Dopo il ritrovamento di Lucia nel lazzaretto, la vicenda comincia finalmente a sciogliersi. La peste, pur avendo portato morte e distruzione, ha anche eliminato molti ostacoli che impedivano il matrimonio. Don Rodrigo è ormai prossimo alla morte, fra Cristoforo ha liberato Lucia dal voto e Renzo ha imparato a superare l’odio.
Lucia, guarita, può lasciare il lazzaretto. Renzo torna al paese per preparare il futuro. La situazione non è più quella dell’inizio: il mondo è cambiato, molti personaggi sono morti o trasformati, e anche i due protagonisti non sono più gli stessi. La sofferenza li ha maturati.
Don Abbondio resta però fedele alla sua natura paurosa. Anche dopo la morte di don Rodrigo, esita a celebrare il matrimonio, temendo sempre possibili conseguenze. Solo quando è certo che il pericolo è finito si convince finalmente a fare il proprio dovere.
La figura di don Abbondio, anche nel finale, conserva un carattere comico e amaro. Manzoni non lo presenta come un grande malvagio, ma come un uomo debole, incapace di assumersi responsabilità. La sua paura ha però causato molte sofferenze, e questo mostra che anche la viltà può produrre ingiustizia.
Renzo e Lucia possono finalmente sposarsi. Il matrimonio, impedito all’inizio del romanzo, si compie solo dopo un lungo percorso di prove. L’unione dei due giovani non è più soltanto la realizzazione di un desiderio privato, ma il segno di una giustizia finalmente raggiunta dopo molte sofferenze.
Dopo le nozze, i due non restano nel paese d’origine. Si trasferiscono nel territorio bergamasco, dove Renzo aveva già trovato lavoro e protezione. Qui iniziano una nuova vita. Renzo diventa imprenditore nel settore della filatura e riesce a migliorare la propria condizione economica.
La vita matrimoniale non viene però presentata come un finale fiabesco. Manzoni evita un lieto fine troppo semplice. Renzo e Lucia devono comunque affrontare difficoltà, adattamenti e fatiche quotidiane. Il bene non elimina la complessità della vita, ma permette di attraversarla con maggiore consapevolezza.
Nel finale, Renzo tende a interpretare le proprie disavventure come lezioni pratiche: ha imparato a non mettersi nei tumulti, a non parlare troppo, a diffidare degli imbrogli, a non lasciarsi trascinare dall’impulsività. Lucia, però, offre una riflessione più profonda: non sempre le disgrazie capitano perché si è commesso un errore; a volte colpiscono anche chi non ha colpa.
PAGE-BREAKLa conclusione morale del romanzo nasce proprio dal confronto tra Renzo e Lucia. Renzo cerca una spiegazione quasi pratica e terrena degli eventi, mentre Lucia comprende che la vita è più misteriosa. Il dolore non è sempre conseguenza diretta di una colpa personale, ma può diventare occasione di crescita, fede e maturazione.
Il romanzo termina quindi con una visione cristiana della vita. Le sofferenze non vengono negate né minimizzate, ma inserite in un disegno più ampio. L’uomo non controlla tutto, ma può scegliere come comportarsi: può cedere al male, come don Rodrigo; alla paura, come don Abbondio; oppure può affidarsi al bene, come fra Cristoforo, Lucia e il cardinale Federigo.
Renzo e Lucia, dopo tante prove, trovano una serenità concreta. Non diventano personaggi eroici in senso tradizionale: restano persone semplici, legate al lavoro, alla famiglia e alla fede. Proprio per questo rappresentano un modello vicino alla vita comune.
Il finale mostra anche un cambiamento sociale. Renzo non è più soltanto un giovane operaio ingenuo e impulsivo. È diventato un uomo più prudente, più maturo e più capace di costruire il proprio futuro. Lucia conserva la sua fede e la sua modestia, ma non è una figura passiva: la sua fermezza morale ha avuto un ruolo decisivo in tutta la vicenda.
La morte di molti personaggi e la distruzione causata dalla peste ricordano che la storia umana è fragile. Tuttavia, Manzoni non chiude il romanzo nella disperazione. Dopo la peste, la vita riprende. Dopo l’ingiustizia, è ancora possibile costruire. Dopo la paura, può nascere una responsabilità nuova.
Il matrimonio finale non cancella il male subito, ma dimostra che il male non ha avuto l’ultima parola. Don Rodrigo non è riuscito a distruggere l’amore di Renzo e Lucia; la violenza non ha vinto; la Provvidenza ha agito anche attraverso vie difficili, dolorose e spesso incomprensibili.
Per questo il finale de I promessi sposi è insieme realistico e morale. Realistico, perché non promette una felicità senza problemi. Morale, perché indica una direzione: vivere con fede, responsabilità, umiltà e fiducia, anche quando gli eventi sembrano ingiusti o oscuri.