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Capitolo

Il camerino chiuso

Il sipario dell’ultima notte

La rivelazione di Bruno Falco rese il teatro ancora più inquieto. Marcello Guidi evitava Edoardo, Viola trascorreva ore nel camerino della nonna e Elena Sartori continuava a catalogare materiali con una precisione quasi nervosa.

La mattina seguente accadde un nuovo episodio.

Il camerino numero cinque, quello che un tempo era appartenuto a Livia Neri, venne trovato chiuso dall’interno. Dalla stanza proveniva una musica bassa, un vecchio motivo suonato al pianoforte. Viola, preoccupata, chiamò gli altri.

La porta fu forzata da Bruno. Dentro non c’era nessuno.

Il giradischi sul mobile continuava a ruotare. Sullo specchio era stata tracciata con il rossetto una frase:

Chi ha spento la luce conosce la verità.

Marcello perse la pazienza. «Basta. Questa è una messinscena. Qualcuno vuole distruggere la riapertura.»

Edoardo lo ignorò. Esaminò la finestra: chiusa. La grata esterna: intatta. La porta: serrata dall’interno con una chiave ancora nella toppa.

Un classico enigma da stanza chiusa. Solo che, in teatro, le stanze chiuse spesso hanno più uscite di quante ne mostrino.

Il camerino era piccolo, con un tavolo da trucco, uno specchio ovale, alcune fotografie e un armadio vuoto. Edoardo notò che il tappeto era leggermente spostato.

Sotto, trovò una botola.

Bruno sospirò. «Un vecchio condotto di ventilazione. Collegava i camerini alla zona tecnica.»

«Funziona ancora?»

«Non dovrebbe.»

Ma il coperchio della botola era stato sollevato di recente.

Edoardo scese nel condotto. Era stretto, ma percorribile. Dopo pochi metri sbucava dietro un pannello nella stanza dei quadri elettrici.

La frase sullo specchio non era casuale.

Chi aveva spento la luce, vent’anni prima, poteva aver provocato il panico necessario a coprire l’incendio.

PAGE-BREAK

Edoardo chiese di vedere i verbali dell’epoca. Il fascicolo sull’incendio era incompleto, ma riportava un dettaglio interessante: prima delle fiamme, per alcuni secondi, il teatro era rimasto al buio.

La platea aveva pensato a un effetto scenico. Dietro le quinte, invece, quell’oscurità aveva impedito di capire da dove fosse partito il fuoco.

Marcello sosteneva che il padre fosse in ufficio durante l’incendio. Bruno dichiarava di averlo visto vicino al quadro elettrico. Elena, studiando i documenti del restauro, trovò un vecchio schema dell’impianto: il quadro principale era collegato direttamente al fondale della scena finale.

«Se qualcuno avesse manomesso i cavi», disse la restauratrice, «avrebbe potuto far scattare un corto nel momento esatto della scena.»

Viola ascoltava in silenzio.

Nel camerino della nonna trovò una lettera nascosta dietro la cornice dello specchio. Era indirizzata a Livia e firmata con una sola iniziale: G.

Non posso lasciarti andare in scena con quella pagina. Se la leggerai, perderemo tutto.

G. poteva essere Giulio Bellini, il maestro autore dell’opera. Oppure Guido Guidi, padre di Marcello e impresario del teatro.

Edoardo osservò la grafia. Non era quella di un artista, ma di un uomo abituato a scrivere conti e contratti.

«Guido Guidi», disse.

Marcello negò con forza. «Mio padre non avrebbe mai sabotato il proprio teatro.»

«Forse non voleva distruggerlo», rispose Edoardo. «Forse voleva solo impedire che una frase venisse pronunciata.»

«Quale frase?»

L’investigatore non rispose subito. Tornò al copione originale e rilesse l’ultima pagina. La dedica a Livia era seguita da una battuta cancellata a matita:

La verità non brucia: illumina chi ha vissuto nell’ombra.

Forse, durante l’ultima rappresentazione, Livia avrebbe dovuto rivelare qualcosa davanti a tutti.

Qualcuno aveva preferito spegnere la luce.

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Il trucco del camerino chiuso venne ricostruito facilmente. Qualcuno era entrato dalla botola, aveva acceso il giradischi, scritto sullo specchio e chiuso la porta dall’interno, uscendo poi dal condotto.

Il problema era capire chi conoscesse ancora quel passaggio.

Bruno lo conosceva. Elena lo aveva scoperto nei progetti. Marcello poteva averlo appreso dal padre. Viola, invece, lo conosceva dai racconti della nonna.

Edoardo trovò la risposta nel rossetto usato per scrivere sullo specchio. Era un vecchio rossetto teatrale, parte del corredo scenico di Livia. Solo Viola poteva sapere che si trovava ancora nella scatola degli effetti personali della nonna.

L’investigatore la raggiunse sul palco.

«È stata lei a preparare la stanza chiusa», disse.

Viola non negò. «Volevo che guardaste il camerino. Volevo che trovaste la lettera.»

«Perché non consegnarla direttamente?»

«Perché nessuno ascolta una nipote che vuole difendere la memoria della nonna. Ma tutti ascoltano un mistero.»

Edoardo non poté darle torto. Tuttavia, le sue messinscene stavano rischiando di confondere la verità con il teatro.

«Sua nonna cosa voleva rivelare?» chiese.

Viola indicò il ritratto di Giulio Bellini appeso in fondo alla sala. «Che l’opera non era solo sua. L’ultima scena era stata scritta da lei. Livia non era soltanto l’attrice. Era coautrice.»

Se questo fosse stato vero, il prestigio della famiglia Bellini e la gestione dei Guidi sarebbero stati costruiti su una cancellazione.

Marcello, ascoltando dalla platea, rimase senza parole.

Edoardo capì che mancava ancora una prova definitiva.

La musica del giradischi, intanto, continuava a tornargli in mente. Non era stata scelta a caso. Era il tema dell’ultima scena, quello mai eseguito davanti al pubblico.

Forse la prova non era nel copione.

Forse era nella musica.