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Capitolo

Mazzarò e la religione del possesso

La roba — Giovanni Verga

In La roba, il possesso assume per Mazzarò un valore quasi religioso. Egli non si limita ad amministrare i propri beni: li venera, li controlla, li difende e vi dedica tutta la propria esistenza. La roba diventa il suo vero dio, l’unico principio davanti al quale sacrifica ogni cosa.

La parola “roba” ritorna come un’ossessione. È una parola semplice, concreta, popolare, ma nel testo assume una forza enorme. Non indica solo ricchezza: indica il senso stesso della vita di Mazzarò. Egli non misura il tempo con gli affetti o con gli eventi familiari, ma con ciò che ha acquistato, conservato e aumentato.

Per accumulare roba, Mazzarò ha dovuto eliminare tutto ciò che poteva distrarlo. Non appare circondato da una famiglia affettuosa, da amici o da una comunità. È solo. La sua solitudine non è casuale, ma conseguenza diretta della sua scelta di vita.

Verga mostra così una forma particolare di povertà dentro la ricchezza. Mazzarò possiede moltissimo, ma la sua vita interiore è povera. Non conosce gioie disinteressate, non conosce amore vero, non conosce riposo. Tutto viene valutato in base all’utilità economica.

Il suo rapporto con il cibo, il vestito e la vita quotidiana rivela questa mentalità. Anche se ricchissimo, Mazzarò continua a vivere in modo sobrio, quasi misero. Non spende perché ogni spesa gli sembra una diminuzione della roba. La ricchezza non produce abbondanza vissuta, ma controllo ossessivo.

La sua mentalità è dominata dall’idea che possedere significhi essere. Più roba ha, più sente di valere. Non cerca titoli nobiliari o riconoscimenti culturali: gli basta che tutto intorno appartenga a lui. La terra è il suo linguaggio, la proprietà è la sua identità.

Tuttavia, proprio questa identificazione lo rende fragile. Un uomo può perdere denaro, terre, animali; soprattutto, un uomo deve morire. La roba può aumentare, ma non può cancellare il limite biologico dell’esistenza. Mazzarò non riesce ad accettare questa verità.

La novella è costruita in modo da far emergere lentamente il paradosso. Mazzarò ha lottato tutta la vita per possedere, ma non ha pensato che un giorno sarebbe stato costretto a lasciare tutto. La morte, per lui, non è soltanto fine della vita: è separazione dalla roba.

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Questo è il punto tragico del personaggio. Mazzarò non teme soltanto di morire; teme che la sua roba continui a esistere senza di lui. La terra, gli animali, i raccolti e le case resteranno, ma lui non potrà più dominarli. Per un uomo che si è identificato con il possesso, questa è la sconfitta assoluta.

La sua vita mostra anche il limite dell’ascesa sociale. Mazzarò ha superato la condizione iniziale, ma non ha conquistato una vera libertà. Ha sostituito la dipendenza dagli altri con la dipendenza dalla roba. È diventato padrone, ma non uomo libero.

Verga non presenta alternative facili. Nel suo mondo, la povertà è dura e umiliante, ma la ricchezza fondata solo sull’accumulo non salva. Il desiderio di migliorare la propria condizione è comprensibile, ma quando diventa assoluto distrugge ogni altro valore.

La religione del possesso è quindi una falsa salvezza. Promette sicurezza, prestigio e potere, ma non può dare senso alla morte, non può creare amore, non può riempire la solitudine. Mazzarò diventa grande agli occhi del mondo rurale, ma piccolo davanti al destino.

Il terzo capitolo della vicenda mostra quindi il centro morale della novella. La roba non è solo il tema economico del testo; è una forza che assorbe l’anima del protagonista. Mazzarò non possiede più semplicemente le sue terre: è posseduto dalla propria roba.