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Capitolo

La stanza della torre

Il segreto della villa sul lago

La torre nord della villa era chiusa da anni. Una scala stretta conduceva a una piccola stanza circolare, un tempo usata da Alberto De Angelis come studio privato. Beatrice raccontò che, dopo la morte del padre, nessuno vi era più salito.

Fabio Monti chiese di aprirla.

La chiave era custodita da Marta, appesa a un mazzo antico che la governante portava sempre con sé. La donna esitò prima di consegnarla.

«Il signor Alberto non voleva che qualcuno entrasse lì senza il suo permesso», disse.

«Alberto è morto da dieci anni», osservò Fabio.

La serratura cedette con un lamento metallico. La stanza era fredda, polverosa, illuminata da una sola finestra affacciata sul lago. Al centro c’era una scrivania coperta da un telo. Sulle pareti, scaffali bassi custodivano quaderni, fotografie, scatole e vecchie mappe.

Beatrice entrò per prima. Riccardo rimase sulla soglia. L’avvocato Vanni osservava in silenzio.

Fabio tolse il telo dalla scrivania. Sotto, trovò una cartella di cuoio con iniziali consumate: A.D.A.

Dentro c’erano appunti scritti a mano, ricevute di viaggio e una mappa del lago. Un punto era cerchiato con matita blu: Bellano.

«Mio padre ci andava davvero», mormorò Beatrice.

In fondo alla cartella c’era anche una chiave più piccola, legata a un cartoncino. Sul cartoncino compariva una parola: darsena.

Fabio guardò dalla finestra. Sotto la torre, oltre il giardino invaso dall’umidità, si intravedeva una vecchia darsena in pietra, quasi nascosta dai salici.

Prima di scendere, però, l’investigatore notò qualcosa. Nella polvere del pavimento c’erano impronte recenti.

Qualcuno era entrato nella stanza della torre prima di loro.

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La scoperta cambiò l’umore di tutti. Beatrice accusò Riccardo di essere salito di nascosto. Riccardo negò con forza. Marta giurò di non aver mai consegnato la chiave a nessuno. Vanni restò prudente, ma Fabio capì che anche lui era sorpreso.

Le impronte erano leggere, forse di una persona minuta. Vicino alla finestra, Fabio trovò un filo di lana grigia impigliato in una scheggia del pavimento.

Marta indossava uno scialle grigio.

Quando Fabio la interrogò, la governante crollò. Ammise di essere salita nella torre la notte precedente. Aveva sentito dei rumori e temeva che qualcuno stesse cercando i documenti di Alberto.

«Perché non lo ha detto?» chiese Fabio.

«Perché ho preso una cosa», confessò.

Dalla tasca del grembiule tirò fuori una piccola fotografia piegata. Mostrava Anna seduta su una panchina accanto al lago, con un bambino in braccio. Sul retro c’era scritto:

Bellano, estate 1978. Matteo.

Beatrice lesse il nome a bassa voce. «Matteo.»

Fabio non disse nulla. Ora avevano il nome del possibile erede.

Ma nella stanza della torre c’era ancora qualcosa che non tornava. Se Marta aveva preso solo la fotografia, chi aveva aperto il cassetto segreto della scrivania?

L’investigatore lo aveva notato subito: un piccolo sportello interno era stato forzato con una lama sottile. Dentro non c’era più nulla, ma la polvere indicava che vi era stato conservato un oggetto rettangolare.

«Forse l’ultima pagina del testamento», disse Vanni.

Fabio scosse la testa. «No. Troppo piccolo. Direi un taccuino.»

Nel pomeriggio scesero alla darsena. La chiave trovata nella torre aprì una porta arrugginita. Dentro c’erano reti vecchie, remi spezzati e una cassa di legno.

Nella cassa, avvolto in un telo cerato, Fabio trovò un fascicolo con ricevute, lettere e un certificato di nascita.

Il nome era chiaro: Matteo Riva, nato a Bellano il 3 maggio 1978.

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Il certificato confermava ciò che i frammenti avevano suggerito: Anna aveva avuto un figlio pochi mesi dopo aver lasciato la villa. Il padre non era indicato, ma tra le carte c’era una lettera di Alberto De Angelis in cui l’uomo si dichiarava pronto a riconoscerlo.

«Perché non lo fece?» chiese Beatrice.

Marta rispose con un filo di voce. «Perché la famiglia lo impedì. La signora De Angelis minacciò uno scandalo. Anna fu allontanata, e il bambino crebbe con un altro cognome.»

Riccardo si passò una mano tra i capelli. «Tutto questo non prova che Matteo sia figlio di nostro padre.»

«No», disse Fabio. «Ma prova che Alberto voleva riconoscerlo.»

Quella sera, mentre tutti erano riuniti nella sala da pranzo, arrivò un rumore dalla torre. Un colpo secco, poi passi veloci sulle scale.

Fabio fu il primo a salire. La stanza era stata messa a soqquadro. Qualcuno aveva cercato qualcosa con violenza.

Sul pavimento trovò un frammento di pelle nera. Apparteneva probabilmente alla copertina di un taccuino.

L’avvocato Vanni si irrigidì.

«Conosce quel taccuino?» chiese Fabio.

Vanni esitò, poi rispose: «Mio padre ne parlava. Diceva che Alberto annotava lì tutto ciò che non poteva comparire nei documenti ufficiali.»

Il taccuino scomparso poteva contenere la verità definitiva su Anna, Matteo e la famiglia De Angelis.

Fabio osservò le impronte sulla polvere. Questa volta erano più pesanti, più marcate. Non appartenevano a Marta.

Il mistero della torre non riguardava più il passato. Qualcuno, nel presente, stava ancora cercando di cancellarlo.

L’investigatore guardò il lago dalla finestra. La luna si rifletteva sull’acqua come una lama sottile.

«Domani andremo a Bellano», disse.