La conversione dell’Innominato è uno dei momenti più alti del romanzo. Dopo una vita segnata da violenza e paura, egli incontra il cardinale Federigo Borromeo e trova finalmente la forza di cambiare. Manzoni mostra così che nessun uomo è definitivamente perduto se accetta di guardare dentro di sé e di aprirsi al bene.
Lucia viene liberata e affidata alle cure di donna Prassede e don Ferrante, una coppia nobile presso cui trova temporaneamente ospitalità. Donna Prassede è convinta di fare il bene, ma spesso agisce con invadenza e presunzione. Don Ferrante, invece, è un uomo colto ma astratto, incapace di comprendere davvero la realtà concreta.
La liberazione di Lucia non risolve però tutti i problemi. Il voto fatto durante la notte del rapimento le impedisce, almeno nella sua coscienza, di sposare Renzo. La giovane è combattuta tra l’amore per il promesso sposo e la promessa religiosa fatta in un momento di terrore.
Nel frattempo don Rodrigo viene a sapere della conversione dell’Innominato e capisce di aver perso un potente alleato. Il suo disegno contro Lucia comincia a indebolirsi, ma egli non mostra vero pentimento. La sua figura resta legata alla superbia, alla sensualità e alla prepotenza.
La storia privata dei personaggi viene poi travolta da eventi storici più grandi. La guerra per la successione di Mantova porta nel territorio lombardo il passaggio dei lanzichenecchi, soldati stranieri che saccheggiano, devastano e diffondono paura. Con loro arriva anche il contagio della peste.
Manzoni dedica pagine molto importanti alla descrizione della peste di Milano del 1630. Il contagio si diffonde inizialmente tra incredulità, ritardi e cattiva gestione. Molti non vogliono riconoscere il pericolo, le autorità intervengono tardi e la popolazione oscilla tra paura, superstizione e ricerca di capri espiatori.
Uno degli aspetti più drammatici è la credenza negli untori, persone accusate ingiustamente di diffondere volontariamente la peste ungendo muri e porte con sostanze infette. Manzoni mostra come, nei momenti di paura collettiva, la ragione possa essere oscurata dal pregiudizio e dalla necessità di trovare un colpevole.
La peste colpisce tutti, senza distinguere tra ricchi e poveri. Don Rodrigo stesso si ammala e viene portato al lazzaretto, il luogo in cui erano raccolti gli appestati. Anche fra Cristoforo si trova nel lazzaretto, dove assiste i malati con carità e coraggio, pur sapendo di rischiare la vita.
PAGE-BREAKLa peste rappresenta nel romanzo una grande prova collettiva. Manzoni descrive il disordine, la sofferenza, la morte, ma anche gesti di pietà, assistenza e sacrificio. Il male storico diventa così anche occasione per rivelare la verità morale dei personaggi.
Renzo, intanto, dopo aver vissuto nel territorio bergamasco, decide di tornare alla ricerca di Lucia. Il giovane ha saputo della peste e teme per la vita della promessa sposa. Il suo ritorno è un gesto di amore e fedeltà, ma anche una nuova tappa della sua maturazione.
Attraversando luoghi segnati dal contagio e dalla devastazione, Renzo arriva a Milano. La città è profondamente cambiata: le strade sono piene di dolore, i carri dei monatti trasportano i malati e i morti, le case sono segnate dalla paura e dall’abbandono.
Renzo rischia anche di essere scambiato per un untore. La sua condizione di straniero, il suo comportamento agitato e il clima di sospetto generale lo mettono in pericolo. Ancora una volta Manzoni mostra quanto sia fragile la giustizia quando la folla è dominata dalla paura.
Dopo varie ricerche, Renzo arriva al lazzaretto. Questo luogo, pur essendo pieno di sofferenza, diventa anche uno spazio di verità e di scioglimento morale. Qui Renzo incontra fra Cristoforo, ormai malato ma ancora spiritualmente forte.
Fra Cristoforo guida Renzo a superare il desiderio di vendetta verso don Rodrigo. Renzo, infatti, quando scopre che il suo persecutore è malato nel lazzaretto, deve affrontare la tentazione del rancore. Il frate lo invita invece al perdono, ricordandogli che nessun cristiano può desiderare la dannazione del proprio nemico.
Renzo vede don Rodrigo ridotto in fin di vita dalla peste. L’uomo potente e arrogante è ormai completamente abbattuto dalla malattia. Questa scena mostra la fragilità della potenza umana e l’inutilità della superbia. Don Rodrigo, che aveva dominato gli altri con la paura, finisce solo e impotente.
Nel lazzaretto Renzo ritrova finalmente Lucia. L’incontro è carico di emozione, ma non risolve subito la situazione: Lucia gli racconta del voto fatto durante il rapimento. Renzo è addolorato, ma fra Cristoforo interviene chiarendo che quel voto, pronunciato in condizioni di paura e senza considerare il precedente impegno matrimoniale, può essere sciolto.
Fra Cristoforo libera Lucia dal voto e benedice idealmente l’unione dei due giovani. Poco dopo, il frate morirà di peste, completando il proprio cammino di carità e sacrificio. La sua figura resta una delle più alte dell’intero romanzo.