Mazzarò è il protagonista assoluto della novella. La sua vita viene raccontata attraverso la sua ascesa economica. Da uomo povero, sottoposto al lavoro e alla dipendenza, riesce a diventare proprietario di una quantità immensa di beni. La sua storia è quella di una scalata sociale costruita con fatica, rinunce e ostinazione.
All’inizio Mazzarò lavora alle dipendenze di altri. Conosce la durezza della povertà e comprende che chi non possiede nulla è costretto a servire. Questa esperienza lo segna profondamente. Da quel momento, il suo obiettivo diventa uno solo: acquistare roba e non dipendere più da nessuno.
La sua intelligenza non è teorica o culturale, ma pratica. Mazzarò capisce il valore della terra, sa osservare gli affari, sa risparmiare, sa aspettare il momento giusto. Non spreca nulla, non si concede lussi, non cerca piaceri. Ogni energia viene trasformata in proprietà.
La novella insiste sul carattere quasi incredibile della sua ricchezza. Campi, vigne, oliveti, pascoli, animali e magazzini sembrano moltiplicarsi sotto il suo nome. Mazzarò arriva a possedere ciò che prima apparteneva a nobili e grandi proprietari. La sua ascesa rappresenta anche il declino della vecchia aristocrazia terriera.
Il personaggio non accumula per vivere meglio nel senso comune. Non usa la ricchezza per godersi la vita, vestirsi elegantemente, mangiare con abbondanza o costruire relazioni. Al contrario, continua a vivere con una durezza quasi contadina, come se ogni spesa fosse una minaccia alla roba accumulata.
Questa è una caratteristica fondamentale. Mazzarò non possiede la roba per godere, ma per possedere ancora. L’accumulo diventa fine a se stesso. Non c’è un momento in cui egli possa dire di avere abbastanza, perché la logica della roba non conosce misura.
La sua vita è fatta di sacrificio continuo. Mazzarò rinuncia agli affetti, alla generosità, al riposo e al piacere. Tutto ciò che non aumenta la proprietà gli sembra inutile. In questo senso, la sua ricchezza non lo libera: lo rende prigioniero di una disciplina feroce.
Verga mostra anche l’energia quasi eroica del personaggio. Mazzarò non è pigro, non è incapace, non è un parassita. Ha lavorato, sofferto, calcolato e lottato. La sua forza è reale. Tuttavia, questa forza è orientata verso un solo scopo, e proprio per questo diventa disumana.
PAGE-BREAKIl rapporto di Mazzarò con gli altri è poverissimo. Le persone che lo circondano non sono per lui amici, familiari o compagni, ma lavoratori, debitori, venditori, compratori, strumenti o ostacoli. La logica economica divora ogni relazione umana.
La roba diventa una specie di estensione del suo corpo. Ogni campo acquistato sembra aumentare la sua potenza; ogni bene posseduto rafforza la sua identità. Ma questa identificazione contiene un pericolo: se l’uomo coincide con ciò che possiede, allora la perdita della roba equivale alla perdita di se stesso.
Mazzarò è anche una figura di modernizzazione sociale. Non appartiene più al mondo dei nobili che possiedono per nascita; appartiene al mondo di chi conquista attraverso lavoro, risparmio e calcolo. In questo senso, anticipa personaggi verghiani come Mastro-don Gesualdo.
Come Gesualdo Motta, Mazzarò riesce a salire nella scala economica, ma non trova una vera felicità. La ricchezza non produce pace interiore, perché nasce da una lotta continua e genera paura continua. Chi ha dedicato tutta la vita ad accumulare teme soprattutto di perdere.
La grandezza di Mazzarò è dunque ambigua. Da una parte suscita ammirazione per la sua energia e per la sua capacità di trasformare la propria condizione; dall’altra suscita inquietudine, perché appare come un uomo svuotato da ciò che possiede.
Il secondo capitolo della vicenda mostra quindi l’ascesa del protagonista. Mazzarò conquista la roba, ma la roba conquista lui. La sua vittoria economica contiene già la sua sconfitta morale, perché tutto ciò che non è possesso viene eliminato dalla sua vita.