EBITDA, EBIT e utile netto: che cosa misurano davvero
EBITDA, EBIT e utile netto compaiono frequentemente nei bilanci, nelle presentazioni agli investitori e nelle analisi aziendali. Sembrano tre modi diversi per indicare il profitto, ma misurano fasi differenti della formazione del risultato. Confonderli può portare a valutare male redditività, capacità di generare cassa, sostenibilità del debito e qualità economica di un’impresa.
Un’azienda può mostrare un EBITDA elevato e, nello stesso tempo, un utile netto molto contenuto. Può accadere perché sostiene ammortamenti importanti, paga molti interessi, registra svalutazioni o subisce un carico fiscale rilevante. Un’altra impresa può presentare un utile netto positivo grazie a una plusvalenza occasionale, pur avendo una gestione operativa debole.
Per leggere correttamente questi indicatori bisogna comprendere quali costi e ricavi vengono inclusi in ciascun livello e quali, invece, rimangono esclusi.
Tre livelli diversi del risultato
L’EBITDA osserva la gestione prima di ammortamenti, interessi e imposte. L’EBIT include ammortamenti e svalutazioni operative, ma precede la gestione finanziaria e fiscale. L’utile netto rappresenta il risultato finale attribuibile all’esercizio dopo aver considerato anche interessi, imposte e le altre componenti previste dal conto economico.
Perché esistono più misure di profitto?
Il conto economico non produce soltanto un numero finale. Mostra come i ricavi vengano progressivamente assorbiti da costi operativi, ammortamenti, oneri finanziari e imposte.
Ogni indicatore risponde quindi a una domanda diversa:
- EBITDA: quale margine genera la gestione operativa prima dei costi non monetari legati agli investimenti?
- EBIT: quale risultato produce l’attività dopo aver considerato anche il consumo economico degli investimenti?
- Utile netto: quale risultato rimane dopo gestione finanziaria, imposte e altre componenti?
Nessuno dei tre indicatori è “il migliore” in assoluto: ciascuno illumina una parte diversa della performance aziendale.
EBITDA: il margine operativo prima degli ammortamenti
EBITDA è l’acronimo di Earnings Before Interest, Taxes, Depreciation and Amortization. In italiano viene spesso tradotto come risultato prima di interessi, imposte, ammortamenti delle immobilizzazioni materiali e immateriali.
In forma semplificata:
EBITDA = Ricavi operativi - Costi operativi monetari
Oppure, partendo dall’EBIT:
EBITDA = EBIT + Ammortamenti materiali + Ammortamenti immateriali
Questa seconda formula richiede attenzione: alcune imprese includono o escludono svalutazioni, accantonamenti e altre componenti secondo definizioni proprie. Per questo l’EBITDA pubblicato deve essere accompagnato da una chiara riconciliazione.
EBITDA e MOL sono simili, ma non sempre identici
In Italia l’EBITDA viene spesso avvicinato al margine operativo lordo, o MOL. I due termini possono però differire per classificazione delle voci, accantonamenti, svalutazioni e componenti considerate non ricorrenti. Bisogna sempre leggere la definizione adottata dall’impresa.
Che cosa esclude l’EBITDA?
L’EBITDA esclude principalmente:
- ammortamenti delle immobilizzazioni materiali;
- ammortamenti delle immobilizzazioni immateriali;
- gestione finanziaria;
- imposte sul reddito.
Non significa però che queste voci siano irrilevanti. Gli ammortamenti rappresentano il consumo economico di investimenti già effettuati; gli interessi riflettono il costo del debito; le imposte costituiscono un’uscita reale per l’impresa.
L’EBITDA elimina alcune voci per rendere più leggibile la gestione operativa, ma non elimina i relativi problemi economici e finanziari.
L’EBITDA non è un risultato obbligatoriamente definito allo stesso modo
Nella comunicazione finanziaria può essere una misura alternativa di performance. Imprese differenti possono calcolarla con criteri diversi, soprattutto quando utilizzano versioni “adjusted” o “normalizzate”.
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