Dopo anni di studio e di lavoro ossessivo, Victor Frankenstein riesce a compiere ciò che aveva immaginato: dare vita a un essere costruito artificialmente. Il suo esperimento rappresenta il punto più alto della sua ambizione scientifica, ma anche l’inizio della sua rovina.
La creatura nasce in una notte cupa, dentro il laboratorio segreto di Victor. Prima di quel momento, lo scienziato aveva sognato gloria, riconoscenza e ammirazione. Aveva immaginato di essere celebrato come colui che aveva sconfitto la morte e aperto una nuova strada all’umanità.
Ma quando l’essere prende vita, Victor è sconvolto. L’aspetto della creatura gli appare orribile: il corpo è enorme, i tratti sono sproporzionati, il volto suscita paura. Tutto ciò che nella sua mente sembrava grandioso diventa improvvisamente mostruoso.
Victor fugge. Questo gesto è decisivo. Non si ferma a comprendere, non prova a comunicare, non si chiede che cosa provi l’essere appena nato. Lo abbandona come un errore da cancellare. La creatura, venuta al mondo senza guida, senza affetto e senza spiegazioni, resta sola.
Il romanzo insiste su questo punto: il vero orrore non è soltanto l’aspetto della creatura, ma l’irresponsabilità di Victor. Egli ha voluto essere creatore, ma non accetta il compito morale che deriva dalla creazione. Ha dato vita a un essere sensibile, ma lo tratta come un oggetto fallito.
Dopo la nascita della creatura, Victor cade in una grave crisi fisica e nervosa. Viene assistito dall’amico Henry Clerval, che giunge a Ingolstadt e lo aiuta a riprendersi. Henry rappresenta l’amicizia, la sensibilità e l’equilibrio umano che Victor ha perduto durante la sua ossessione scientifica.
Per un certo periodo Victor cerca di dimenticare l’esperimento. Tenta di tornare a una vita normale, ma il passato non può essere cancellato. La creatura è viva, libera nel mondo, e Victor non sa dove sia né che cosa possa fare.
La tragedia entra nella famiglia Frankenstein quando il piccolo William, fratello minore di Victor, viene trovato morto. Victor torna a Ginevra e, durante il viaggio, intravede la creatura. Comprende immediatamente che potrebbe essere lei l’autrice dell’omicidio.
PAGE-BREAKNonostante questo sospetto, Victor non parla. Teme di non essere creduto e, soprattutto, non vuole rivelare il proprio segreto. Il suo silenzio ha conseguenze terribili. Dell’omicidio viene accusata Justine Moritz, giovane domestica amata dalla famiglia Frankenstein.
Justine è innocente, ma alcune prove sembrano incastrarla. Viene processata, condannata e giustiziata. Victor sa che la sua creatura potrebbe essere la vera responsabile, ma non riesce a salvare Justine. La sua colpa diventa così doppia: ha creato l’essere e ha taciuto, permettendo la morte di un’innocente.
Da questo momento Victor è tormentato dal rimorso. Si sente responsabile non solo della morte di William, ma anche di quella di Justine. La sua ambizione scientifica, che doveva portare gloria e progresso, ha prodotto dolore, ingiustizia e morte.
Il ritorno alla natura diventa per Victor un tentativo di trovare sollievo. Cammina tra montagne, ghiacciai e paesaggi grandiosi. Nel romanzo, la natura ha spesso una funzione morale e spirituale: può calmare l’animo umano, ma non può cancellare la colpa.
Proprio tra i paesaggi alpini, Victor incontra finalmente la creatura. Lo scontro tra creatore e creatura è uno dei momenti centrali del romanzo. Victor la odia e la considera un mostro; la creatura, invece, chiede di essere ascoltata.
La creatura rivendica il proprio diritto a raccontare. Non vuole essere giudicata solo dall’aspetto o dagli atti terribili che ha compiuto. Vuole spiegare come è diventata ciò che è. A questo punto il romanzo apre una nuova prospettiva: quella dell’essere abbandonato.
Il lettore scopre così che la creatura non nasce malvagia. All’inizio è confusa, sola, incapace di comprendere il mondo. Ha bisogno di affetto, educazione e riconoscimento. Ma ogni volta che incontra gli uomini viene respinta con paura e violenza.
Il capitolo della creazione mostra dunque il cuore morale dell’opera: Victor è responsabile non solo per aver generato una creatura potente, ma per averla lasciata senza guida. Mary Shelley suggerisce che il male può nascere anche dall’abbandono, dal rifiuto e dalla mancanza di amore.