare. Davide posò il vasetto sul tavolo della cucina. Non chiese subito spiegazioni. Claudia gli fu grata per questo, ma anche irritata, perché il suo silenzio gentile rendeva più evidente la propria inquietudine.

«Ho visto Andrea oggi», disse infine.

Davide annuì. Sapeva dell’ex marito, almeno a grandi linee.

«È successo qualcosa?»

«No. Proprio questo. È stato tutto civile, tranquillo, educato. Mi ha detto che si trasferisce. Io gli ho augurato buona fortuna. Siamo due persone mature che hanno firmato documenti e bevuto caffè senza rovesciarsi addosso il passato.»

«Sembra positivo.»

«Lo è. Ma mi ha fatto paura lo stesso.»

Davide aspettò.

Claudia si sedette. «Ho passato due anni a convincermi che stare bene significasse bastarmi. Non aspettare nessuno. Non dipendere da una telefonata, da una presenza, da un’abitudine condivisa. Poi arrivi tu, con i tuoi biglietti e le tue piante in ostaggio, e io ricomincio ad aspettare cose.»

«E questo ti spaventa.»

Era passato al tu senza quasi accorgersene. Claudia lo notò, ma non lo corresse.

«Sì.»

Davide si sedette di fronte a lei. «Spaventa anche me.»

«Non sembri spaventato.»

«Sono un traduttore. So nascondere bene le versioni originali.»

Claudia sorrise piano.

Lui continuò: «Io ho paura di non essere abbastanza presente. Di chiudermi quando le cose diventano importanti. Di ferire qualcuno non con un gesto, ma con una distanza.»

Claudia lo guardò. «Questa è una paura precisa.»

«Sì. Ho avuto tempo per studiarla.»

Rimasero in silenzio. Sul tavolo, il basilico sembrava fuori posto e perfettamente necessario.

«Non dobbiamo decidere tutto subito», disse Davide.

«Lo so.»

«Ma non vorrei nemmeno tornare a comunicare solo con cartelli appesi alla ringhiera.»

Claudia abbassò gli occhi. «No. Nemmeno io.»

Per la prima volta, quella sera, non parlarono di piante, né di libri, né di ex, né di paure come concetti astratti. Parlarono di loro. Di come volevano procedere. Piano, ma davvero. Con spazi propri, ma senza sparizioni. Con finestre aperte, ma anche porte attraversate.

Fu una conversazione lunga, imperfetta, piena di pause.

Una conversazione adulta.

Forse la più romantica che potessero permettersi.

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L’estate arrivò con il caldo e con una nuova abitudine: la cena del giovedì. Una settimana da Claudia, una da Davide. All’inizio la chiamarono “verifica botanico-letteraria”, perché entrambi avevano bisogno di scherzarci sopra. Poi smise di avere un nome.

Il giovedì cucinavano qualcosa di semplice, spesso troppo tardi. Davide preparava risotti, Claudia insalate piene di erbe aromatiche. A volte guardavano un film, a volte leggevano sul divano, a volte restavano sul balcone a parlare del palazzo, dei vicini, della madre di Davide, della sorella di Claudia, di viaggi che forse avrebbero fatto.

I biglietti non sparirono. Cambiarono funzione. Non servivano più a evitare il contatto, ma a conservarne il gioco.

Il basilico sostiene che il risotto di ieri mancava di coraggio.

Il traduttore sostiene che il basilico dovrebbe occuparsi dei propri vasi.

Amelia ha fatto un fiore nuovo. Dice che approva la situazione.

Una domenica mattina, Claudia trovò Davide sul suo balcone intento a fissare una piccola mensola alla parete.

«Che fai?»

«Creo spazio per le talee. Sento che il tuo balcone sta colonizzando il mio.»

«È una colonizzazione pacifica.»

«Lo dicono sempre tutti gli imperi vegetali.»

Claudia rise e gli porse un vaso di lavanda. Guardando il terrazzo di Davide, si accorse che era cambiato davvero. Non era più vuoto. C’erano Amelia figlia, basilico, lavanda, una piccola salvia, una sedia nuova, una lanterna.

«Prima non c’era quasi niente», disse.

Davide seguì il suo sguardo. «Prima mi bastava guardare fuori.»

«E adesso?»

«Adesso mi piace che ci sia qualcosa da curare.»

Claudia sentì quella frase arrivare dove nessun biglietto sarebbe bastato.

La madre di Davide peggiorò a metà luglio. Lui dovette assentarsi spesso, passare notti fuori, rispondere a telefonate improvvise. Questa volta, però, non sparì. Scriveva a Claudia, anche solo poche parole. Lei gli lasciava cibo in frigorifero, bagnava le piante, gli mandava fotografie del balcone.

Una sera, dopo una giornata difficile, Davide tornò e trovò sulla ringhiera un cartello illuminato da una piccola lucina.

La finestra resta accesa.

Guardò verso il palazzo di fronte. Claudia era sul balcone.

Non disse nulla.

Non ce n’era bisogno.

Attraversò la strada.

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A settembre, il condominio di Claudia organizzò una riunione per discutere lavori alla facciata, spese comuni e nuove regole sui balconi. L’amministratore, uomo preciso e triste, propose di limitare il numero di vasi per motivi di sicurezza.

Claudia si preparò alla battaglia.

Davide, invitato come “consulente morale della repubblica vegetale”, si sedette in fondo alla sala con aria innocente.

«I vasi vanno fissati meglio», disse Claudia durante la riunione. «Su questo sono d’accordo. Ma togliere le piante dai balconi significa togliere vita a un palazzo.»

La signora del terzo piano applaudì. Un vicino protestò per le foglie cadute. Qualcuno propose una commissione verde. L’amministratore sembrò invecchiare di cinque anni in venti minuti.

Alla fine si decise per fioriere più sicure, ganci certificati e una piccola iniziativa condominiale: “Balconi in fiore”.

Davide, uscendo, le disse: «Hai appena trasformato un incidente con un geranio in una politica urbana.»

«Amelia ha sempre avuto ambizioni sociali.»

Qualche settimana dopo, i balconi della via cominciarono davvero a cambiare. Non tutti, ma molti. Comparvero piante aromatiche, fiori, luci, sedie. La distanza tra i due palazzi sembrò meno rigida. Le persone iniziarono a salutarsi da una finestra all’altra. La signora del terzo piano chiese a Davide consigli di lettura. Il ragazzo del secondo imparò da Claudia a non affogare il rosmarino.

Una sera di ottobre, Claudia e Davide cenarono sul balcone di lei, avvolti in due maglioni. La città sotto era rumorosa come sempre, ma da lassù sembrava quasi morbida. Sul balcone di fronte, Amelia figlia aveva ancora qualche fiore.

«Pensi mai a quel giorno?» chiese Davide.

«Quale?»

«Il giorno in cui hai tentato di assassinarmi con un geranio.»

Claudia rise. «Non era premeditato.»

«Lo so. Le cose migliori raramente lo sono.»

Lei lo guardò. «Siamo una cosa migliore?»

Davide prese un po’ di tempo prima di rispondere. Claudia ormai conosceva quella pausa: non era esitazione, era cura.

«Siamo una cosa che cresce», disse.

Era la risposta giusta.

Più tardi, quando Davide tornò nel suo appartamento, Claudia spense le luci della cucina ma lasciò accesa la piccola lampada vicino alla finestra. Dall’altra parte della strada, anche lui fece lo stesso.

Due finestre accese, una di fronte all’altra.

Non più segnali di solitudine.

Ma promesse discrete, quotidiane, imperfette.

Claudia uscì sul balcone e guardò le sue piante. Amelia era tornata da tempo al suo posto, ma qualcosa di lei era rimasto anche di fronte. Una talea, un vaso, una storia.

Pensò che l’amore, a volte, non entra dalla porta principale. Cade per sbaglio, sporca un terrazzo, chiede acqua, inventa biglietti e insegna a due persone ad attraversare una strada.

Dal balcone di fronte, Davide sollevò una mano.

Claudia rispose al saluto.

La finestra restò accesa ancora a lungo.