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Capitolo

La vecchiaia, la morte e il finale tragico

La roba — Giovanni Verga

Dopo aver raccontato la grandezza economica di Mazzarò, Verga conduce la novella verso il suo punto decisivo: la vecchiaia. Il tempo passa anche per chi ha accumulato terre e ricchezze. Mazzarò, che ha dominato uomini, animali e proprietà, deve confrontarsi con una forza che non può comprare né comandare.

La vecchiaia rivela il limite di tutta la sua vita. Finché era forte, Mazzarò poteva lavorare, controllare, acquistare, sorvegliare e difendere la roba. Ma con il declino del corpo comprende che non potrà continuare per sempre. La sua potenza materiale non può impedire la fine.

Questo confronto con la morte è più terribile per Mazzarò che per altri uomini, perché egli non ha costruito nulla al di fuori della proprietà. Non ha affetti profondi a cui affidarsi, non ha una visione spirituale consolante, non ha una comunità che lo accolga. Ha soltanto la roba.

Quando capisce che dovrà morire, Mazzarò non si rassegna. La sua reazione non è preghiera, pentimento o memoria affettuosa, ma rabbia. Non riesce a pensare la morte come un evento naturale. La vive come un furto, come qualcuno che viene a strappargli ciò che ha conquistato.

Il finale della novella è celebre e potentissimo. Mazzarò, impazzito dal pensiero di dover lasciare la roba, comincia a colpire gli animali e a gridare che la sua roba deve andare con lui. È un gesto tragico, assurdo e disperato.

In quella scena emerge tutta la follia del possesso. Mazzarò vorrebbe trascinare nella morte ciò che ha accumulato nella vita. Non accetta che la roba appartenga al mondo e continui senza di lui. Il suo desiderio di proprietà arriva fino all’impossibile: possedere anche oltre la morte.

Il gesto contro gli animali è simbolico. Gli animali fanno parte della sua roba, ma sono anche esseri vivi. Colpendoli, Mazzarò rivela fino a che punto la logica del possesso abbia cancellato ogni pietà. Tutto ciò che non può essere portato con sé deve essere distrutto.

La scena finale non ha bisogno di spiegazioni morali esplicite. Verga lascia che l’immagine parli da sola. L’uomo più ricco, colui che sembrava padrone di un intero territorio, appare improvvisamente impotente, ridicolo e tragico davanti alla morte.

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Il finale mostra anche la sconfitta della mentalità dell’accumulo. Per tutta la vita Mazzarò ha creduto che possedere significasse vincere. Ma la morte gli rivela che nessun possesso è definitivo. Tutto ciò che ha conquistato resterà fuori da lui.

In questo senso, Mazzarò è un “vinto” verghiano. Non è vinto dalla povertà, come altri personaggi, ma dalla logica stessa della roba. Ha dedicato la vita a un obiettivo che non può salvarlo. La sua vittoria sociale diventa una sconfitta esistenziale.

La vecchiaia rende evidente anche la sterilità della sua esistenza. Non avendo coltivato affetti, relazioni o valori diversi dal possesso, Mazzarò non ha nulla che possa sopravvivere spiritualmente alla sua morte. La roba resta, ma non consola.

Il contrasto tra la vastità dei beni e la piccolezza dell’uomo morente è il nucleo tragico della novella. Campi, vigne, animali e terre sono enormi; la vita umana è breve. La roba sembra stabile; l’uomo è fragile. Verga costruisce su questo contrasto una riflessione durissima.

Il quarto capitolo della vicenda mostra dunque il rovesciamento finale. Mazzarò, che sembrava il grande vincitore della lotta economica, viene sconfitto dal tempo e dalla morte. Il suo grido disperato rivela che la roba, adorata per tutta la vita, non può seguirlo né salvarlo.